Cambiare il lavoro

automazione

di Sil Bi

I dati della disoccupazione italiana sono davvero preoccupanti: quasi sempre, essi vengono collegati con la crisi economica che affligge il Paese ormai da molti anni e gli esperti suggeriscono che la ripartenza della crescita economica sia l’unica via per la ripresa dell’occupazione.

Sarò pessimista, ma guardandomi intorno comincio a temere che le cose non stiano esattamente così. Aprendo la cassetta della posta, quasi sempre la trovo vuota: le comunicazioni, ormai, avvengono per e-mail. Un gran numero di operazioni che hanno a che fare con il “trasferimento di informazioni” si possono ormai compiere per via telematica (pagamenti, bonifici, versamenti, ma anche ritiro di referti medici, iscrizione dei figli alla scuola, alle attività sportive, etc.).
Nei supermercati sono sempre più diffusi le casse “fai-da-te” e i lettori ottici, con i quali ciascuno può compilare da sé lo scontrino della propria spesa. Moltissimi articoli si possono acquistare on-line, tanto che alcuni settori ne sembrano travolti (penso all’editoria): anche lo shopping sta cambiando faccia.

La mobilità sta diventando, a sua volta, sempre più “auto-gestita”: il telepass elimina il pagamento al casello autostradale, i distributori self-service non richiedono la presenza del benzinaio. Prenotare un viaggio in treno o in aereo si fa da casa, senza passare dall’agenzia di viaggio: e ormai, on-line si fa anche il check-in.

Questa evoluzione ha dei considerevoli vantaggi pratici: permette a ciascuno di noi di risparmiare un sacco di tempo (evitandoci le code estenuanti allo sportello, alla cassa, al negozio…) e di soldi (perché i servizi on-line spesso permettono un risparmio, eliminando l’intermediazione). C’è, però, un rovescio della medaglia: che fine stanno facendo le cassiere, i casellanti, i postini, le impiegate, i negozianti?

La “delocalizzazione”, conseguenza della globalizzazione, ha fatto sparire gran parte delle fabbriche dal nostro Paese: il lavoro si è così trasformato, spostandosi dal settore manifatturiero al terziario. Ora, però, la “rivoluzione digitale” rischia di far scomparire una parte consistente di questo tipo di impiego: un fenomeno del tutto indipendente dalla crisi, che – si può immaginare –tenderà ad accelerare, in parallelo al progresso nella capacità di comunicare.

Rischiamo dunque di non uscire più dal tunnel della disoccupazione? Dobbiamo opporci al progresso tecnologico, facendoci luddisti del ventunesimo secolo, per contrastare la distruzione di posti di lavoro che esso sembra inevitabilmente comportare?
Una via d’uscita diversa, secondo me, c’è. I nostri avi lavoravano molto più di noi: quando l’agricoltura non poteva contare sui moderni macchinari e le fabbriche non erano robotizzate, gli orari di lavoro erano ben più pesanti e le ferie non esistevano. Il progresso, dunque, è servito ad emanciparci da una vita di sola fatica: oggi disponiamo di tempo libero – e aiutarci a riempirlo è diventato un lavoro di tipo nuovo. Dovremmo imparare ad approfittare della possibilità di lavorare di meno, lavorando tutti, per goderci le ore libere in più.

La diminuzione dell’orario di lavoro potrebbe essere, ad esempio, un’alternativa all’aumento di stipendio: crescerebbero i “consumi culturali” – quelli più proficui, perché non comportano spreco inutile di risorse e ci arricchiscono dal punto di vista umano e culturale, migliorerebbe la vita di relazione, oggi soffocata dai ritmi frenetici di un’inutile iper-produttività. Credo che questo possa servire anche a far aumentare un consumo consapevole e, quindi, la domanda interna.

Certo, una simile evoluzione richiederebbe una rivoluzione nella nostra mentalità e nell’organizzazione del lavoro. Ma, in fondo, il tempo della nostra vita è la risorsa più preziosa che abbiamo: forse non è così strano pensare di metterla al primo posto.

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