Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti…

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di Ivana FABRIS

“Che li ammazzino tutti, sono tutti terroristi”
“Il medio-oriente è sempre stato così”
“Gli arabi sono crudeli”
“Laggiù è sempre stato un ginepraio, è nella loro natura”
“Ma ti preoccupi per i palestinesi con tutti i problemi che abbiamo qui?”
“Se anche sparissero dalla faccia della terra non si accorgerebbe nessuno”
“Mandare soldi perchè non hanno fondi per i soccorsi? E a noi chi li dà i soldi quando abbiamo bisogno?”

∼∼∼

Ormai non hanno nemmeno più gli ospedali, a Gaza.
Lo hanno bombardato l’ospedale.
Chi è ancora vivo ha solo gli occhi per piangere, chi è ferito deve solo morire.

E oltre a quelli che addirittura quasi sostengono e parteggiano per questo vergognoso attacco contro la popolazione inerme, di fatto, all’occidente e alla massa del popolo italiano, importa se muoiono uomini, donne, vecchi e bambini?
In fondo loro sono là, distanti da noi e dalle nostre quotidianità così preziose.

Perchè ce ne dovremmo occupare proprio noi che viviamo dei passaggi politico-economici così difficili?
Perchè dovrebbe riguardarci il dolore di un’umanità che, tra l’altro, nel pensiero di molti italiani è solo una delle tante culle del terrorismo?
Già, perchè?
La risposta sarebbe tanto semplice, in fondo, specie in un Paese la cui maggioranza degli abitanti si definisce credente e praticante una fede.

La fede…quanti fra quelli che dicono di averla si ricordano cosa significhi? Ma soprattutto qualcuno si ricorda quali siano i fondamenti della propria fede?
Io non ce l’ho, non l’ho mai avuta, non sono mai riuscita a credere nel dogma, ma da non credente una cosa la so, ossia che ogni religione non professi odio, intolleranza, superiorità e violenza.

Ogni religione reca in sè un messaggio alto: l’amore e la pace fra i popoli, l’elevazione dell’essere umano dalla sua condizione originaria, con tutto ciò che comporta, a quella più spirituale che implica necessariamente il prendere le distanze da ogni forma di abuso, di violenza, di morte.

Eppure in tante parti del mondo, in nome di un qualche Dio, gli uomini compiono atrocità di un’efferatezza sconvolgente.
In tante parti del globo è sempre la sopraffazione che si compie in un rituale vecchio come il mondo e con atti che si fanno via via sempre più raffinatamente crudeli ed anche questa evoluzione fa orrore.
E’ come se sapessimo evolvere perfezionandoci solo verso il male.

Certo, sappiamo tutti bene che dietro ogni guerra apparentemente di religione si cela lo spettro del potere economico, soprattutto, ma intanto una larga massa di persone assiste quasi indifferente ad ogni genere di atrocità.
E per giustificare la sua indifferenza, trova di volta in volta spiegazioni inaccettabili, attribuisce colpe ad una o all’altra parte, dimentico che intanto è sangue quello che si versa. Sangue di persone, di bambini, tanti. Troppi.

Ed è come se il sangue di un palestinese o di un ebreo fossero diversi fra loro, come se avessero un colore diverso, come se l’odore di quel sangue avesse caratteristiche per nulla somiglianti.
Ed è come se il dolore in cui la morte getta madri, padri, mogli, mariti, figli fosse diverso da un popolo all’altro.
Ed è come se l’odio che genera e trasmette di generazione in generazione fosse in qualche modo meno feroce o, peggio, come se dovesse esserlo a seconda di chi lo nutre.

No, non è così.
La guerra a tutte le latitudini, indipendentemente da razza, etnia, interessi, è sempre uguale negli effetti che produce in un popolo. Sempre. In questo ha una totale incapacità a mutare.
La guerra e la violenza, in ogni parte del mondo, hanno un solo odore: quello del sangue.
Ah, certo, noi l’odore del sangue, attraverso le immagini televisive non lo percepiamo, tutto è asettico, tutto è mediato da uno strumento tecnologico, non ci fa rabbrividire, non scatena meccanismi chimici ancestrali del nostro cervello.

L’avete mai sentito l’odore del sangue quando è versato così copiosamente?
E’ un odore dolciastro e penetrante e quando se ne versa in grandi quantità si fa nauseabondo, intollerabile al punto da doversi allontanare da quell’ambiente, al punto da rimanere impresso nella mente come una traccia olfattiva definita e definitiva, riconoscibile anche senza odorarlo più dal vivo.

L’avete mai visto un corpo maciullato?
Di fronte a quella visione, il cervello attraversa istanti di disorientamento per il non saper riconoscere, in quell’ammasso di carne, le fattezze di una persona e quando si rende conto di ciò che sta osservando ha un rifiuto tale da far dare prontamente di stomaco.

Siamo animali e se invece di essere umani, fossimo come bestie pronte per il macello, percepiremmo il dolore dell’altro, la sua paura, l’odore del suo sangue e ne saremmo terrorizzati.
Ma a tutti noi, che leggiamo la solita conta dei morti, non si scatena niente di tutto questo.

Siamo ormai così distanti da tutto il genere umano, così presi dall’indifferenza con cui guardiamo il barbone su una panchina o nel fingere di non vedere la tristezza sul volto del nostro vicino di casa o di un qualunque individuo che incontriamo per la strada, che ci risulta impossibile anche solo presumere che le immagini che ci giungono da quella scatola elettronica che produce solo fotogrammi, siano pregne di odore e sensazioni epidermiche, addirittura viscerali.

Vediamo cumuli di macerie e vediamo il pianto di chi seppellisce i suoi morti, di chi reca in braccio il proprio bambino avvolto in un sudario, senza sentirci noi stessi trascinati in quella scena.
Vediamo la polvere coprire i corpi dei vivi ma non la respiriamo, non la sentiamo appiccicarsi alla pelle quando si mischia col sudore e le lacrime.

E tutto ci appare assolutamente scontato e normale. Privo di emozione.
Non ci appartiene nulla di quei drammi, non ci tocca quel dolore, non sfiora la nostra istintualità e la nostra animalità nella sua parte sana perchè è filtrato e reso innocuo dalla distanza che il mezzo di comunicazione impone.

E ci sentiamo sollevati, noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, dal non essere costretti a guardare e sentire con la pelle e con i sensi quel massacro.
Ma intanto accade. Accade che il numero dei morti cresca, che le madri e i padri piangano i loro figli, che il sangue scorra copioso, che i corpi diventino solo ammassi informi di carne.
Ci sentiamo sollevati perchè non ci riguarda, perchè son cose loro, perchè con quei popoli non abbiamo nulla da spartire e non ci rendiamo nemmeno conto che mentre lo pensiamo, che mentre ci allontaniamo col pensiero da quei territori e da quei morti, immediatamente ci rendiamo complici, istantaneamente le nostre mani si inzaccherano del loro sangue.
Ci sentiamo assolti e siamo, invece, profondamente colpevoli di tutto ciò che non sappiamo più provare e di ciò che non vogliamo fare.

 
(foto dal web)

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