Non una divisa, ma un uomo.

 

RacitiAldrovandi

Per aiutare a comprendere che cos’è l’autorità, e che cosa è l’essere, nel modo più vero, umani.
Una riflessione.
di Elsa Lusso

A Filippo Raciti e Federico Aldrovandi

Ho ascoltato il dibattito di queste ultime settimane su due fatti terribili, così lontani nel tempo e diversi nei meccanismi che li hanno caratterizzati, eppure, non tanto diversi, nella mia percezione. E così sono andata alla ricerca di un filo conduttore alternativo, perché quello che sembrava emergere dai diversi commenti alle cronache mi sembrava debole: come il pezzo sbagliato di un puzzle.
La Divisa e ciò che rappresenta. Gran parte delle riflessioni sembrava ruotare intorno alla Divisa e al suo significato, riflesso nello specchio del bene e del male. Filippo Raciti era un uomo in divisa: gli sputi e gli strappi alla divisa fino all’oltraggio supremo, la morte, hanno significato la totale indifferenza e mancanza di rispetto per la Divisa e quindi per l’Istituzione che rappresenta.
Federico Aldrovandi era un ragazzo la cui morte è stata causata da uomini in Divisa: una divisa con la quale si è aggredito invece che difendere, e che è stata dunque oltraggiata, in maniera diversa, proprio da coloro che la indossavano e il cui comportamento ha gettato disonore sull’Istituzione.

E così, dalla coralità delle posizioni che, quasi unanimi, commentavano eventi diversi, si potrebbe evincere che il dolore intollerabile inflitto alle famiglie delle vittime sia stato causato, nel caso di Filippo Raciti, dal percepire la Divisa come un nemico da abbattere piuttosto che come simbolo dello Stato stesso e quindi della collettività. O, nel caso invece di Federico, dall’incapacità di quei poliziotti di interpretare il senso della Divisa nel suo significato più alto, proteggendo e garantendo i diritti dovuti ad un cittadino.
Io non penso che questa visione dei fatti sia sbagliata, certamente non lo è; eppure, dentro di me l’ho avvertita come insoddisfacente, o quantomeno…limitante.
E poi ho capito che il senso di insoddisfazione nasceva dalla constatazione che alla fine, al centro di tutti quei commenti per come si erano sviluppati, rimaneva sempre la Divisa, “indossata” bene o “indossata” male, ma mancava l’uomo.

Di questi due fatti di cronaca, diversi, ma connessi da un comune denominatore, ho percepito soprattutto l’incapacità in troppe persone di avvertire che il nemico da bloccare sino ad abbatterlo, era semplicemente un uomo, considerato come “altro e diverso da sé” e dalla propria umanità. Questa, infine, ritengo sia stata la causa di tanta violenza, che continua a ripetersi in altri casi tristemente analoghi, e che vede l’uomo assurdamente solo di fronte ai suoi simili. L’uomo di fronte all’uomo: una verità così evidente nella sua semplicità eppure, inspiegabilmente scivolata nella banalità tanto da non essere più riconosciuta.
La Divisa è solo qualcosa che sta in mezzo e che va rispettata nel suo simbolismo, ma che non può, di per sé, veicolare alcun messaggio se il canale di comunicazione fra gli uomini è chiuso.
Per riaprirlo non occorrono Divise: spesso impotenti di fronte all’insensibilità e alla bestialità.

Riuscire ad andare al di là di quelli che sono semplicemente schemi e simboli, rimettendo in parallelo la nostra con l’altrui umanità, questo penso sia la chiave di interpretazione della realtà, e che avrebbe portato quei poliziotti e quei teppisti, essi stessi uomini con famiglie ed affetti, a capire che di fronte non avevano un nemico, ma solo…un uomo. E se fossero riusciti a percepire questo, io penso che Filippo e Federico sarebbero ancora fra noi.

 

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