Il vero errore di Renzi

Matteo, stai sbagliando

Matteo, stai sbagliando

di Nino CHILLEMI

Sono un iscritto di lungo corso del PD, appartengo ai tanti che non hanno votato Matteo Renzi alle primarie del 2012 e ai pochi che non lo hanno sostenuto a quelle del 2013, e, se potessi tornare indietro, gli preferirei di nuovo, rispettivamente, Bersani e Civati.

Non mi considero un anti-renziano per partito preso, ma posso dire in tutta tranquillità che cinque mesi fa le mie aspettative per il nuovo corso che il PD si apprestava a iniziare erano ben diverse: pensavo che Renzi, come aveva promesso nella campagna congressuale, si sarebbe prodigato per far approvare dal parlamento in tempi brevissimi una nuova legge elettorale (necessaria soprattutto dopo la pronuncia della Consulta sul porcellum) sostanzialmente maggioritaria, ma che, in netta discontinuità con quella ideata da Calderoli, si ponesse entro i confini della decenza oltre che dei principi sanciti dalla Costituzione.

Pensavo (sì, noi elettori di Sinistra pensiamo) che, di conseguenza, le elezioni politiche si sarebbero tenute contemporaneamente alle europee, o al massimo nel 2015, e che in ogni caso ci avrebbe accompagnato alle urne l’esecutivo guidato dall’amico Enrico Letta, al quale era stata assicurata piena collaborazione; pensavo che Renzi avrebbe accettato di andare a Palazzo Chigi solo dopo aver superato in prima persona la prova del voto (e in ogni caso mai attraverso le larghe intese); pensavo che solo allora, in seguito ad una legittimazione da parte dell’elettorato, sarebbe stato portato a compimento un serio, condiviso e meditato progetto di riforma della Costituzione; pensavo che tutte le principali scelte politiche sarebbero state dibattute in maniera esaustiva dentro gli organi del partito e sintetizzate dal segretario, magari evitando di far coincidere la sintesi con la tesi, passando attraverso l’irrisione e la cancellazione di fatto dell’antitesi.

Le cose finora sono andate diversamente, e non mi interessa fare un elenco (che sarebbe ancora lungo) delle singole mosse del nuovo segretario che mi hanno convinto poco o nulla, preferisco focalizzare l’attenzione sulla strategia di fondo cha lui ha adottato in questi mesi, perché è da questa, a mio modo di vedere, che derivano i singoli errori che ha commesso fin qui.

Fin dalla sera dell’8 dicembre, Renzi ha sfidato Grillo, sostenendo che, dopo aver realizzato una gran parte delle cose che gli italiani chiedono a gran voce (alcune delle quali effettivamente utili e auspicabili, altre oscillanti tra l’inutile e il dannoso, ma adatte a divenire oggetto di slogan di facilissima presa) un po’ a tutto il mondo politico, sarebbe riuscito a sgonfiare sul piano elettorale il M5S, ma al momento pare che la crescita elettorale del PD, rilevata un po’da tutti i sondaggi, sia avvenuta a scapito di Forza Italia. La strategia della mano tesa non solo agli alleati di governo dell’ NCD, ma anche a Berlusconi, in termini strettamente numerici ha favorito Renzi e ha danneggiato l’ex-cavaliere, e questo a prima vista sembra un successo straordinario, che parzialmente compensa i non esaltanti risultati pratici dell’incontro tra queste forze politiche.

In realtà io sono convinto che il PD dovrebbe porsi due obiettivi generali: il primo, quello di crescere sul piano del consenso, in modo da poter vincere le elezioni e governare; il secondo, meno appariscente, ma probabilmente più importante, quello di riportare definitivamente il sistema politico ad una fisiologica condizione bipolare nella quale i due veri competitors siano uno schieramento progressista e uno conservatore, riassorbendo il voto di protesta che ormai ha raggiunto proporzioni preoccupanti.

Renzi pare impegnato a realizzare il primo, ma non sembra curarsi del secondo. Il suo atteggiamento bonario (almeno nei modi) nei confronti di Berlusconi sta portando una parte dell’elettorato di Forza Italia a lasciare un partito e un leader che ormai hanno perso smalto e appeal, e a seguire un PD guidato da un personaggio fresco e per la prima volta non ideologico e non identificabile come un vero nemico, ma il rovescio della medaglia è che quella fetta di elettorato storico che da qualche anno ha smesso di votare il PD per finire tra le braccia di Grillo, o restare a casa, o (in misura assai minore) votare i partiti di sinistra radicale, non solo non torna all’ovile, ma si allontana (e in qualche misura cresce) sempre più.

Per chi si sente di sinistra le conseguenze di questi flussi elettorali possono risultare più gravi di quanto si pensi, da un lato perché un partito che vede mutare la propria base elettorale può essere tentato dall’idea di modificare anche la proposta politica in senso conservatore per compiacere e non perdere i nuovi sostenitori, dall’altro perché una crescita ulteriore del voto di protesta rischia di consolidare una situazione patologica in cui l’assetto politico non si basa più sulla dialettica tra conservatori e progressisti (come in tutte le democrazie avanzate), ma tra protesta populista e progressisti, con la prospettiva che, qualora questi ultimi dovessero indebolirsi, possa addirittura trasformarsi in una partita tra populisti e “resto del mondo” (Alfano ha dichiarato giorni fa che non esclude di allearsi col PD alle politiche, e sarebbe uno scenario da brividi).

E’ questo l’errore principale che Renzi ha compiuto finora: aver scelto la via più breve per raggiungere il consenso, mirando a prosciugare il serbatoio di voti dei conservatori già in crisi, che rischiano di diventare così deboli da non essere più competitivi e attraenti per il loro elettorato di riferimento, e favorendo di conseguenza in maniera indiretta il radicamento della protesta anti-sistema, che trova terreno fertile quando la politica tradizionale non fa niente per non apparire consociativa e omologata (se poi lo sia davvero è un altro conto, ma l’elettore vota in base alla propria percezione).

Sarebbe ora di sfidare Grillo sui contenuti attraverso comportamenti lineari e inequivocabili. Per esempio, il pessimo italicum è su un binario morto, impallinato dagli interlocutori che Renzi stesso aveva voluto? Portiamo in aula il mattarellum (che è una buona legge elettorale), e facciamo vedere agli elettori se quello dei grillini sulla mozione Giachetti era (come è possibile) un bluff. Un ragionamento analogo lo si potrebbe fare per la proposta di riforma costituzionale che ha come primo firmatario Chiti, che tra l’altro è più funzionale e ragionevole di quella della Boschi.

E’ così che i milioni di voti che il PD ha perso negli ultimi anni possono iniziare a tornare a casa, ed è da quelli che si deve cominciare, perché i nuovi vanno conquistati e sommati ai vecchi, non sostituiti a questi ultimi, nell’interesse del partito, che deve restare progressista e riformista, e nell’interesse del Paese, che ha bisogno di una sinistra e di una destra istituzionali e credibili che si contendano la guida del governo. In pratica si tratta di cambiare verso. Ma davvero.

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