“Dio solo sa”, sotto il crudele assedio israelo-egiziano

myface

Only God knows” in Gaza, under cruel Israeli-Egyptian siege” di Shahd Abusalama del 25 Settembre 2013

Traduzione italiana per Essere Sinistra di Momo

Questo mio disegno mostra come mi sento: depressa, frustrata e con l’acqua alla gola, mentre aspetto che si apra la frontiera di Rafah.
Ho provato ripetutamente a scrivere della mia esperienza a Rafah, al confine con l’Egitto, dove migliaia di abitanti di Gaza sono rimasti bloccati. Ma appena inizio un grande, profondo sospiro mi invade e, poco dopo, mi sento paralizzata e finisco per stracciare la bozza. Non è mai stato tanto difficile per me scrivere di un’esperienza personale. Non ci sono parole per rendere tutta la sofferenza e il dolore che il nostro popolo affronta a Gaza, sotto questo soffocante, disumano assedio israelo-egiziano.
Mentre scrivo, dovrei essere da qualche parte nel cielo, sopra le nuvole, in volo per Istanbul per iniziare i miei studi universitari. Ma non ce l’ho fatta a prendere l’aereo, perché sono ancora qui intrappolata nella Striscia di Gaza sotto assedio, seduta al buio durante le interruzioni di corrente causate dalla penuria di carburante, e cerco di spremermi le meningi per farne uscire i pensieri prima che la batteria del mio laptop si esaurisca.
Per quanto io sia affezionata alla mia città, dove sono nata e ho trascorso tutti e 22 gli anni della mia vita, ogni giorno che passo in questa trappola mi fa detestare la vita a Gaza City. Ogni giorno provo un desiderio sempre più disperato di liberarmi e uscire da questa grande prigione all’aria aperta. E ogni giorno diminuisce la mia capacità di sopportare questa escalation di ingiustizie, torture, brutalità e umiliazioni.

Avversità e felicità

Non ho mai attraversato tanti alti e bassi come in questo mese. Nonostante un settembre pieno di avversità, ho avuto anche momenti immensamente felici. Penso che li ricorderò per il resto della mia vita. Così è la vita a Gaza: alti e bassi, tutto in equilibrio precario, nulla di sicuro da un giorno all’altro, niente progetti, niente garanzie.
All’inizio di settembre ho iniziato la procedura per assicurarmi il visto per l’Italia. Dovrei essere lì il 10 ottobre per festeggiare la pubblicazione del mio primo libro, frutto di oltre tre anni di scrittura. È la versione italiana del mio blog, Palestine from my eyes, iniziato nel maggio 2010. Il libro è uscito il 22 settembre. Mi è stato impossibile essere in Italia per il giorno della pubblicazione.
Il mio blog non parla mai di me come individuo. Parla di una giovane donna palestinese cresciuta nei vicoli di un affollato campo profughi, e con un padre in carcere. Parla di una donna che ha maturato la sua identità palestinese, e ne ha preso coscienza, in una città assediata, sotto la brutale occupazione israeliana. Il mio blog parla della nostra gente, che è quotidianamente disumanizzata, e le cui storie sono messe ai margini e ignorate dalla gran parte delle persone là fuori. Parla dei nostri prigionieri politici palestinesi e delle loro famiglie, i cui cari perduti e assenti si trasformano in statistiche, in numeri che non possono comunicare tutte le ingiustizie subite all’interno di un sistema penitenziario israeliano che nega loro i diritti più elementari.
Il libro, ispirato dalla realtà aspra e complessa che siamo costretti a sopportare, mi fa pensare che ho una doppia responsabilità come voce del nostro popolo palestinese. Alcuni amici italiani straordinari si sono attivati e stanno compilando una fitta agenda di eventi, fiere del libro, conferenze e presentazioni in diverse città. La mia presenza in Italia è molto importante, perché sono certa che poche persone lì hanno incontrato dei palestinesi. Attendo con ansia l’apertura della frontiera di Rafah, così da poter partecipare a tutti questi eventi e aiutare il mio libro a raggiungere la massima diffusione.

Furiosa

Martedì scorso leggo su Reuters: “Facendo seguito alla richiesta di Abbas [Abu Mazen, N.d.T.], l’Egitto acconsente a riaprire il valico di confine di Rafah mercoledì e giovedì prossimo per quattro ore lavorative al giorno.”
La mia prima reazione è stata una risata. Dov’era Abbas quando la frontiera di Rafah restava chiusa a migliaia di malati che cercavano oltreconfine un’assistenza a cui non hanno accesso a Gaza, o a studenti che hanno visto andare in frantumi i loro sogni di studiare all’estero?
Non solo stiamo pagando il prezzo di una situazione irrisolta in Egitto: siamo anche diventati vittime della nostra stessa leadership palestinese, divisa al suo interno. Mi manda su tutte le furie pensare che l’apertura del valico di Rafah, vera e propria ancora di salvezza per il nostro popolo qui a Gaza, sia soggetta all’influsso di una divisione interna fra partiti politici che fanno a gara per ottenere favori dai nostri colonizzatori. Le fazioni al potere sembrano essere divenute parte attiva nel castigo collettivo che stiamo subendo.
Lungi dal sollevarmi, quel titolo mi ha fatta infuriare: aprire la frontiera di Rafah per otto ore nell’arco di due giorni non è una soluzione a una crisi provocata dalla completa chiusura di Rafah per oltre una settimana.
Il giorno stesso, sul taxi che mi portava a casa, è arrivata una telefonata da cui ho saputo che, finalmente, avevo ottenuto il visto per l’Italia. Ero così felice che, dimenticando i costumi conservatori della mia società, ho iniziato a gridare di gioia. La procedura ha impiegato meno del previsto. Ho chiamato il mio amico Amjad Abu Asab, che vive a Gerusalemme e ha ricevuto il passaporto in mia vece (poiché Israele proibisce ai palestinesi di Gaza l’ingresso a Gerusalemme), e gli ho chiesto di trovare urgentemente qualcuno che venisse a Gaza mercoledì attraverso il checkpoint settentrionale di Erez.
Potrebbe essere la mia chance per partire mercoledì o giovedì, pensavo. Ma la mia felicità non è durata molto: “Il checkopint di Erez resterà chiuso da mercoledì fino a domenica 22 settembre, per le festività ebraiche” ha detto Amjad. “Nessun tipo di posta anche urgente, e nessuna persona, potrà attraversare Erez per Gaza in quel periodo.”
“Che assurdità!” ho gridato. “Quando il valico di frontiera di Rafah finalmente riaprirà, chiuderà il checkpoint di Erez. Dobbiamo fare i conti con Israele da un lato, e con l’Egitto dall’altro. Per quanto ancora dovremo vivere alla mercé degli altri? Dev’esserci un’uscita di emergenza.”

Vivere nell’incertezza

“La definizione di incertezza sul dizionario è: Gaza”, mi ha detto una volta Ali Abunimah, che scrive per Electronic Intifada. Questa, in sintesi, la descrizione della mia vita, e della vita del nostro popolo, in questo momento: una vita di incertezze.
Non avevo scelta: dovevo aspettare le festività ebraiche per la riapertura di Erez e per avere il mio passaporto. Ma mercoledì ho insistito per andare a Rafah. Mi sono rifiutata di starmene seduta in casa, impotente, incapace di fare qualsiasi cosa che non fosse aspettare. Al valico di Rafah, ho visto l’umiliazione di chi passa di lì: persone addossate le une alle altre, o che vagavano per la sala d’aspetto attendendo con ansia una notizia che gli restituisse la speranza, o che rincorrevano i poliziotti chiedendo aiuto e spiegando perché avevano urgenza di partire.
Ho incontrato molti studenti come me, anche loro bloccati: arrivavano con i bagagli, sperando di poter partire, per poi trascinarseli dietro sulla via di casa.
Sono rimasta fino alle 2 di pomeriggio, sperando almeno di registrarmi. Penso di esserci riuscita. Ho esposto la mia situazione a un poliziotto, al cancello. Lui ha preso la copia scannerizzata del mio passaporto ed è tornato dopo cinque minuti, dicendo: “Il suo nome è registrato”. Non so che cosa volesse dire esattamente, ma non ha aggiunto altro. Gli ho chiesto se potevo avere una data certa per la mia partenza. Ha replicato: “Dio solo sa”. Vorrei che qualcuno mi facesse sapere quando potrò partire, così avrei una tregua alle mie preoccupazioni. Ma nessuno sa niente, “Dio solo sa.”

Quella mattina, al confine, nel corso di un’intervista con il Real News Network, siamo stati interrotti da un signore anziano con un elegante abito nero e una borsa nera. “Vorrei fare un’intervista” ha detto. “Parlo inglese e, se volete, ebraico.” Il contegno di quell’uomo ci sembrava serio mentre stava per pronunciare alcune parole molto forti: “Questo confine, tutta questa zona, era mia. Sono venuti e me l’hanno rubata”. Ma mentre proseguiva, lo staff della Real News e io abbiamo capito che l’intervista stava degenerando in farsa. “Ho delle bombe in questa borsa, e posso far saltare in aria tutto nel giro di pochi secondi!” ha esclamato. Ci siamo messi a ridere e abbiamo replicato, in tono scherzoso: “E allora dai, butta la bomba. Noi siamo con te.” Sì, questo cancello dell’umiliazione che è Rafah dev’essere spazzato via, così noi palestinesi di Gaza potremo respirare qualche boccata di libertà.

 

Una barzelletta

Il valico di frontiera di Rafah si è richiuso dopo che 800 persone sono passate in Egitto, mercoledì e giovedì scorso. Sono certa che questa chiusura sarebbe più facile da capire se ci fosse stato un disastro naturale: ma sapere che sono altri esseri umani che stanno facendo questo a me e a un altro milione e 700.000 di civili che vivono a Gaza, mentre il resto del mondo sta a guardare, è troppo duro da credere. È più doloroso e traumatico rendersi conto che il paese arabo che confina con noi, l’Egitto, sta collaborando con i nostri carcerieri sionisti nello stringere ancor più l’assedio.
Quest’esperienza mi ha portata alla convinzione che la dignità umana è ormai una barzelletta. Il diritto internazionale è totalmente svuotato: solo parole impotenti stampate su libri. Ci viene negato il diritto alla libertà di movimento, il diritto allo studio, il diritto a cure mediche adeguate, il diritto a essere liberi di vivere in pace e in sicurezza. Eppure nessuno che abbia una posizione di potere si preoccupa di agire.
Ho trascorso il mese di settembre a pensare con angoscia al confine, e ai miei sogni che potrebbero svanire, se Rafah resta chiuso. Questi pensieri mi rubano energia, interferiscono con la concentrazione e il sonno, e anche mettermi a sedere ed esprimermi attraverso la scrittura o il disegno diventa difficile. La tragedia della nostra gente, causata dal prolungarsi della chiusura di Rafah, continua, e la crisi si aggrava.

Vivere a Gaza in queste condizioni è come essere condannati a una morte lenta. Fate qualcosa e liberateci. È tempo di finirla con queste ingiustizie quotidiane.

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