Una politica per l’Italia. E per l’Europa.

 

campi di grano

 

di Massimo RIBAUDO

Aprile è il più crudele dei mesi, e se lo diceva Thomas Stearns Eliot dobbiamo crederci. Soprattutto noi italiani, che in Aprile abbiamo vissuto pagine di speranza e di cocente delusione politica da più di sessanta anni.
Non parlo di speranza di vincere una lotta, una guerra che si era chiusa con la proclamazione della Repubblica italiana, ma di una naturale e feconda alternanza di governo che permettesse all’Italia di essere un Paese di civiltà democratica come il resto dell’Europa occidentale.
Per me il problema italiano viene da questo. Dal non aver mai potuto esprimere una Sinistra di governo se non per brevissimo tempo e senza la possibilità – si pensi alla crisi profonda successiva al 2001 – di constatarne visione strategica e risultati.
Il conservatorismo oppressivo della dirigenza politica ispirata ai valori cattolici della Democrazia Cristiana ha oscurato ogni possibilità di tentare esperimenti, di provocare salti di qualità civili. Una storia bloccata che ha imbalsamato il socialismo democratico ed il comunismo europeo, senza dargli alcuna chance di far crescere classi dirigenti che non fossero interessate alla cogestione del potere per il potere.
Io non credo siano morti i partiti, in Italia, o le ideologie. Sono morte, per asfissia, le idee.


La crisi della democrazia industriale del dopoguerra è comune in tutta Europa, adesso, ma in altri Paesi è possibile scorgere una dinamica evolutiva del confronto politico in grado di offrire progetti al nuovo corso storico globale. In Italia questo sembra mancare del tutto, se non nell’attività propositiva di personalità politiche quali quelle di Giuseppe Civati, Walter Tocci e Fabrizio Barca.

Il 18 Aprile del 1948 fu sconfitto il Fronte popolare delle sinistre. Il 19 aprile del 2013 è stato spazzato via il gruppo dirigente del Pd che incarnava comunque valori di Sinistra, sempre più in tono dimesso e di mera difesa di categorie sociali quali i lavoratori pubblici e pubblici e i pensionati.

Stiamo assistendo a quella amministrativizzazione dell’Europa alla quale tendeva il pensiero tecnocratico e burocratico di un certo tipo di liberalismo del dopoguerra. La pace, per loro, è la fine della politica, del conflitto di classe, la normalizzazione dei desideri di massa. Ma non è proprio questa pace, che Kant avrebbe definito “dei cimiteri”, una pace fredda ed impotente, senza tensione al cambiamento, a generare quel calo della produttività, dei consumi, delle possibilità di sviluppo della nostra Europa ?

Mi rileggo questa nota della cara amica Ivana Fabris pubblicata su Facebook il 16 Aprile 2013, e rifletto. La morte della politica, la fine della tensione dialettica tra destra e sinistra, rende questa Europa invertebrata. Senza fantasia, creatività, capacità di realizzare visioni future (ma reclamizzando come tali gestioni del potere sterili e inadeguate). Ecco a cosa ci porta la fine della politica. Se continueremo su questa strada.

Ieri sera ragionavo tra me e me sul fatto che siamo costretti ad assistere allo scempio definitivo della politica.
Siamo quasi impotenti dinnanzi al teatrino cui ci sottopongono i vari Renzi e Grillo e, di sponda, c’è sempre il solito B. ad allietarci, come non bastasse il penoso show a cui ci ha obbligati nel corso degli ultimi anni, soprattutto.

Qualcuno cerca di farci sentire colpevoli di voler rimanere ancorati a quella politica cui siamo avvezzi sin dall’adolescenza, una politica fatta anche di cose buone che ha formato molti individui in questo Paese e che ha contribuito alla creazione di una coscienza civica e morale oltre che politica, che ha costruito l’Essere persona nella senso più alto del termine.

Io credo ancora in quella politica ma mi rendo sempre più conto che sin dai tempi di Craxi (il fautore, colui che ha dato il via al disastro cui assistiamo, tant’è che è significativo, oggi più che mai, quel suo famoso discorso in Parlamento in cui disse: “sì, io ho rubato ma qui dentro tutti rubiamo”), è iniziato un processo distruttivo proprio teso a ridurre a poltiglia quel corpo solido e sicuro in cui potersi identificare di cui ci siamo nutriti.
Berlusconi ne ha raccolto il testimone, ben consapevole che fosse uno dei capisaldi a cui riferirsi per riuscire a dominare il Paese senza soluzione di continuità.

Sette o otto anni fa, circa, parlavo con amici di vecchia data, amici con cui ho condiviso le lotte politiche del ’77, di quello cui mirava B. e sostenevo che portare lentamente la classe media ad una regressione non solo economica ma anche morale e politica, sarebbe stata l’impresa più “alta” per Berlusconi, la sua arma vincente.
La destra ha sempre rimproverato alla sinistra di sapere troppo, di essere troppo politicizzata, di essere troppo intellettuale che, tradotto in parole berlusconiane, significa troppa gente sa e troppa gente capisce ciò che non dovrebbe.
Ci è arrivato agendo su più fronti, certo, trovando terreno anche in quel poco tessuto culturale di cui è costituita la massa degli italiani e negli anni si è creato dei discepoli, una rete di sostenitori di questo processo, più o meno indiretta, tant’è che il metodo Berlusconi ci ha portato inesorabilmente al renzismo e al grillismo.
Grillo, a mio modo di vedere, sta completando l’opera, sta spolpando definitivamente il sistema democratico. Lui e Renzi sono di certo funzionali al progetto di Berlusconi. Nemmeno Craxi, penso, si sarebbe mai aspettato un simile risultato.

Quando rilevo, con un certo orrore e un’immensa indignazione, quello a cui stiamo assistendo, quando penso a gente come mio padre, al profondo senso dello Stato che aveva, a quanto credeva nella passione politica, alla responsabilità che esercitarla comporti, mi prende il panico oltre che un incommensurabile senso di vuoto e di smarrimento perchè non so, davvero, se si riuscirà a fermare definitivamente il depauperamento, se si riuscirà a rimettere la barca in rotta, non so se la politica si salverà.
Forse stiamo andando ineluttabilmente incontro alla fine della politica ma è qualcosa cui non vorrei mai assistere e, inoltre, è qualcosa che non vorrei mai diventasse eredità per le mie figlie.

Il filosofo Edgar Morin ci dice una cosa fondamentale, però. “Tutto deve ricominciare e tutto è già ricominciato. C’è nel mondo un grande fermento creativo“. Ed a questo dobbiamo credere. Perchè lo vediamo.
Domani è il 1° maggio.

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