Torniamo a scuola

(immagine dal sito civati.it)

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di Massimo RIBAUDO

Il 17 maggio scorso per l’iniziativa “La traversata della Sardegna” si è tenuto un seminario su “Giovani e formazione politica“. Queste brevi note sono indirizzate a tutti i partecipanti e a coloro che ritengono che la formazione, in un partito politico, sia il primo, il necessario, tra gli elementi fondamentali della sua attività.

Oristano è una città che mi è molto cara. Lì ho compreso che i cittadini vogliono lealtà, progetti, prosperità.
E ho capito che una componente tenace, ma minoritaria, della classe politica ed amministrativa locale persegue il tentativo di sfruttarli, raggirarli, impedirgli di partecipare attivamente e di costruire il proprio futuro. Il futuro per i piccoli clan locali deve essere solo per pochi privilegiati. Il più possibile incapaci ed ignoranti, ma uniti fra loro da patti di potere. A Oristano, così come in altre parti d’Italia, ho avuto modo di constatare quello che ha poi enunciato Fabrizio Barca in modo mirabile: la cittadinanza sa molte più cose di quella che si chiama classe dirigente, e, presto o tardi, il modello sociale ed economico, e quindi politico, cambierà. Inevitabilmente. Senza rivoluzioni.

Perchè si può vivere senza farsi abbindolare da chi chiede soldi per corsi di formazione che mai farà, da chi paga consulenti per NON realizzare i progetti, da chi intasca risorse pubbliche per elemosine elettorali e mantenimento dei propri affiliati locali. Un’altra vita è possibile: finalmente condotta ed indirizzata dalla partecipazione dei cittadini, della lealtà degli interessi e dei valori della comunità locale, e dai principi del diritto e da modelli di giustizia sociale condivisa.
Così come voleva Eleonora d’Arborea, “giudichessa insigne per armi e per leggi civili penali e rurali“, che, raccolte nella Carta de Logu, o codice del Regno, costituiscono un singolare documento di sapienza legislatrice della Sardegna medievale.

Parliamo allora della formazione politica all’interno di un partito.
Lancio subito una provocazione.
Che si risponda subito ad una domanda sul perchè si fa formazione politica di Sinistra all’interno di un partito.
Si fa per formare classe dirigente? Anche.
Si fa per vincere le elezioni? Anche.
Si fa sopratutto, secondo me, per un partito che sia strumento di trasformazione sociale, comunitaria ed individuale. Il partito non è un luogo di aggregazione sociale. Cerchiamo di eliminare il concetto di partito liquido, spazio di discussione, di campo di idee, di casa per sentirsi a casa. Niente di tutto questo.
Una scuola non è uno spazio. Una palestra non è uno spazio. Un hub areoportuale (sono queste le metafore più seguite) non è uno spazio. Una biblioteca non è uno spazio. Sono strutture sociali e strumenti umani che perseguono funzioni.

Per me è un partito è un soggetto politico. Ma questo non è un concetto di moda, anche se tornerà presto ad esserlo, secondo me. E’ il principale soggetto politico della società e la principale forma di raccordo tra Ente pubblico e società, non per l’occupazione dell’ente pubblico, non per assicurare posti di lavoro o privilegi, ma per fare in modo che l’ente pubblico promuova e tuteli interessi e valori della nostra componente sociale. La classe sociale dei dipendenti dal salario di lavoro e di attività professionale individuale, e di attività lavorative imprenditoriali sottoposte ad alto rischio di insolvenza creditizia. Noi non siamo LA SOCIETA’. Siamo una parte di una società complessa e sin troppo lacerata e frazionata, devastata da individualismi egoistici e narcisisti.

La formazione politica deve essere riflessiva – deve riflettere sul reale – partecipata, organizzata, orientata verso scopi, deliberativa. La riflessione, il confronto, l’elaborazione di contenuti deve sempre condurre ad una sintesi nella quale il singolo partecipante constati un’utilità percepita.

Deve basarsi su modelli di empowering. Deve promuovere, accrescere motivazioni, capacità, opportunità per tutti i partecipanti, e non essere orientata a formare leadership o gruppi chiusi. In un partito non svolgiamo attività di un club, di gruppi di pressione o lobbying, e non formiamo inner circle, “cerchi magici” locali: patologie ed anomalie presenti, ed è un grave danno, in tutte le altre forme di associazionismo. Per quello politico è letale.
Fabrizio Barca ha identificato gli assi di lavoro di un partito politico. Li riassumo qui.

1. Formazione della cultura politica e delle politiche
2. Partecipazione, deliberazione e sperimentazione
3. Valutazione e pressione sull’azione pubblica
4. Comunicazione
5. Campagna elettorale
Sono componenti di un lavoro e vanno svolti in sequenza. Ora vedo solo campagna elettorale. E mi auguro che si riparta invece dal primo punto.

Secondo Barca “è possibile immaginare un Pd che realizzi una diffusa mobilitazione cognitiva , schierando i cinque, connessi assi di lavoro ora discussi, per realizzare azioni che vedano protagonisti sia i propri circoli, sia il mondo esterno delle associazioni caparbiamente indipendenti, dei sindacati e dei comitati”.
Questo sì, sarebbe un vero partito politico della Sinistra. Ma è ancora tutto da iniziare.

Qualche consiglio sui temi. La cultura politica nasce dalla riflessione sulle domande che pone la società. Come trovare un lavoro? Perchè non c’è lavoro? Certo. Sono domande importanti. Ma per rispondere in modo efficace credo dovremo porcene altre. Quelle inerenti alla nostra società. A livello famigliare, locale, regionale, nazionale, europeo. Dobbiamo riflettere e rispondere a più livelli. Dobbiamo imparare a dipanare la complessità: con pazienza e attenzione.
Non guardate troppo al passato, se non per conservare forti valori. La pace, l’uguaglianza dei diritti, delle capacità e delle opportunità, il lavoro, la libertà sociale ed individuale.

Il vero leader è oggi chi sa servire, chi sa aggregare, chi permette la creazione, l’organizzazione, la gestione positiva di comunità che sappiano rispondere alle cinque sfide del presente che Ulrich Beck ha sintetizzato nel suo “La società del rischio“: la globalizzazione, l’individualizzazione, la rivoluzione dei generi, la sottoccupazione, i rischi globali : la fragilità del mercato finanziario globale ed il nuovo rapporto tra umanità e territorio che proviene dal cambiamento climatico e dall’urbanizzazione selvaggia (non si può più usare il suolo come fonte di reddito predatorio). Ed ogni territorio italiano conosce la devastante urgenza di quest’ultima questione.
Fare politica è un lavoro, che deve trovare il suo equo sostentamento, di impegno civile. Dove i concetti di stato e mercato del ‘900 falliscono, là dove la politica degli accordi sottobanco e l’individualismo estremo fanno a pezzi la gente e la sprofondano nella depressione (o nella povertà) una luce di speranza si accende nell’organizzarsi di iniziative per l’impegno civile e politico.
La politica potrebbe quindi portare alla formazione di veri e propri imprenditori e lavoratori del bene comune. Sono quelli che ci servono per gestire lo sviluppo del lavoro di impegno civile. Dove non arrivano stato e mercato possono arrivare individui con l’attitudine pragmatica a spingere gli altri a fare centinaia di cose utili, preziose, gradite e applaudite. Assistenza e servizio non significano necessariamente burocrazia, leggi o noia. Ulrick Beck sogna un annuncio economico così concepito: “cercasi vicino carismatico, pieno di fantasia, con voglia di sperimentare. Si offrono incentivo iniziale e finanziamenti di base. Compenso da concordare“.

Sono convinto che questo “sentirsi utili”, e non sfruttati e posti in stato di servitù, sia l’unica molla per far ripartire la nostra società e la nostra economia.

Buon lavoro a tutti.

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