Siamo Stato NOI

siamostato

 

di Ivana FABRIS

Caro Andrea, leggo ciò che hai scritto ieri e mi ritrovo a riflettere, come ogni qualvolta mi accade quando tu affronti una tematica, perchè lo fai senza aver paura delle parole, senza timore di affondare la lama in ciò che fa più male, quasi volessi ripulire e ricruentare i lembi di una ferita che non riesce a cicatrizzare perchè infetta.
Effettivamente sei un buon medico poichè tutto il tuo agire mira al bene del paziente, solo ed esclusivamente a quello, e colgo nel tuo sentire che, in un certo senso, da un lato ti arrabbi perchè quella lesione sia stata lasciata suppurare mettendo a repentaglio la vita del paziente stesso e dall’altro ti dispiaccia perchè sai che per arrivare alla guarigione dovrai far soffrire ancora il malato, facendo sanguinare nuovamente la ferita.

Dopo averci riflettuto lungamente, mi accingo a risponderti perchè la tua analisi, Andrea, malgrado sia più che condivisibile in larga parte anche da me, la sento mancante di un elemento fondamentale all’assunzione di responsabilità -peraltro doverosa- da parte di ognuno di noi: i perchè.

Sì, i perchè, quelli, proprio quelli che ci sono sempre e che non sono elementi scissi e distanti da noi. Anzi.
Le motivazioni per cui accadono le cose servono non a giustificare, a “scusare”, ad alimentare colpevolmente il lassismo di cui siamo circondati, bensì a spiegare e quindi a trovare il bandolo da cui dipanare la matassa per ripartire. Ripartire e ricostruire.

Sono sempre stata fermamente convinta che noi siamo il nostro passato e lo siamo in tutto, in ogni ambito delle relazioni e dei comportamenti umani, sociali e non.
Siamo stati figli di qualcuno, nipoti di qualcuno, genitori di qualcuno, amici di qualcuno. Siamo appartenenza.

Appartenere è una parola bellissima, per me, perchè è fortemente evocativa, perchè ogni volta che mi sento appartenere a qualcosa o a qualcuno, mi ricordo chi io sia.

Ma dimmi, Andrea, nel dire “sono Italiano”, sentiamo tutti allo stesso modo cosa significhi appartenere a questo Paese?
Penso che, sia io sia tu, possiamo serenamente rispondere di no a questa domanda.

Nulla avviene a caso, però, e credo che tu possa capirmi esattamente come vorrei, dicendoti che ogni qualvolta metto un seme a germogliare o metto a dimora una pianta, nel farlo io sia consapevole che debba prendermi cura di alcuni aspetti fondamentali perchè quel seme, o quella pianta, si sviluppino al meglio e perchè possano produrre copiosamente fiori bellissimi o frutti sani.
Le condizioni ambientali, tutte, fanno sempre la differenza, insieme alla mia conoscenza delle tecniche e delle buone pratiche agronomiche, ma la fanno soprattutto se io per prima sono consapevole delle finalità per le quali abbia seminato o piantato.

Ebbene, se penso alla storia di questo nostro amato e quasi detestato Paese, io non sento che quelle cure e quelle pratiche, siano state utilizzate così come sarebbe stato necessario.
Siamo un popolo senza un passato che ci ricordi chi siamo stati, che ci ricordi a chi siamo appartenuti se non l’essere stati divisi e frammentati per secoli e secoli, sfruttati da governi (tanti, troppi) che, sia dapprima dell’Unità sia dopo, non hanno fatto altro che abusare delle loro popolazioni e depredare i territori, impedendo quasi sin dalle origini, che si formasse quel senso di appartenenza con ciò che determina a livello culturale e antropologico nel processo di acquisizione responsabile e valoriale.

Ma non solo. Prova a pensare, Andrea, a quanto diverse siano le nostre origini anche riflettendo, non solo sulla secolare frammentazione che ci ha caratterizzato, ma anche su chi ci ha governato ed anche dominato.
Il sud e la Sicilia in mano a francesi e spagnoli, il centro Italia sotto il dominio dello Stato Pontificio e al Granducato di Toscana, il nord (con la Sardegna) in mano ai Savoia, da un lato, e agli Austriaci dall’altro. Superfluo sottolineare l’evidenza di tutte quelle differenze culturali in un Paese come il nostro, per giunta alquanto particolare, morfologicamente parlando, e con quanto ne consegue.

Non solo con il malgoverno ma anche in ogni dominazione, inoltre, si crea un’osmosi per la quale, nel subire la presenza di un invasore, si verificano passaggi di elementi culturali su larga scala e se l’esposizione a questi passaggi si protrae per lungo tempo, si determina comunque un cambiamento, una sorta di strutturazione del messaggio passato che diviene patrimonio culturale futuro di un’intera popolazione.

Parallelamente a quanto sopra, mi viene anche in mente quanto senta ripetutamente citare da molti, come fulgido esempio di comunità, la realtà di paesi scandinavi come la Svezia.
Curioso, che lo si faccia perchè chi si riferisce a quel modello, il più delle volte della storia di quella nazione non sa praticamente nulla.

Non sa, ad esempio, che fino alla seconda metà dell’800, la Svezia era al 90% un Paese la cui società era prevalentemente agricola, tanto che solo il 10% degli svedesi risiedeva nelle città; non sa che sono state le riforme agricole a consentire un aumento rapido della produttività e, in conseguenza a questo, a generare un aumento della popolazione e quindi anche la domanda sia di prodotti agricoli sia di prodotti industriali che hanno consentito, a loro volta, di promuovere la crescita e il benessere economici.

Non sa che sin da quel tempo fu attuata la riforma della scuola elementare che ha consentito, a differenza di quanto accadeva in questo nostro Paese nello stesso periodo, di diffondere conoscenza, capacità di pensiero e che, per come la vedo io, significa anche evoluzione, miglioramento delle qualità della vita dei singoli, significa minor possibilità di sfruttamento, significa avere a fianco a sè, uno Stato che non ti utilizza, che non abusa del suo potere ma che ti è amico, ti accoglie e ti protegge, ti permette di sentire di appartenergli.
Non sa che che ancor oggi la Svezia ha il più elevato livello di istruzione, con quello che comporta, specie se combinato a quanto ho appena descritto.

Ma la cosa ancor più rilevante, ai miei occhi, è che non sa che il welfare svedese, più di ogni altro, si è sviluppato, via via, su un carattere universalistico in cui la protezione sociale costituisce un diritto di cittadinanza: io, Stato, ti proteggo socialmente perchè tu sei un mio cittadino, ti riconosco (e rispetto) come individuo per diritto di nascita.
In Italia, invece, il welfare è di tipo occupazionale: ti proteggo nella misura in cui tu produci e lo faccio in base alla tua posizione lavorativa.
Credo che anche tu, Andrea, dal punto di vista delle conseguenze che si ingenerano a livello antropologico, possa rilevare le differenze salienti tra questi due sistemi.

Pensa solo ai particolarismi che possono derivare e che sono derivati in così tanti decenni di questo approccio dal punto di vista umano, qui a casa nostra.
Per ogni singolo abitante di questa nostra nazione, il proprio valore, la propria appartenenza è di tipo utilitaristico: appartengo a questo Stato solo in virtù di quanto gli rendo.
Se non lede e affossa tutto questo, il concetto di noi, di cosa comune, dell’essere e appartenere ad una comunità, non so cos’altro possa.
Lo Stato, così come lo percepisce l’Italiano, sfrutta e divide, crea differenziazioni alquanto perverse e penalizzanti l’evoluzione dei singoli, impedisce loro di trasformarsi in comunità e sempre per il solito principio: divide et impera.

In Italia il welfare assume caratteri di assitenzialismo che, persino il Sindacato Italiano ha dovuto, per pragmatismo credo, in qualche modo accettare nel computo dei costi/benefici. Altro non era possibile vista anche l’ingerenza della Chiesa nella vita del Paese.
Inoltre sappiamo bene cosa significhi vivere in uno Stato che dell’assistenzialismo ha fatto la sua ragione: laddove esista questo stato di cose, si va a creare una forte dipendenza della massa, viene esercitato un forte controllo attraverso un opprimente potere ricattatorio.
Ogni singolo Italiano si percepisce, in questa dinamica, non come parte attiva e partecipativa alla vita del Paese, ma come entità totalmente passiva. É, in pratica, solo l’ingranaggio di un meccanismo che non riconosce come essenziale e, a sua stessa volta, lo sfrutta a proprio piacimento.

Su queste basi, infine, non si genera emancipazione. Si impedisce il pensiero critico e libero proprio perchè fintanto che hai dei bisogni da soddisfare, dovrai dipendere sempre da una sorta di concessione, da qualcosa che in qualche maniera, più o meno velatamente, attinge al principio della carità cristiana, più che al diritto come dovrebbe.
Su queste basi, nessun uomo è libero. Libero di pensare ed agire di conseguenza.

Certo, poi nella massa ci sono individui che hanno compreso autonomamente tutto ciò, ma che, allo stato attuale, non riescono a diventare essi stessi massa critica rispetto all’intera popolazione e ad imprimere un moto differente all’intero Paese, proprio per le dinamiche e i meccanismi che ho esposto più sopra.
A questo punto, Andrea, tu dirai che non c’è speranza, se questa è la costruzione. E ancora una volta, invece, io mi sento di dirti che la speranza c’è, che esiste un’alternativa che potrebbe fare la differenza.
Quale? Noi. Siamo ancora noi.

Noi che siamo consapevoli. Noi che ci confrontiamo e discutiamo qui e altrove.
Noi che ci facciamo portatori, dal basso, di visioni diverse. Noi che attraverso il riappropriarci della buona politica possiamo generare movimenti.
Noi che vogliamo fortissimamente ricostruire. Noi che, malgrado il peggio che abbiamo visto, non crediamo che tutto sia perduto.
Noi che possiamo parlare delle nostre idee con altri come noi perchè comunque crediamo nell’Uomo.
Noi che, come diceva Che Guevara, non abbiamo mai dimenticato che “Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza” e che sappiamo che quella tenerezza a cui si riferiva il Che, origina dalla passione.
Noi che la passione non l’abbiamo mai perduta un solo giorno della nostra vita.
Noi che sappiamo di appartenere a qualcosa di più grande di una bandiera, di un leader o di un partito.

E basta questo, Andrea. Mi basta questo a farmi dire che già siamo Stato NOI.

 

(foto dal web)

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Un pensiero su &Idquo;Siamo Stato NOI

  1. Condivido moltissimo l’analisi “storica”: in un Paese sempre diviso, conquistato e dominato, nel quale l’unico episodio di unità nazionale (il fascismo) è finito così male, i cittadini faticano ad identificarsi con lo Stato. Un tempo si identificavano almeno con la loro “piccola patria”, la loro città; oggi, ben pochi vivono nella città dei propri avi e così l’appartenenza si “appanna”… forse proprio per questo, la Costituzione è stata costruita non su una appartenenza “passiva” e, in un certo senso, “accidentale” (lo “status” di cittadino italiano), ma su una “attiva”: quella di lavoratore, che contribuisce al benessere comune. Peccato che, come l’Autrice ha ben argomentato, questo ha portato a distorsioni che hanno impedito l’evolversi di un welfare favorevole all’emancipazione (penso, ad esempio, alla condizione delle donne non lavoratrici. O, per meglio dire: “lavoratrici non retribuite”…)

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