Res Publica

hands

di Massimo RIBAUDO

Non si può fare politica, cultura, azione sociale soltanto resistendo, come una diga, al flusso degli eventi.
Ha ragione Walter Siti: “Resistere non serve a niente“.
Al meccanismo economico e sociale che privatizza le vite umane, che fa delle informazioni, dei servizi alla persona – anche i più essenziali e necessari – e delle capacità relazionali una merce di scambio, che fa dell’esistenza umana una scommessa da vincere o perdere in base alla situazione famigliare e di nascita è inutile opporsi con ragioni e metodi del passato.

Vogliamo più cultura e più possibilità. Uguali possibilità“.
Ci rispondono, sorridendo beffardi, che abbiamo Internet.
Poco importa che senza le basi del gusto, dell’estetica, del discorso, del ragionamento, della grammatica, della sintassi, della logica – gli elementi di una coscienza e conoscenza umana che i primi anni scolastici e ottimi docenti ti offrono – questa immensa mediateca non sia fruibile.

Lo sarà per chi si può permettere quei docenti, quei metodi, quelle aule, quei tempi che servono ad apprendere, ad “imparare ad imparare”. E poi, per scalare società e guadagnare sui fallimenti in Borsa, non serve cultura e capacità. Basta un buon algoritmo matematico.

Il futuro migliore è per chi già lo possiede: non per chi ha un contratto che scade fra sei mesi ed è prigioniero dei tempi degli altri. Per chi può seguire o far seguire  il percorso scolastico e sociale dei propri figli. E’ per l’upper class. Sempre con meno partecipanti, sempre più upper ed invisibile.

La ricchezza di pochi determinerà il benessere di molti, ci hanno detto.
Come abbiamo fatto a crederci, resta un grande mistero, ma ci hanno creduto in molti. La Sinistra politica in tutto l’Occidente si è solo limitata a limitare i danni, a cercare accordi al ribasso con il modello neoliberista. I leader populisti, invece, sono oggi la più grande stampella, e potremmo dire “il bastone”, del mercantilismo finanziario globale, che ha dimostrato tutta il suo fallimento, eppure si dimostra ancora egemonico nelle politiche governative. Infatti, è quantomeno paradossale che Beppe Grillo – sì, l’autoproclamatosi erede di Enrico Berlinguer – voglia allearsi con il leader britannico dell’Ukip che è il più acceso fanatico sostenitore di questo modello economico. Sembra più un erede di Almirante, in effetti.

Resistere, non serve a niente. Si deve agire e reagire. Come si è fatto settanta anni fa quando l’Italia scelse la Repubblica con un referendum al quale partecipò il 90% degli aventi diritto al voto. Come si è fatto tre anni fa, nei giorni del referendum del 12 e 13 giugno 2011, per l’acqua bene comune, per l’ambiente italiano bene comune, per le strategie energetiche bene comune, per la giustizia bene comune e non vantaggio dei singoli.

Continuare a chiedere, a pretendere: come fa Carlo Petrini per il suo progetto “Terra Madre“. Il nostro cibo è bene comune, la terra lo è, il sapore e la qualità degli alimenti che non può essere assoggettato a logiche unificanti imposte dai mercati.

La scienza medica, gli psicanalisti gli epidemiologi affermano che la salute fisica e mentale dipendono dalle condizioni socio-ambientali che determinano la qualità della vita. E’ stato un concetto che ha creato il welfare moderno e che è stato abbandonato perchè lo Stato non poteva più gestirlo da solo. E questo era ed è vero. (Anche se, salvare banche e finanziare azioni militari senza una strategia di democratizzazione e civilizzazione efficace costano molto di più del settore pubblico sanitario e scolastico). In ogni caso il welfare, lo stato sociale del benessere collettivo non doveva essere lasciato al mero interesse privato, per la felicità di assicurazioni e imprese farmaceutiche.

Esiste quindi una rivoluzione dei “beni comuni”, come afferma Paolo Cacciari nel suo interessante articolo su LEFT del 31 maggio 2014.

Una rivoluzione che ha in economisti quali il Nobel Elinor Ostrom e David Bollier e in giuristi italiani come Paolo Maddalena, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Ugo Mattei, i propri alfieri.

Una rivoluzione che non afferma che la proprietà privata sia un furto. Lo è l’appropriazione del bene collettivo a fini mercantili e speculativi. Lo è il tentivo di far sparire la biodiversità. Lo è il privatizzare interi settori di vita umana.

Più Mercato, più Stato, più Società. Sopratutto, più Società.
Dobbiamo lavorare tutti per generare modelli di vita non basati su winners e losers, ma su legami sociali solidali, fiduciari, cooperativi: sottraendo alla disponibilità del mercato quei beni e servizi che la collettività considera indispensabili e funzionali alla realizzazione dei diritti fondamentali delle persone, al buon vivere di ciascuno e di tutti (res communes omnia).

I beni comuni costituiscono quel tessuto primario che consente la rigenerazione della vita: the life’s support system.

Ma non basta, per tutelarli e renderli fruibili nel tempo per noi e le generazioni future la sola spinta, pur fondamentale, “dal basso”.
Vi devono essere un diritto, una politica, un modello economico riconosciuto e valorizzato da classi dirigenti consapevoli e lealmente dedicate al patrimonio dei beni comuni che tutelino l’azione sociale creativa ed autonoma dei cittadini. Che eliminino, o quantomeno contengano, i profitti da speculazioni sulle rendite fondiarie, e privilegi un utilizzo sociale dell’ambiente umano.

E’ questo il senso degli incontri al Festival dell’Economia in corso a Trento, fino al 2 Giugno, incentrati su “Classi dirigenti, Crescita e Bene Comune”.

Qui, l’importante sessione su “Come selezionare e retribuire i politici” con l’intervento dell’On. Giuseppe Civati.

Sindacati, partiti, politici, giuristi, economisti, amministratori pubblici devono dedicare i loro sforzi a comporre interessi e ragioni dell’impresa privata, di quella sociale e dell’azione mutualistica per un utilizzo compatibile delle risorse in termini di profitto e lavoro. Sopratutto nei tempi della globalizzazione e delle migrazioni di massa.

Avendo sempre come punto di riferimento – come fine e non come mezzo – l’umanità intesa in senso reale, visibile, concreto, storico.

Ciò che è interesse di tutti, e non soltanto del singolo, e che è protetto da un’autorità creativa di emancipazione e progresso umano – e non oppressiva e vorace – in latino ha un bel nome : “Res Publica“.

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