Enrico, uno di noi

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di Ivana FABRIS

Quell’anno la mia sezione era incaricata di lavorare per il Festival Nazionale de l’Unità, allo stand del Paese straniero ospite dello stesso Festival.
Lo stand includeva anche il ristorante che serviva le specialità di quella nazione. A lavorarci, oltre a noi volontari, c’erano dei veri e propri cuochi originari dello stesso paese, gente spassosissima e gustosa anche nella goliardia con cui ci ‘deliziavano’ a colpi di scherzi irripetibili, considerata la loro grevità, probabilmente un po’ accentuata anche dai fiumi di alcolici che scorrevano in cucina sin dalle 9 del mattino.

Si lavorava come matti, il caldo era intollerabile in quel settembre e, al solito, quando prende il via una simile macchina, alla messa in moto qualcosa non funziona. A noi si era rotta la lavastoviglie, anzi, non era proprio partita. Un delirio. Ricordo ancora con angoscia la montagna di piatti lavati in quei pochi giorni.
Eravamo sfatti dalla fatica e dal caldo, in quella enorme cucina che, a vedersi dall’interno, somigliava più alla cucina di un ristorante vero e proprio piuttosto che a ad una cucina “da campo” come tante se ne vedevano in quelle occasioni.

I giorni erano frenetici, non avevamo un istante di pace. Turnavamo più che si potesse ma, lo stesso, era un massacro.
C’era però un’idea che ci sosteneva, ossia che per la chiusura, durante la domenica conclusiva, sarebbe venuto il Segretario a tenere il suo discorso.
Molte volte, dallo sgabuzzino dei lavapiatti, e sempre nei momenti più critici della nostra stanchezza, d’improvviso partiva una voce nel caos di piatti, tegami e strilli dei cuochi che urlava: “Viva il Partito Comunista Italiano, di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer”.

Ecco, bastava quello slogan che subito anche sulle facce più stravolte si stampasse un sorriso e il lavoro riprendesse con più lena, con più leggerezza.
Poi, finalmente, arrivò la domenica che tanto aspettavamo.
Il fermento dei giorni precedenti era raddoppiato se non di più. Da tutta Italia, come di rito, erano arrivati migliaia di altri compagni e il Festival era affollatissimo.
Noi tutti non sapevamo come star dietro al flusso di richieste, non riuscivamo quasi a stare in piedi per la stanchezza accumulata. Ormai contavamo le ore che mancavano alla chiusura, non ne potevamo davvero più ed eravamo agli sgoccioli delle nostre riserve d’energia, quando ad un tratto tutta la cucina si fermò: dall’ingresso posteriore, accompagnato da altri due compagni del servizio d’ordine, era entrato lui. Era entrato Enrico Berlinguer.

L’immagine di quel piccolo uomo che varca la porta ed entra sorridendoci un po’ timidamente mi accompagnerà per tutta la vita. Non avevo il mito del Segretario, avevo invece una stima incommensurabile per la sua statura politica, per la sua capacità, per la pacatezza, per la determinazione e la consapevolezza che lo hanno sempre contraddistinto.
Trovarmelo di fronte, così, all’improvviso, mi fece quasi mancare la terra sotto ai piedi, non mi sembrava reale.
E non ero la sola da quanto vedevo stampato sulle facce dei miei compagni.

Lui doveva essere consapevole dell’effetto che ci faceva, tanto che senza nessuna fatica, con assoluta tranquillità e sempre con quel suo sorriso sul volto, ci disse: “Compagni, so che sto disturbando il vostro lavoro e vi chiedo scusa ma ci tenevo a conoscervi tutti e a ringraziarvi personalmente per lo sforzo che avete fatto in questi giorni“.
A quel punto eravamo ancora più basiti. Lui si scusava con noi (!) ma non solo. Chiese una sedia e ci disse di sederci un poco a parlare con lui.

Non ci pareva possibile. Parlare di persona con Enrico Berlinguer.
Ci sentivamo dei privilegiati, onorati della sua presenza così rispettosa. In fondo noi tutti pensavamo di essere solo dei minuscoli ingranaggi che lavoravano affinchè quel grande motore politico che era il PCI, potesse crescere e migliorare la vita del Paese.

In pochi istanti quella cucina, in cui comunque il lavoro procedeva anche se più a rilento e i piatti da lavare si accumulavano paurosamente, per noi non era più il Ristorante dove stavamo lavorando ma era il centro del mondo.
In pochi istanti ci sedemmo vicini a lui e iniziammo a parlare.

Con quel suo tono di voce pacato e rassicurante, volle sapere il nome di ciascuno di noi. Ad ognuno chiese di dove fosse, cosa facesse nella vita, quali fossero le sue aspirazioni. Ci ascoltava attento, era realmente interessato a noi.
Dopo aver sentito le nostre voci, una ad una, ci chiese cosa pensassimo del partito, ci chiese cosa ci aspettassimo, cosa ci mancava, quali fossero le nostre posizioni critiche, ammesso che le avessimo. La domanda causò un lieve imbarazzo ma poi ognuno cominciò a dire la sua e lui interagiva con noi con una semplicità e un’umiltà che non ho mai più visto in nessun politico italiano.
L’umanità che si percepiva nel suo stare insieme a noi, in quei momenti, andava oltre il Partito e mentre lo ascoltavo rispondere alle nostre argomentazioni, dicevo a me stessa che un uomo di sinistra, nonchè segretario di un grande partito come il nostro, non potesse che essere così.

Mentre parlavamo, lui ci guardava e quel suo sguardo ci trasmetteva fiducia. Lo sentivamo vicino, sapevamo di essere un’unica entità e sentivamo che lui non era il nostro “capo”, lui era uno di noi.
Ci spiegò quali fossero le sue preoccupazioni, ci disse quello che ci aspettava in quel passaggio storico, ci espose le difficoltà che avremmo incontrato e che lui stesso incontrava ma la cosa ancor più bella, fu che a conclusione del suo discorso, ci disse che non aveva timori, che si sentiva forte della nostra presenza, che noi tutti gli davamo la forza di andare avanti e che la speranza nel cambiamento l’aveva, che sapeva che tutti insieme avremmo potuto realizzarlo.

Dopo averci salutato stringendoci la mano ad uno ad uno, uscì dal ristorante.
Noi, ancora increduli, ci guardammo tutti in faccia, in un silenzio quasi surreale ma sul viso di tutti i miei compagni, io lessi una serenità e una gioia incredibili.
Riprendemmo il nostro lavoro frenetico ma con un entusiasmo che non credevamo più possibile, dopo tutti quei giorni, consapevoli di essere sulla strada giusta, di essere rappresentati, prima ancora che da un grande Segretario, da un grande Uomo di sinistra.

Ebbi modo di incontrarlo anche in altre occasioni, ma l’episodio che qui ho raccontato, mi rimarrà dentro per la vita per la semplicità e il calore umano che ci trasmise.

Quando se ne andò, quell’11 giugno 1984, ero a casa e non riuscivo ad allontanarmi dalla televisione per avere notizie.
Subito dopo che fu data la notizia ai telegiornali, mi chiamò una collega che sin dalle prime parole sentii disperata.
Tra le lacrime, mi disse: “Ivana…ci ha lasciati…adesso come faremo?”
Già…

 

(foto dal web)

 

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