Primo Maggio. La voce di Carlo Petrini

Primo Maggio

Dal palco del concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma si è udito un messaggio forte per la popolazione italiana e di tutto il Mediterraneo. E’ il messaggio di Carlo Petrini, il Presidente di Slow Food che da anni sta promuovendo un diverso modello alimentare ed economico per l’Occidente. Un modello che è l’unico a poter scongiurare le prossime crisi finanziarie, insite e connaturate allo stato attuale delle cose, e la tragedia alimentare per miliardi di persone. Un modello politico, economico, comportamentale, che va dall’individuo, alla società, al mondo della produzione, al senso stesso dell’essere umano. Senza concetti astratti e visioni utopistiche. Ma umane e concrete.

Ci sono Paesi, come la Cina, che per pochi soldi comprano la terra degli africani. Bisogna che gli africani riconquistino la loro terra“.
In questo momento migliaia di africani stanno provando a lasciare la loro terra e ad attraversare il Mediterraneo. I mari dove oggi muoiono gli immigrati africani ci devono ricordare i mari in cui morivano i nostri bisnonni e nonni che emigravano verso l’America. Dobbiamo rispettare questi nostri fratelli“.

Queste parole racchiudono tutto l’impegno di Carlo Petrini per cambiare completamente paradigma geopolitico in Europa.

Il 26 novembre dello scorso anno, alla presentazione del Protocollo di Milano per l’Expo 2015 del Barilla Center for Food and Nutrition è intervenuto con una profonda prolusione intitolata “un anno di cibo e nutrizione“.

Il Protocollo di Milano è un accordo globale sull’alimentazione da far sottoscrivere a tutti i paesi durante Expo 2015. Si pone tre macro obiettivi: abbattimento del 50% entro il 2020 del cibo sprecato; attuazione di riforme agrarie e lotta alla speculazione finanziaria, con limitazioni all’uso dei biocarburanti; lotta all’obesità. “Kyoto è un protocollo che non ha avuto nessuna conseguenza. Questo significa che la governance internazionale non è in grado di guidare i cambiamenti”, ha subito detto Petrini.

Secondo il fondatore di Slow Food, il cambiamento dall’alto non funziona: “Un protocollo non può bastare. Gli unici artefici di una svolta nel sistema alimentare sono le ampie masse di persone nel pianeta, che devono partecipare attivamente e, come un fiume carsico, praticare nel quotidiano nuovi comportamenti. Come diceva Albert Camus, chiunque ha delle prospettive per il cambiamento non è credibile se non le applica a sé”.

Oggetto delle sue critiche è il sistema alimentare globale, responsabile della malnutrizione e della distruzione degli ecosistemi ambientali, e, più in generale, del modello economico che lo sostiene. “La legge del libero scambio è un disastro. Il Messico, dove è nato il mais, importa mais transgenico dagli Stati Uniti perché costa meno. E i contadini messicani sono ridotti alla fame”, spiega Petrini. Anche la necessità di aumentare costantemente la produzione è bersaglio delle sue critiche: “Non dobbiamo creare più cibo, perché il problema è l’accesso al consumo, la povertà. La produzione alimentare è cresciuta del 7% quest’anno, ma i morti di fame non diminuiscono. E intanto l’obesità cresce. Solo che quest’ultima ce l’andiamo a cercare noi, mentre la fame te la impongono altri”.

Ma la colpa più grande dell’attuale mercato alimentare è la distruzione delle piccole realtà locali. “Pier Paolo Pasolini diceva che il giorno in cui l’Italia, non avrà più contadini e artigiani, non avrà più storia. Questo sistema sta distruggendo le piccole imprese agricole famigliari. È due anni che lasciamo marcire le pesche sulle piante perché costa di più raccoglierle che lasciarle lì”.

Per questo è necessario cambiare paradigma, soprattutto a livello culturale: “Il cibo non può diventare una merce. Il cibo è la nostra vita, la nostra essenza. C’è una sua sacralità che non può essere ridotta a commodity. I cittadini devono smettere di sprecare nelle loro case, cominciare a sostenere la loro agricoltura locale e non comprare prodotti che vengono dall’estero. Non devono più essere consumatori passivi ma trasformarsi in coproduttori coscienti di ciò che acquistano ed educati al cambiamento”.

L’Europa deve guardare al Mediterraneo e all’Africa e non alla City finanziaria londinese.
Altrimenti nuove polveriere esploderanno.

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