Quando eravamo diversi

Elezioni1975

di Celeste INGRAO

Oggi è giorno di elezioni ed è meglio evitare polemiche. Ci può stare, invece, un piccolo ricordo dei giorni elettorali di tempi lontani. Non per cedere a una vena nostalgica, che non è di nostalgia che abbiamo bisogno, ma di idee per il futuro. Diciamo allora che è solo un pezzettino di storia, quella storia “minore” che noi vecchi possiamo e dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni.

Prima Repubblica. Quando eravamo “diversi”, eravamo orgogliosi di essere “diversi” e non aspiravamo affatto a diventare un paese normale. Eravamo diversi perché avevamo (o credevamo di avere) i comunisti migliori del mondo e anche perché da noi tutti andavano a votare – mica come in America! E per noi – i diversi tra i diversi, i “compagni”, i militanti – il giorno delle elezioni era un giorno specialissimo, un giorno di festa. Si votava quasi sempre a primavera e io qui a Roma ricordo sempre giorni di sole. Qualche volta, per certo, avrà anche piovuto, ma io ricordo solo il sole. E le bandiere, i soldatini giovani davanti alle scuole.

I seggi venivano composti con criteri apertamente spartitori: ogni partito mandava i suoi. Fare lo scrutatore era comunque un ruolo “nobile”: avevi un compito istituzionale importante e dovevi essere assolutamente preparato e conoscere a menadito le norme elettorali. Mia mamma – che finché le forze glielo hanno consentito non ha mai mancato un’elezione – era orgogliosissima di fare la scrutatrice e mai avrebbe accettato di essere “degradata” a rappresentante di lista.

Nella sezione dove ho militato per tanti anni ci si vantava di riuscire a mettere uno scrutatore e due rappresentanti di lista in ogni seggio. Tanto spiegamento di forze non serviva in realtà quasi a niente, perché, almeno da quando ricordo io, i casi di brogli erano inesistenti e anche le contestazioni rarissime. Ma era – appunto – una prova di forza: il grande PCI che mostrava all’Italia la sua mitica organizzazione.

Il compenso percepito dagli scrutatori veniva rigorosamente versato alla sezione – impensabile tenerselo per sé. In compenso la sezione forniva il pranzo e il caffè. Tutto preparato in casa, da una schiera di compagne (la parità di genere era dichiarata ma ancora lontana) che confezionavano cestini e riempivano termos. Alla consegna dei cestini provvedevano le “staffette”, ragazze e ragazzi della federazione giovanile, troppo giovani per far parte dei seggi. In genere si usavano staffette diverse per scrutatori e rappresentanti di lista, perché c’era questa idea vagamente cospiratoria che gli scrutatori dovessero restare “coperti”, senza palesare la loro appartenenza (che comunque in genere veniva subito individuata) per mantenere maggiore autorevolezza.
Il ruolo delle staffette diventava fondamentale in fase di scrutinio. Via via che lo spoglio procedeva dovevano fare il giro dei seggi e farsi dare dai rappresentanti di lista i risultati, prima parziali e poi definitivi, da portare in sezione. Tenete presente che erano tempi in cui tutto veniva fatto a mano: carta e penna e al massimo una Divisumma. Non c’erano computer, sondaggi, exit poll e proiezioni e i risultati venivano calcolati e comunicati dal Ministero dell’Interno con proverbiale inefficienza e spaventosi ritardi.

Il PCI però aveva una sua struttura parallela di uffici elettorali a tutti i livelli (sezione, federazione, centro) che funzionava assai meglio e regolarmente batteva il ministero per velocità e accuratezza. Avevamo anche i nostri seggi campione, da cui qualche compagno mago della statistica riusciva a predire l’esito finale con buona approssimazione.
Sulle pareti della sezione erano affissi degli enormi tabelloni in cui venivano ricopiati i risultati seggio per seggio. Solo per prepararli, in bella scrittura, con tutti i simboli dei partiti e con i risultati precedenti per fare i confronti, servivano giorni e giorni di lavoro.
L’ufficio elettorale di sezione era composto da alcuni compagni super esperti e super precisi: si chiudevano in una stanza ed era vietatissimo disturbarli. Solo ogni tanto si affacciava qualcuno a comunicare l’andamento ai compagni in attesa. E i compagni in attesa erano tanti: anche chi frequentava poco non poteva mancare di trascorrere il pomeriggio/sera del lunedì (si votava sempre su due giornate) in sezione. Poi a un certo punto, quando il lavoro “locale” era finito o quasi, ci si spostava tutti sotto Botteghe Oscure.
A Botteghe Oscure un altoparlante trasmetteva i dati nazionali man mano che arrivavano. Ed eravamo tutti abili nell’interpretarli: sapevamo, ad esempio, che bisognava diffidare dei primi risultati perché le efficientissime regioni rosse mandavano i loro dati prima del sud, e il sud avrebbe inesorabilmente peggiorato la situazione.
Si aspettava fino a notte fonda, si cantava, si commentava, si discuteva. Quando andava bene (sì, a volte andava anche bene) si affacciavano i dirigenti dal balcone, a volte usciva un’edizione straordinaria dell’Unità e si tornava a casa strombazzando a tutto clacson per la città.
Altrimenti si tornava a casa mogi mogi, ma già pronti alle interminabili assemblee sull’analisi del voto che avrebbero occupato tutto il mese successivo con discussioni roventi e appassionate (amici e compagni del PD, quante ne avete fatte dopo le ultime elezioni?).

Nota finale. E’ quasi un’ora che scrivo e ancora non sono andata a votare; lo farò nel pomeriggio. Impensabile un tempo: a votare si doveva andare la mattina presto, perché … non si sa mai cosa potrebbe accadere.

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Un pensiero su &Idquo;Quando eravamo diversi

  1. Sono stato funzionario del PCI per otto anni dal 1976 fino al 1984 e quello che hai scritto è proprio vero. Mi hai fatto rivivere un passato sbiadito ma felice nel ricordarlo. Scrivi cos’erano le feste de l’Unita’ altro pezzo di vita che nessuno può immaginare se non vissuto dal di dentro. Capisco che il mondo cambia, che i valori cambiano e pure le esigenze, ma non mi riconosco nelle cose che esprimono questi ….. Dirigenti del PD, pensavo di non morire democristiano mi auguro di non morire Renziano

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