E tocca a noi, glielo dobbiamo

La lotta per l’esistenza raffigurata dall’obelisco del Parco Vigeland, a Oslo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Ivana FABRIS

Pochi giorni fa avevo scritto del mio primo Maggio e di quello di mio padre. Tra i commenti lasciati dai miei contatti, nel condividere il mio scritto su Facebook, è apparso quello di mia sorella. Ci tengo a proporlo perchè racconta qualcosa su cui credo valga la pena di fare una riflessione.

“Stavano costruendo la metropolitana milanese, tu non eri forse ancora nata, e io e la mamma ogni sera dopo le 22, dopo aver chiuso quel maledetto portone di via Correggio, gli portavamo la “schiscetta” con la cena. Lavorava fino a notte inoltrata, poi qualche ora di riposo e ricominciava. Non si è mai risparmiato, e tu ed io sappiamo bene quanto gli sia costato alla fine questo suo non risparmiarsi.
E’ stato sempre d’esempio e non solo per noi che gli eravamo figlie, ma anche e soprattutto per i suoi compagni di lavoro, ovunque abbia lavorato.

Il suo profondo senso di giustizia, la sua totale insofferenza per i soprusi di ogni genere sono stati poi la spinta a diventare sindacalista, è stata una scelta naturale.
Il suo non risparmiarsi, poi…Era sempre il primo ad arrivare in fabbrica, mai una assenza, mai problemi.
Mi diceva: “Vedi, se voglio aiutare gli altri, se devo tutelare gli interessi dei miei compagni, se devo portare avanti le battaglie e le rivendicazioni, devo essere inattaccabile da ogni punto di vista, devo avere l’autorevolezza e la credibilità per poter essere efficace nel rivendicare i diritti che ci spettano.”
Oggi è tanta l’amarezza nel vedere come siamo tornati indietro, di come tutti i sacrifici suoi e di tanti come lui siano stati vanificati, distrutti. So che ne soffrirebbe tantissimo, ma non per questo rinuncerebbe a lottare. E tocca a noi, glielo dobbiamo.”

Al di là delle sensazioni che mi ha procurato a livello del vissuto personale, nel leggere queste parole mi si è delineato un quadro chiaro, pulito, netto, quasi tagliato ‘addosso’ con un bisturi, quello dello spessore umano di tutta una generazione che non esiste quasi più e non anagraficamente, ma proprio antropologicamente.

Certo son passati moltissimi anni da allora, ma noi, figli di quella generazione, come siamo finiti? A cosa abbiamo dato vita? Siamo riusciti a trasmettere ai nostri figli quei valori, quello spessore, quell’etica, quella fermezza ideale e quella passione autentica, disinteressata, quasi assoluta, per ciò che era giusto e tutta tesa a costruire il noi, a spendersi in prima persona per l’altro? No, in larga parte purtroppo no.

Quella di mio padre era la generazione della guerra, della fame, della povertà. Così è stata sempre declinata, in tutte le sue espressioni e le sue forme.
Erano invece degli eroi.
Sì, EROI e oggi voglio affermarlo con forza.

Dovevamo arrivare all’odierno vuoto pneumatico per sentire la loro mancanza, come ogni volta accade nell’universo dell’effimero e della superficialità di cui si circonda l’essere umano per sua natura.

Negli anni che sono seguiti al boom economico, la parola d’ordine era dimenticare, dimenticare il brutto, l’indigenza, la distruzione e come ottenerlo se non drogando un intero popolo col consumismo?

Ma la funzione del consumismo aveva molteplici compiti: creare quella dipendenza da falsi bisogni che avrebbe poi consentito il controllo della massa, abusare della memoria alterandone i ricordi, addirittura rimuovendoli in quella sbornia colossale che furono, poi, gli anni ’80, quando il consumismo e il miraggio di diventare tutti ricchi pervase anche gli ultimi, quelli alla base della piramide.

E fu l’oblio totale nei confronti di un’intera generazione, della sua storia e di quella di questo Paese.

Ricordo benissimo la narrazione di quegli anni in cui, chi aveva combattuto per liberare questo Paese dall’oppressione nazi-fascista, era etichettato come qualcuno che viveva nel ricordo, che si opponeva al superamento della contrapposizione, che rallentava la modernizzazione dell’Italia.
Mio padre era uno di quelli ed era anche uno di coloro i quali hanno speso ogni giorno della loro esistenza a mantenere vivo il ricordo di ciò che avevano vissuto.

A pensarci oggi, mi rendo conto che hanno combattuto tutta la loro vita.
Diverse le lotte, di decennio in decennio, ma sempre e solo lotte. E senza paura, senza timore alcuno e con una determinazione che solo la consapevolezza di ciò che avevano vissuto poteva dare.

E noi? Noi oggi, apparteniamo ad un popolo costituito prevalentemente da persone conformi e pavide, imbibite dall’individualismo. La tensione ideale in tutte le sue forme, si è definitivamente spenta, nella massa, e siamo in quella che mi sento di definire l’era del post-consumismo.

Siamo al declino. Consumando ci siamo consumati.
La vita, il pianeta, l’ambiente, il denaro, i valori, i rapporti umani, i sentimenti. Abbiamo consumato tutto il consumabile e adesso che non ci rimane praticamente più nulla, non sappiamo quasi più per cosa vivere.

Lo smarrimento è totale ed è un altro grande inganno poichè, invece, l’essere umano ha bisogno di credere in qualcosa.
La prova lampante è nella Chiesa di Papa Francesco o nella prosopopea populista di Grillo che seducono e infiammano stuoli di persone che inseguono un ideale di mondo equo e giusto e lo fanno dando fondo a quella sacca di passione che residua a livello irrazionale, con quel che comporta.
Siamo al pari del popolo americano che si fa irretire dal primo predicatore e solo per potersi aggrappare ad un ideale, ad un pensiero apparentemente più elevato verso la spiritualità.

Per le nuove generazioni è ancor più drammatica la situazione. I trentenni han conosciuto solo la società che ha generato Berlusconi, nel lassismo assoluto, nella corruzione morale, nella smania dell’arricchimento, nella furbizia e nel definitivo vuoto valoriale.

Sono figli di generazioni che hanno concesso e concedono tutto, che accontentando una richiesta nemmeno pronunciata, non hanno insegnato loro l’unico ed essenziale principio che muta e fa mutare interi mondi: la capacità di desiderare.

Abbiamo esautorato del desiderio un’intera generazione e quella successiva, se ritroverà parte di quella capacità, lo dovrà solo alla crisi economica ma sarà comunque un modo di desiderare in parte deteriorato, ‘sporcato’ dalla rabbia, dalla sensazione di essere stati defraudati di qualcosa che spettava loro di diritto.

La situazione, a me personalmente, appare drammatica.
La capacità di desiderare è determinante, è fortemente educativa, è un imprinting che forma individui sani e migliori, capaci di lottare, capaci di imparare la temperanza e la tenacia, che insegna la pazienza, tempra alle fatiche che la vita impone, genera la speranza, insegna a Resistere.

Senza parlare della sua capacità di far scoccare la scintilla della passione, dell’idealità e della ribellione.

Spesso mi ritrovo a chiedermi se riusciremo a cambiare questo tremendo stato di cose e non c’è occasione in cui non mi dica che siamo stati noi gli artefici di tutto questo e che ancora noi abbiamo il dovere verso queste nuove generazioni di condividere il loro percorso offrendo un modello diverso, mostrando loro che solo lottando si possono cambiare anche le peggiori realtà, che con la passione si può.
E tocca a noi, glielo dobbiamo.

 

(immagine dal web)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...