Libia. Porta dell’Africa

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di Vincenzo SODDU

Libia porta d’Africa.
Libia terminale malinconico delle speranze di un intero continente.

Dopo l’esplosione della cosiddetta Primavera araba e l’intervento dell’Alleanza Atlantica con l’operazione Odissey Dawn, la Libia è tornata a essere una terra di aspri conflitti civili e di scafisti senza scrupoli.

La guerra civile fra le tribù interne alle tre grandi regioni storiche non fa che aumentare l’anarchia in un paese che veramente unito non lo è stato mai, se non negli anni fulgenti dell’era Gheddafi, ma che ha sempre potuto contare su quell’oro nero così tanto appetito dagli Occidentali.

Italia e Francia, per diverse ragioni, che però tanto hanno ancora a che fare con lo spirito colonialista del Novecento, davanti a questo caos devono in parte rinunciare alle ambizioni di sfruttamento economico alle quali ritengono di aver diritto per i tanti investimenti spesi in questa terra di sabbia o per i cospicui aiuti in armi e tecnologie negli ultimi anni del conflitto.
E qui l’esperienza, all’alba di un nuovo intervento occidentale, sembra non aver insegnato proprio nulla a questi due antichi popoli: la ricerca di alleanze trasversali tra le miriadi di tribù esistenti in Libia, al solo scopo di accaparrarsi una buona fetta delle ricchezze petrolifere del territorio, ha soltanto prodotto e ancor più produrrà in futuro caos e impoverimento nell’identità di un paese già tanto diviso.

Perché allora non cercare di creare investimenti nella costruzione di uno Stato unito da interessi comuni e ricco di un’economia locale diversificata e favorevole alla popolazione, in un bacino mediterraneo dove comunque ci si gioverebbe della crescita di un paese potenzialmente alleato?

Oggi, invece, la Libia è diventato il terminale confuso e fragile della corsa disperata di orde di etnie in fuga dalla guerra come l’Eritrea, la Somalia, il Mali e la Nigeria da una parte e di spietate nazioni europee a corto d’energia dall’altra.

La definitiva spaccatura della Libia nelle tre regioni storiche originarie non farebbe che indebolire un paese che ha nella multiformità delle sue risorse, dal petrolio della Cirenaica alle sovrastrutture della Tripolitania, il suo punto di forza, come aveva già capito lo stesso Gheddafi.

La guerra civile in atto oggi, con l’avanzata jihadista dal Fezzan verso la costa, 75 morti negli ultimi due giorni, va fermata, ma a patto che non si combatta per ricostituire una dittatura delle multinazionali straniere, come si è già tentato di fare nel passato.

Il tempo è poco, e mentre le diplomazie occidentali spendono il loro tempo nell’allentamento del braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia in Ucraina, più vicina ai nostri confini, si continua a sottovalutare una marcia, quella dei salafiti sunniti, che non conosce confini tra stati e che invece costruisce barricate culturali insanabili, dall’Iraq alla Siria, dall’Egitto alla Libia.

Bisogna intervenire subito, affinché la Libia diventi una frontiera della speranza, un ideale punto d’incontro per due continenti così diversi tra loro ma in fondo complementari, l’esempio concreto di un progetto fattibile, magari, anche nel vicino Medio Oriente.

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