Domani

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di (ma)nu


Dedicato a coloro che il 25 aprile tornarono a vivere.

Gli si leggeva negli occhi tutto l’orrore che aveva vissuto.
Occhi che erano stati spalancati perché ogni rumore, ogni battito, ogni passo che si avvicinava dietro la porta serrata, poteva essere una minaccia.
Occhi che alla fine si erano chiusi per allontanarsi da tutto quello schifo, dalle grida straziate dei compagni, dalle furiose voci del nemico.
Nemico.
Occhi che si erano serrati su quel buio della cella.
Non servivano a nulla. Non erano lì. Lui, non era lì.
E le mani, ora tremanti, stringevano quelle della moglie, delicatamente, ma con avidità, nella paura che si sperdessero al primo alito di vento.

Ogni cosa di lui raccontava una ferita.
Tranne la voce.
La voce e le parole che in quella voce prendevano forma.
Il suono e le cose che quel suono disegnava nell’aria. Le potevi quasi toccare.
Pareva così.

Non raccontava nulla di quei giorni infiniti, di quei mesi, forse anni.
Dimenticato, il tempo. Lento, troppo lento.
Quello che raccontava erano invece sogni, immagini che si erano fatte strada squarciando la più profonda tenebra. Così lui l’aveva potuta abbracciare ogni volta desiderasse, tenere a sé, pelle sulla pelle, dopo essersi spogliati in un impulso carico di desiderio.

Erano sogni travolgenti quelli che narrava.
Di gioia, e di lacrime commosse, di giochi, di luce e aria e profumo.
Si, profumo dei capelli di lei; lui col viso immerso.
E poi suoni leggeri, sopra le vie, sopra le case, li raggiungevano addormentati nel letto.
Tutto prendeva il volo, su di una nota, il dondolio di una campana in lontananza.

Com’era bella lei ora, rapita dal suo slancio, sull’orlo di un pianto liberatorio, trattenuto solo per non interrompere quel fiume in piena.
Ma alla fine fu lui a crollare.

Qualcosa si era spezzato e, come una preziosa collana, ogni perla si sparpagliava confusamente ovunque.
L’uomo tentava di ricomporre i pezzi, cercando idealmente con lo sguardo attorno, ma si sentiva solo. E sperduto.
Nuovamente solo.

Le mani si strinsero leggermente in cerca di conferma.
Lei c’era. C’era sempre stata, lo sapeva.
Silenzio.

Poi la voce tornò, ma non era più in viaggio.
Ora veniva da quella stanza, da un uomo accovacciato in un angolo buio, un pozzo di angoscia dal quale le parole uscivano stremate e tremanti.

“Dimmi che ho sognato. Che tutto questo l’ho sognato io, solo io. Ti prego”.

Ma lei non capiva, non aveva parole per una bugia così grande.

“Non la guerra, non la mia prigione” continuava lui. Un altro fiume…
“Di quelle ho i segni. Qui sulle braccia, sul viso, sulla schiena, ovunque sul mio corpo, ma anche nella mia mente, mi ricordano quanto è stato reale tutto questo”.

Ancora lei domandava, muta.

“Ho bisogno di sapere che ciò che ho sognato, di me, di te, di noi due assieme, tutto questo è stato solo fantasia, che niente mai è accaduto davvero.
Perché ho paura.
Ho paura di essermi cibato solo di ricordi, che questi mi abbiano tenuto in vita, ma non mi sia rimasto altro.
Ho paura di aver guardato solo indietro, perché ciò che ti leva la guerra è il futuro, la capacità di credere a domani”.

“E allora dimmi che ho sognato, che è ancora tutto da costruire, che è ancora tutto da venire”.

Com’era davvero bella lei ora.
Lei che aveva finalmente le parole giuste.

“Scopriamolo assieme, perché io non ricordo più come si fa a vivere senza di te”

Non tutto era stato solo immaginato, ma di questo se ne sarebbe parlato… domani.

 

 

(foto dal web)

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