Un canto per Vik

Vittorio Arrigoni

 

di Elsa LUSSO

Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti…”.
Impossibile non condividere le considerazioni forti e sferzanti di Ivana Fabris: che possano scuotere le coscienze di tutti noi.
E come spesso mi accade, quando nel frastuono delle chiacchiere inutili arrivano parole vere, mi pongo sul solco tracciato. E proseguo il cammino.

Non sempre ci disinteressiamo di drammi che accompagnano il nostro percorso su questa terra per menefreghismo: semplicemente a volte ci si sente impotenti di fronte a tanto orrore e soffermarsi su certe tragedie fa troppo male. Così ci si ritrae, per difesa, sentendosi del tutto disarmati di fronte a tanto orrore. Ci si ritrae, come quando si viene investiti da un getto di acqua bollente: l’unico pensiero è ritrarsi, escludendo quel dolore bruciante.

Questo è l’effetto che mi ha sempre fatto il dramma del popolo Palestinese: privato della terra, dei diritti più elementari, periodicamente massacrato e costretto a vivere in condizioni indescrivibili nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, nella quasi totale indifferenza dell’Occidente “civile” e “democratico” che celebra annualmente la sua “Giornata della Memoria” con eventi culturali di ogni tipo, a chiedere scusa dei peccati commessi nei confronti del popolo Ebraico, e sentendosi, così, redento.

La Memoria per la barbarie perpetrata ai danni degli Ebrei, di contro alla totale amnesia verso quella che, ogni giorno, viene perpetrata ai danni del popolo Palestinese.
Non conta nulla quest’ultima: nessun film sull’argomento, nessun libro viene consigliato ai nostri figli, nessuna testimonianza viene letta nelle loro classi, nessuna riflessione viene loro proposta. Solo il silenzio più totale, non poi così distante dal silenzio con cui, a metà del secolo scorso, si mandava a morte il popolo Ebraico nell’indifferenza più disumana.

Ecco, questo paradosso mi stravolge la ragione e mi consuma: come è possibile che il popolo Palestinese, le sue donne inermi, i bambini innocenti speranza dell’umanità, patiscano tali sofferenze per mano di chi, avendo subito persecuzione e morte in quanto “Popolo”, è passato attraverso mille inferni? E che senso ha celebrare il Giorno della Memoria, riempiendosi la bocca di tante belle parole e buoni propositi, per poi ignorare quello che sta accadendo ai due popoli in generale ai Palestinesi in particolare?

Ormai vivo quel giorno con un disagio sempre più forte, incapace di capire il senso di una celebrazione che sembra non andare al di là dei fatti di allora, così indicibili e impensabili perché, come ben altre persone hanno raccontato e scritto, in quei campi di sterminio non morivano solo gli Ebrei: moriva l’umanità tutta. E allora mi chiedo: che senso ha realmente celebrare quel Giorno se poi la sostanza di quella tragedia incommensurabile si ripropone in altro luogo e in altre forme, coinvolgendo due Popoli per i quali nessuna soluzione di convivenza pacifica sembra essere possibile? Ecco perché, in assenza di risposte a volte sembra preferibile non sapere, di fronte all’impotenza e all’assurdità più totali.

Ma poi, nel 2011, conobbi Vik. Lo conobbi in morte e non in vita, e non riesco a perdonarmi per questo, perché tentare di escludere quel dolore significò, tra le altre cose, escludere lui. Eppure, come molti altri grandi uomini, lui arrivò in morte, folgorante, dimostrando ancora una volta come fossero vere le parole pronunciate da un Uomo Ebreo che predicò la pace in Palestina: “…se il chicco di grano non cade in terra e non muore, rimane solo; se muore, porta molto frutto”.
Ciò che ha fatto Vik è stato tanto grande e luminoso che non può certo essere descritto e banalizzato in due righe di testo, ma non può neanche essere ricondotto e limitato nello spazio geografico e nel tempo storico che lo hanno visto protagonista: perché Vik, donandosi al Popolo Palestinese, ha travalicato quegli stessi confini in nome dell’Umanità, essendo, come disse di lui Moni Ovadia, “un essere umano che conosceva il significato di questa parola”.

Se le Istituzioni Italiane trovassero il coraggio di rendere onore a Vik, la Memoria sarebbe completa, e riparerebbero un poco alla Vergogna suprema di non aver partecipato al funerale di un Italiano che ha speso la sua vita in una vera Missione di Pace.

Se esistesse ancora in Italia e in Europa una Sinistra degna di essere chiamata tale, ogni 15 aprile dedicherebbe un Canto a Vik, che battendosi per i deboli e gli oppressi ha incarnato appieno quei valori che oggi fatico a ritrovare negli schieramenti politici di riferimento, vergognosamente balbettanti di fronte a questa immensa tragedia.

Grazie a Vik sono riuscita a guardare quel dramma accettando il dolore impossibile da escludere, come ha fatto lui: non si può stare accanto a chi soffre senza soffrire: non era salottiera la Carità che Vik offrì, ciascun giorno della sua vita, alle donne, agli uomini e ai bambini Palestinesi.

Certamente, qualsiasi contributo in favore di quelle genti non può che apparire pallida fiammella se accostato allo splendore del sacrificio di Vik. Ma è altrettanto vero che qualsiasi contributo, fosse pure una piccola goccia, andrà ad aggiungersi al mare immenso della sua testimonianza: poche o tante piccole luci, ad alimentare la grande fiaccola d’amore accesa da Vik come un faro, nella notte dell’Uomo, perchè resti accesa la fiamma della speranza che due Popoli possano, un giorno, riconoscersi e rispettarsi “restando umani”.

Che tu possa camminare leggero su un tappeto di fiori, Vik, e che ti raggiunga il mio bacio, ovunque tu sia.

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