Sinistra, diritti e ipocrisie

adozioni lgbt 2

 

di Sil Bi

Una cosa che considero davvero poco di sinistra, è affrontare le questioni più delicate che riguardano la società utilizzando il velo dell’ipocrisia per celare i conflitti.
Qualche giorno fa, sollecitato dagli organizzatori del Roma Pride e da alcuni attivisti democratici, il Presidente del Consiglio ha impegnato il suo governo a promuovere, “a settembre”, una legge sulle civil partnership, cioè le unioni civili per le coppie omosessuali.

Secondo il ddl che il Pd intende presentare, queste coppie avranno “gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie sposate”, tranne che per quanto riguarda l’adozione: sarà possibile, infatti, solo l’adozione dei figli naturali (o adottivi) di uno dei membri della coppia da parte dell’altro (la cosiddetta stepchild adoption).
Un primo aspetto problematico è la scelta di annunciare il provvedimento, ma di rinviarne il varo a dopo l’estate: è evidente l’intenzione di accontentare il mondo LGBT, che chiede conto a Renzi delle promesse da lui fatte in campagna elettorale e nelle prime settimane da Segretario del Pd, senza però mettere a rischio la stabilità del governo prima che esso abbia approvato i provvedimenti che stanno più a cuore al premier: su tutti, la legge elettorale.

Altro motivo di contraddizione è la scelta di creare un istituto giuridico che dà alle coppie gay “gli stessi diritti e doveri delle nozze”, ma senza chiamarsi tale. Qui, l’ipocrisia diventa lampante: la Costituzione, infatti, definisce la famiglia “società naturale fondata sul matrimonio, (…) ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (art. 29). Negare alle unioni omosessuali il nome di “matrimonio” significa, implicitamente, negare che quelle unioni fondino una famiglia.

Il sottosegretario Scalfarotto minimizza: “In sostanza quello che cambia è il nome, non i diritti. (…) In tanti sono in attesa di diritti concreti e non di vittorie di principio.”
Ma, mi viene da obiettare, il riconoscimento di un diritto cosa altro è, se non una questione di principio?
L’ultima, e forse più grave, ipocrisia riguarda la stepchild adoption: è consentito ad uno dei due membri di una coppia gay di adottare i figli dell’altro/a; ma non è consentito alla coppia, in quanto tale, adottare un bambino.
La genitorialità delle coppie omosessuali viene quindi, di fatto, negata; si prevede una deroga solo per bambini già inseriti in una “famiglia arcobaleno”, ma come eccezione (di fatto, quindi, considerata disdicevole). Qual’è l’opinione del legislatore: una coppia gay può o non può crescere un bambino?
Questa legge non lo dice e così non affronta il vero nodo della questione, finendo per non risolverla affatto. Indipendentemente dall’opinione, favorevole o meno, che ciascuno di noi può avere sul matrimonio gay o sull’adozione da parte delle coppie omosessuali, penso che l’ipocrisia di fondo che permea tutta la proposta di legge andrebbe condannata da tutti. Non (solo) per motivi “morali”; ma soprattutto perché il tentativo di tenere “il piede in due scarpe” porta sempre ad inciampare.

Negare alle unioni gay il nome di “matrimonio”, e dunque negare alle coppie omosessuali il titolo di “famiglia”, è un modo per dribblare il vero problema, che nel nostro Paese è culturale.
L’omofobia è un retaggio che pare insuperabile della nostra tradizione patriarcale e maschilista; solo un dibattito aperto, anche aspro, che coinvolga tutta la società può portarci a fare un vero passo avanti su questo aspetto. Il rischio è che queste famiglie continuino a sentirsi “abusive”, non riconosciute; il diritto all’eredità o alla pensione di reversibilità del partner sarebbero una ben magra consolazione.

L’ipocrisia legata al riconoscimento della stepchild adoption mi pare ancora più dannosa. Impedire alle coppie omosessuali di adottare legalmente un bambino che non sia il figlio (naturale o adottivo) di uno dei due non può che spingerle a realizzare la propria genitorialità “per vie traverse”: ad esempio, adottando o procreando il figlio in un Paese che preveda l’adozione per i single o la “maternità surrogata” (molto, molto volgarmente chiamata “utero in affitto”).
Una possibilità cui non tutti possono accedere (se non altro per ragioni economiche) e che rischia di creare inutili problemi di ordine giuridico, ma soprattutto sociale, proprio perché il nodo di fondo (una coppia omosessuale può essere una coppia di genitori o no?) non viene davvero sciolto.

Mi rimane un’ultima osservazione da fare: prima di tutto questo, sarebbe assolutamente necessario approvare una vera legge contro l’omofobia, che vieti (a chiunque ed in qualunque forma) di esprimersi in termini negativi su ciò che, di fatto, si sta rendendo legittimo: la piena cittadinanza delle “famiglie arcobaleno”.
Temo però che questo sarebbe il passo più difficile: proprio perché richiederebbe di affrontare pienamente quei conflitti che si sta, invece, cercando di “velare”.

Il rischio enorme è però che a pagare il prezzo della codardia e del compromesso al ribasso siano i bambini, esposti alla discriminazione, al dileggio e alla violenza da parte di una società intollerante ed immatura. La legge serve per tutelare i più deboli; e i più deboli sono i più piccoli. Pensiamoci bene, prima di scrivere un’altra legge-pasticcio che potrebbe danneggiarli: la battaglia, durissima, da fare, è da fare soprattutto per loro…

 

(foto dal web)

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