I sindacalisti non sono tutti uguali

Simona Ricci e Matteo Renzi

Simona Ricci e Matteo Renzi

 

di Simona RICCI

 

[Simona Ricci, Segretaria Generale CGIL Pesaro Urbino (dall’8 marzo 2011) In aspettativa per incarico sindacale dal 1996 dalla propria azienda, una banca locale, ha ricoperto diversi incarichi in CGIL, sia confederali che di categoria. Militante del PD, prima PdS. Era nell’assemblea costituente nazionale del PD nel 2007]

Ogni volta, mi accade ogni volta che sento qualcuno dire “…perchè voi sindacalisti…” oppure “ voi dei Sindacati siete tutti uguali”. Irrimediabilmente mi arrabbio e, con argomenti che io credo inoppugnabili, rispondo. A volte riesco nell’intento di far operare al mio interlocutore un distinguo, a volte no. Argomenti e fatti ce ne sarebbero moltissimi, legati alla storia del sindacalismo confederale e a quella della miriade di sindacati autonomi presenti nel paese. Fatti di persone e competenze che hanno difeso il lavoro ed i lavoratori. Basterebbe, del resto, fermarsi agli ultimi vent’anni per comprendere che no, proprio no, i sindacati nel nostro paese non sono tutti uguali.

Questo richiederebbe riflessione, tempo, analisi, sguardo rivolto agli accadimenti politici, economici e sindacali degli ultimi anni, agli accordi separati tra governi di centrodestra – Cisl Uil, il vuoto politico pneumatico sul lavoro da parte della sinistra italiana. Insomma, ci vorrebbe tempo e ascolto reciproco, per fare passi avanti e non ricadere sugli stessi tremendamente identici errori. Il discorso si chiude, in maniera devastante per gli interessi del mondo del lavoro, se Renzi liquida il tema con un “I Sindacati non mi fermeranno, temono che io tolga loro il potere”. Ecco, frasi così liquidano la questione in tre secondi. Il mio amico Giovanni, ex delegato sindacale CGIL di una grande azienda metalmeccanica di Pesaro, oggi chiusa, come centinaia di altre in questi anni, mi dice sempre che un lavoratore che ha solo l’iscrizione al sindacato in tasca e non anche quella ad un partito politico, è come un pugile con un solo pugno alzato: prima o poi il K.O. arriva. E’ questo il senso e l’importanza della doppia militanza, politica e sociale, e l’assoluta necessità di un dialogo tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica per il lavoro. Sapendo che quest’ultima è ben più importante, è la rappresentanza generale degli interessi, quella che deve costruire mediazioni, ponti, soluzioni tra interessi contrapposti. E che dovrebbe essere quella più interessata all’ascolto di tutti i soggetti in campo, almeno quelli più autorevoli e rappresentativi. Renzi sostiene che noi temiamo di perdere “il potere”.

E allora indaghiamoli, una volta per tutte, questi rapporti di potere, i rapporti di forza. Provo ad analizzarli da qui, da una ex frontiera del benessere e della coesione sociale del nostro paese, quell’Italia di Mezzo, la provincia di Pesaro Urbino, fatta a pezzi dalla crisi, dove la vituperata CGIL rappresenta un cittadino su 6, neonati compresi, quasi 55000 iscritti su poco più di 360.000 abitanti, un dato affatto in declino, in un territorio dove la media dei lavoratori dipendenti per impresa è di 3.3, dove solo nell’ultimo anno abbiamo perso 7.4 imprese al giorno e avuto un crollo degli occupati, doppio rispetto alla media marchigiana, oltre 12.000 occupati persi in un solo anno.
Già all’inizio della crisi la risposta delle aziende, qui, in frontiera, è stata quella, con le dovute eccezioni, di precarizzare ulteriormente le assunzioni, portando il dato dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle nuove assunzioni ad un misero 1 su 10, aumentando in via esponenziale i contratti a termine e, soprattutto, il lavoro a chiamata e i vouchers, questi ultimi due quadruplicati negli anni della crisi, appunto.

Noi con responsabilità, avendo presente la storia, i distinguo, gli errori altrui, da dove veniamo e dove vorremmo andare, abbiamo con responsabilità presidiato questa crisi drammatica, tutt’ora lo facciamo, da ultimo appellandoci a tutte le istituzioni locali e al Governo affinché vengano immediatamente stanziate le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga. Miliardi che mancano all’appello e sui quali le Regioni, anch’esse, parlano oramai di vera e propria emergenza sociale, persone cioè che da mesi sono senza integrazione e senza stipendio. Già, l’emergenza sociale. Difficile presidiarla sindacalmente, figuriamoci politicamente, da sinistra. Qui, in frontiera, abbiamo a lungo riflettuto sui risultati delle elezioni politiche del 2013. Qui lo “tsunami” è arrivato davvero.

Le Marche, seconda regione in Italia per i risultati del M5S e, nelle Marche, la nostra Provincia prima per i risultati elettorali dei grillini, con percentuali che nei comuni del distretto industriale pesarese, pieno zeppo di ex “roccaforti rosse” devastate da una crisi economica e sociale che non si vedeva dal dopoguerra, hanno raggiunto percentuali che vanno dal 35% fino a oltre il 40%.

Già, il lavoro. La precarietà, la perdita di sicurezze, quel legame tra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti, in quella miriade di imprese artigiane dove del conflitto tra capitale e lavoro neanche l’ombra, solo un vuoto politico assoluto, riempito dalla rabbia e dal disagio, dalla paura. E i legami sociali tengono, di questo io sono certa, anche perché noi, questa CGIL è presente nei luoghi di lavoro, nelle Camere del Lavoro affollate di persone in cerca di una tutela individuale e collettiva, che non trovano altrove.
Non trovano negli uffici Inps cui puoi rivolgerti solo attraverso il “pin“, perché negli anni hanno pressochè smantellato gli uffici aperti al pubblico e le persone si rivolgano a quei Patronati che sono finanziati esclusivamente da uno 0 virgola prelevato dalle buste paga dei dipendenti – altro che finanziamento pubblico – ed è la ragione per cui sono servizi totalmente gratuiti, per tutti, iscritti e non. Da qui, da questa frontiera, non è chiaro il legame tra la necessità di un decreto d’urgenza per liberalizzare i contratti a termine e semi-distruggere l’apprendistato, già agonizzante, e la crescita dell’occupazione. No, non lo comprendiamo davvero.

Così come non è chiaro il legame tra il disegno di legge delega sul lavoro, oramai amichevolmente tradotto in Job Act e l’assoluta e inderogabile esigenza di investire nella qualità dell’occupazione e in una produzione industriale che ci metta al riparo dal diventare quell’enorme serbatoio di manodopera a basso prezzo che molti desidererebbero che potessimo diventare. Da qui, quei rapporti di forza cui il Presidente Renzi fa riferimento appaiono decisamente peggiorati a svantaggio del mondo del lavoro.

Nel settembre del 2011, in occasione della Festa Nazionale Democratica che si svolse a Pesaro, Renzi arrivò qui a presentare il suo libro. Erano giorni di polemiche dell’allora Sindaco contro il Sindacato, da lui accusato di essere conservatore, ferro vecchio, e via dicendo.
Con un gruppo di delegati e di compagni della CGIL organizzammo un piccolo e innocuo blitz dal retropalco. Lo aspettammo, terminata la presentazione e gli applausi scroscianti del pubblico, e gli consegnammo copia di un bellissimo libro sulla storia del movimento sindacale e della Camera del Lavoro di Pesaro.
Una storia bellissima, ricca di conquiste, di sconfitte, di insegnamenti. E di curiosi e significativi aneddoti. Uno di questi ha per protagonista Rosina Frulla, partigiana pesarese e protagonista di tante lotte sindacali nel dopoguerra, che ci fornisce una testimonianza politicamente scorretta ma straordinariamente efficace su come si debba “essere di sinistra”, ora e allora.
Un giorno, in occasione della visita di un altezzoso dirigente regionale del PCI a Pesaro che, parlando, diceva sempre “perchè io…perchè io…”, Rosina lo interruppe dicendo “ Te tzi un cumunesta? Dis, sé. No, te en tzi cumunesta, perché i cumunesta in dis perché io…perchè io…I comunisti dicono perché noi, comunisti, no io. Chi tzi te…Alora sta’ zet!”.

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