L’ombra dell’ISIS dietro il nuovo conflitto israelo-palestinese

Isis fighters, pictured on a militant website verified by AP.

 

di Vincenzo SODDU

Cosa c’è dietro il rapimento dei tre ragazzi israeliani da parte del fantomatico fronte Isis o le voci su una presunta alleanza tra questo e Hamas, che tanto ha allarmato Israele, sino a giustificare un intervento tanto crudo quanto violento come quello scatenato in questi giorni a Gaza?

Quando Bashar al-Assad arrivò in Siria, dopo la morte dell’anziano padre, in molti ritenevano che sarebbe stato manovrato dai vecchi collaboratori del Regime, e questo nonostante le rapide promesse di riforme politiche ed economiche del giovane ex-oftalmologo proveniente da Londra.

L’ambiguità del giovane delfino del fondatore dello Stato siriano crebbe in seguito all’alleanza di Bashar con Saddam, ai tempi della Guerra del Golfo, e con la stessa condotta tenuta nei confronti del partito degli Hezbollah libanesi, mai controllati e anzi spesso aiutati nel portare avanti attentati terroristici contro Israele.

Con il tempo è apparso chiaro come la Siria, paese non straordinariamente ricco e comunque quasi privo di petrolio, non potendo contare su particolari alleanze politico-economiche si è fin dall’inizio adattato a un modello di Stato forte, in grado di equilibrare le due anime dell’Islamismo moderno, quella sciita (generalmente estremista) e quella sunnita (generalmente più moderata), affiliandosi poi alla prima soltanto perché minoritaria nel paese e quindi in grado di giustificare l’uso della forza.
La prima conseguenza fu che la Siria sin dall’inizio divenne un fiero nemico dello Stato d’Israele e su questo già il padre di Bashar costruì gran parte della sua fortuna politica.

L’adesione alla fede alawita, poi, li ha fatti apparire entrambi come i paladini del mondo arabo (e dello stesso Hamas) che per questo non ha mai posto l’accento sulle violazioni dei diritti umani all’interno di un paese in larga parte abitato dagli avversari moderati sunniti. In realtà la Siria rappresentava quel tipo di paese che piaceva anche agli Stati Uniti (come la Turchia, l’Iraq di Saddam o l’Egitto dei militari), sempre in grado di controllare l’equilibrio nella regione nonostante continui rovesciamenti di fronte e fronde terroristiche mai dome.

Quando, in seguito alla cosiddetta Primavera araba, le varie anime ribelli del paese iniziarono la rivolta, spostandosi dal sud del Paese sino alla capitale Damasco, non tutti furono concordi nel comprendere le ragioni di un popolo pur sempre governato da uno stato laico. Si diceva: “ma come, passi per la Libia, per la Tunisia, per l’Iran, ma la Siria è uno stato occidentalizzato…”.

Presto però la realtà fu chiara a tutti: la famiglia Assad aveva fatto negli anni, con metodi di polizia, terra bruciata, unicamente per rafforzare il suo potere e senza fare grosse differenze tra i suoi nemici, per cui oggi tra i ribelli possiamo contare tutte le formazioni del panorama nazionale, esclusa la famiglia al governo.

Oltre al Fis (gruppo coeso al suo interno che chiede il ritorno alla Sharia) e all’Esl (esercito siriano libero, appoggiato dall’Occidente), infatti, a combattere vi sono praticamente tutte le minoranze arabe.
Tra queste, la componente più pericolosa è sicuramente l’Isis, che negli ultimi due anni in Siria ha notevolmente rafforzato il suo ruolo.

E’ un gruppo terrorista islamico sunnita, operante sia in Iraq che in Siria, il cui obiettivo è creare un Califfato in Medio Oriente. Nato nel 2003 in seguito alla caduta di Saddam, dopo un tentativo di affiliazione con al-Qaida, ne è stato addirittura disconosciuto perché troppo anarchico. Intuendo il peso strategico del conflitto siriano, ha sfruttato la guerra tra i ribelli e il Regime, per reclutare militanti islamici. Qui ha anche accumulato denaro vendendo il petrolio dei giacimenti controllati e contrabbandando antichità fuori dal paese.

L’avanzata di Isis in Iraq e Siria mette a rischio la stabilità del Medio Oriente, tanto da arrivare a minacciare lo stesso Stato ebraico, nel tentativo di appoggiare Hamas per coinvolgerlo nel progetto di costruzione di un nuovo Califfato, governato dalla Sharia.

Ecco perché l’obiettivo della nuova operazione israeliana potrebbe allora essere la definitiva eliminazione di Hamas dalla Striscia in un momento in cui si sta verificando proprio il proliferare di gruppi salafiti indisponibili a ogni forma di trattativa.

Come non dare credito, dunque, a una teoria che a un’attenta analisi è molto vicina alla realtà e non insistere, anche da parte italiana, a un riavvicinamento tra le Forze moderate di Fatah e quelle soltanto apparentemente estremistiche di Hamas per evitare la troppo facile criminalizzazione di quest’ultima da parte di Israele?

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