Le Scuderie, la Salerno di Civati

civati

di Nino CHILLEMI

Settant’anni fa, nella primavera del ‘44, al teatro Modernissimo di Salerno si consumò un passaggio cruciale, che avrebbe cambiato la storia del Partito Comunista, ma soprattutto della Sinistra italiana. Togliatti, appena sbarcato in Italia dopo quasi venti anni di assenza forzata, passati prevalentemente a Mosca, ma anche in Francia e in Spagna, pronunciò un discorso dopo il quale niente sarebbe stato più come prima. I socialisti e gli azionisti per mesi si erano rifiutati di entrare nel governo Badoglio perché non disponibili a trattare con la Corona, ma la “bomba Ercoli” spazzò via quello scenario, spostando la questione istituzionale ad un momento successivo alla fine del conflitto, e portando tutte le forze del C.L.N a collaborare col governo.

Le conseguenze di quella che è viene ricordata come “la svolta di Salerno” andarono però ben oltre la questione contingente della collaborazione con Badoglio: quella fu la fine del partito massimalista nato nel ’21, e il primo passo di un nuovo corso che avrebbe portato il PCI a diventare una cosa ben diversa dal soggetto nato a Livorno sotto la guida di Bordiga.

Dopo la guerra il PCI partecipò da protagonista al referendum che abolì la monarchia, alle contestuali elezioni per l’assemblea costituente, alla stesura della Carta Costituzionale (tra l’altro controfirmata dal comunista Umberto Terracini, presidente dell’assemblea), e di fatto accettò la democrazia parlamentare abbandonando (o quantomeno rimandando a data da destinarsi) qualsiasi velleità rivoluzionaria.

Erano tempi molto diversi da questi, c’era il centralismo democratico, il dibattito interno poteva anche essere acceso, ma all’esterno il partito si presentava come un monolite, senza spazio per pubblici dissensi. In realtà la base era meno compatta di quanto apparisse: l’ala operista più dura che aveva combattuto in montagna e che aveva come punti di riferimento il potente responsabile dell’organizzazione Pietro Secchia (il quale approvò la svolta, ma non le conseguenze di essa negli anni a venire) e il comandante partigiano Cino Moscatelli non era certo entusiasta del cambio di rotta in direzione governativa-istituzionale realizzato da un Togliatti che iniziava a “parlare” al ceto medio, e avrebbe a breve continuato a farlo, chiamando vicino a sé il figlio del liberale Amendola, il nipote di Giolitti e il figlio dell’avvocato e parlamentare sassarese Berlinguer piuttosto che i compagni più attivi nel periodo della clandestinità.

All’indomani della guerra il PCI era un partito bifronte: se da un lato la dirigenza e una fetta sempre più larga dei militanti accettavano il gioco democratico (anche quando si rivelava perdente nelle urne), dall’altro tanti vecchi partigiani continuavano a nascondere in casa o in fabbrica le armi in attesa messianica di un’ ”ora x” che prima o poi sarebbe dovuta arrivare
.

In realtà non sarebbe mai giunta, ma questo all’epoca non era prevedibile, e gli stessi vertici del partito non scoraggiarono questo retropensiero dei più intransigenti, sia per non perderli nella loro qualità di militanti ed elettori, sia perché sarebbe potuta scattare davvero, e non tanto per una iniziativa “offensiva”, quanto per difesa da un’eventuale repressione voluta o avallata dal blocco occidentale. Effettivamente, intesa in questa seconda accezione, nel corso dei decenni l’”ora X” fu molto prossima in almeno un paio di circostanze: l’attentato a Togliatti nel ’48, che creò disordini non degenerati molto più per la responsabilità dimostrata da Longo e dagli altri dirigenti del PCI che per la mitizzata impresa di Bartali al Tour de France (secondo la leggenda caldeggiata da De Gasperi in persona la sera prima in una telefonata a Ginettaccio), il Piano Solo ai tempi della presidenza Segni, e il fallito golpe Borghese nel ’70 (anni addietro i compagni più grandi provenienti dal PSIUP in sezione raccontavano a noi della Sinistra Giovanile che quella notte ricevettero una telefonata da Roma in seguito alla quale, per precauzione, bruciarono i moduli delle tessere e passarono la notte sulle colline circostanti) sono i principali casi conosciuti. Fu prossima, si diceva, ma non arrivò mai.

Ora, si parva licet componere magnis, avendo ben presente la differenza che passa tra la Storia con la “S” maiuscola e la cronaca politica, l’assemblea tenutasi a Bologna, il 23 febbraio scorso, presso Le Scuderie di Piazza Verdi, a ridosso del dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Renzi potrebbe essere considerata una sorta di “Salerno civatiana”, una snodo fondamentale per un area politica che per sua natura ha sempre guardato con attenzione anche a quello che si muove al di là del confine sinistro del PD.

Nei 400.000 voti raccolti alle primarie dell’8 dicembre c’è un po’ di tutto, dall’iscritto al PD che sceglie in base al contenuto della mozione, al quasi ex-militante che vede in Civati l’ultima speranza per lavare l’onta dei 101 accoltellatori di Prodi; dai “nativi civatiani” che hanno iniziato ad avvicinarsi alla politica con Pippo, all’elettorato di confine con Grillo o con SEL, o all’indeciso che lo ha scelto dopo il confronto su SKY.

Una moltitudine certamente meno numerosa e meno ideologizzata rispetto al popolo del PCI di un tempo, ma per certi versi non meno composita, fisiologicamente destinata ad assottigliarsi (almeno temporaneamente) al primo bivio che si sarebbe presentato davanti a Civati dopo il congresso.

Il “bivio” è arrivato presto, ed è stato subito chiaro che la scelta non sarebbe stata indolore: il dissidente che era uscito dall’aula al momento della prima fiducia a Letta in polemica con la scelta di governare col Pdl si ritrova di fronte a un nuovo governo con lo stesso schema politico, ma stavolta guidato nientemeno che dal segretario neoeletto con 1.800.000 voti. Come comportarsi? Fare il realista come Togliatti, considerare il nuovo governo come fosse quello di Badoglio (pur senza entrarci direttamente), cercare di far eleggere i propri candidati a Strasburgo dando un contributo alla lista del partito come se si trattasse di partecipare al sistema parlamentare nel dopoguerra, oppure proseguire la lotta senza compromessi, lasciando il PD come i partigiani più intransigenti avrebbero abbandonato la via dell’intesa coi partiti borghesi? La storia ci dice che il Migliore fu consigliato da Stalin (e la strada era in linea col frontismo all’epoca adottato dal Comintern in tutta Europa), Pippo invece, da vero leader orizzontale, ha consultato la base, lasciando che fosse questa a decidere in ultima istanza, ed in entrambi i casi la prudenza ha finito col prevalere sulla via conflittuale.

I contrari alla scelta compiuta a Bologna però, essendo mutati i tempi, non hanno inghiottito in silenzio: alcuni sostenitori si sono allontanati, altri, pur non avendo mai abbracciato fino in fondo la causa, hanno accusato il deputato monzese di tradimento, altri ancora (non pochi), pur manifestando apertamente le proprie perplessità, sono rimasti, ma sono in attesa dell’”ora X”, e hanno momentaneamente riposto i propositi autonomisti, esattamente come i partigiani alla fine della guerra avevano messo in sicurezza i fucili nascondendoli in casa o in fabbrica con la prospettiva di rispolverarli al momento propizio.

Come settanta anni fa per i fatti di cui sopra, anche in questo caso, all’inizio del cammino, non è dato di sapere se l’”ora X” arriverà mai; il risultato complessivo del PD e quello dei candidati dell’area alle europee (entrambi sopra le aspettative, 41% per il partito e ben quattro civatiani eletti) fanno pensare che in ogni caso non sia vicinissima, e, proprio come allora, la sensazione è che, se dovesse scattare, sarebbe non tanto per un proposito “offensivo”, quanto per difesa nei confronti di un partito che dovesse soffocare il dissenso interno, o prendere una strada manifestamente incompatibile coi contenuti della mozione presentata dal nostro a iscritti ed elettori nell’autunno scorso.

L’augurio migliore che si possa fare all’area formatasi attorno a Pippo, è che nel tempo possa crescere politicamente e numericamente e avere dentro il PD la stessa importanza che il PCI ha avuto all’interno delle istituzioni nei primi quarant’anni di storia repubblicana, arrivando a essere maggioritaria o quasi, ma senza subire (e non ce ne sarebbe ragione, soprattutto in un partito scalabile tramite primarie aperte) la conventio ad excludendum che impedì ai comunisti di guidare il Paese.

E che, in ogni caso, il variegato popolo civatiano resti unito attorno ai valori sintetizzati nelle settanta pagine del documento congressuale, che, indipendentemente dal contenitore dentro il quale si trovino, sono un piccolo patrimonio per la Sinistra dei giorni nostri.
L’intervento conclusivo dell’ on. Giuseppe Civati il 23 febbraio 2014 alle Scuderie di Piazza Verdi – Bologna

(immagine dal web)

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