La partecipazione #èpossibile

politicamplandini

di Sil Bi

Ho seguito il Politicamp di Livorno in streaming e mi permetto di raccontarvelo dal mio punto di vista. Ecco il racconto della serata di dibattito su “la partecipazione è possibile” con Fabrizio Barca, Vannino Chiti, Maurizio Landini, Elly Schlein e Andrea Pertici, introdotti da Andrea Fabozzi.

I due temi chiave contrapposti, “partecipazione” e “spinta autoritaria”, sono stati declinati dai vari relatori da punti di vista diversi.

Della partecipazione sono state esaminate le diverse modalità: quella elettorale, che prevede la “delega” affidata dal cittadino al suo rappresentante politico; quella attraverso i partiti; quella “di democrazia diretta”, che si realizza nei referendum e nelle leggi di iniziativa popolare; quella, più in generale, “civica”, che vede i cittadini protagonisti attivi nelle associazioni, nei comitati, etc..

Tutti i relatori sono stati concordi nel riconoscere che, mentre le prime due forme di partecipazione sono piuttosto in crisi (come testimoniano la scarsa affluenza alle ultime Europee e l’esiguo numero di giovani iscritti al Pd, ricordati da Elly Schlein), le altre godono invece di buona salute: ne sono esempi le iniziative referendarie del 2011 (con 27 milioni di italiani al voto) e l’attivismo di moltissime “reti” di cittadini (come quella che, di recente, si è formata a Venezia per difendere l’isola di Poveglia, “bene comune” a rischio di privatizzazione). Schlein ha sottolineato che l’Europa è molto più avanti dell’Italia per quanto riguarda la democrazia diretta, in quanto il trattato di Lisbona ha introdotto novità come l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) che permette a un milione di persone, residenti in almeno 7 Stati membri dell’UE, di chiedere alla Commissione Europea di deliberare su una determinata proposta. Ne sono esempi il “Right to Water”, ICE riguardante il diritto all’acqua pubblica e ai servizi igienico-sanitari e il “New Deal for Europe”, a favore di nuovo modello di sviluppo economico sostenibile e dell’occupazione. Il problema, secondo Schlein, è che spesso i cittadini europei (gli italiani in particolare) non sono consapevoli dei propri diritti: è dunque fondamentale informare per permettere di partecipare.

Comune è stata anche la valutazione del fatto che la politica, di fronte alla crisi della rappresentanza, poco ha fatto per rimediare e, anzi, ha finito per “chiudersi nel Palazzo”: le stesse riforme (costituzionale ed elettorale) in via di approvazione ne sono un esempio, perché – come hanno sottolineato sia Pertici che Chiti – riducono la sovranità dei cittadini in molti modi.

Il Senato non sarà più elettivo, ma i senatori saranno scelti tra i sindaci e i consiglieri regionali con un complicato meccanismo che prevederà la trattativa tra i partiti a livello regionale; le province, a loro volta, saranno sostituite da organi non eletti, dunque non più controllati direttamente dagli elettori (Pertici ha sottolineato che sarebbe perciò impensabile che mantenessero capacità impositiva autonoma); l’Italicum prevede liste bloccate e candidature plurime, che rendono impossibile un rapporto diretto tra elettori ed eletti, mentre le soglie di sbarramento rischiano di escludere dal voto nuove formazioni politiche o minoranze cospicue. Il premio di maggioranza, infine, rischia di distorcere considerevolmente il risultato del voto. Le riforme sembrano, dunque, un “colpo di grazia” alla rappresentanza già in crisi.

Il Senatore Vannino Chiti ha osservato che la separazione nel dibattito tra revisione costituzionale e nuova legge elettorale è stato un errore grave, perché dall’interazione tra il nuovo meccanismo elettivo e le nuove strutture istituzionali può nascere una vera “deriva autoritaria”: con una legge iper-maggioritaria come l’Italicum (che determina la maggioranza di una Camera di 630 deputati) e un Senato formato da soli 100 senatori (di cui cinque di nomina presidenziale e 95 scelti dai partiti tra gli amministratori locali), il rischio è che la coalizione (o addirittura il partito) che vince le elezioni possa eleggere “da solo” il Presidente della Repubblica, che poi nomina un terzo dei membri della Corte Costituzionale e presiede il Csm: gli equilibri dei poteri costituzionali ne risulterebbero compromessi. Proprio per questo motivo, Chiti ha auspicato che, qualunque sia la riforma costituzionale che verrà approvata, essa sia sottoposta a referendum confermativo: l’ultima parola deve spettare agli italiani, anche perché questo Parlamento, eletto con una legge dichiarata illegittima (il “Porcellum”), manca della necessaria autorevolezza.

Il professor Pertici e Chiti hanno evidenziato la necessità di rafforzare gli strumenti di democrazia diretta, oggi molto “deboli”: le leggi di iniziativa popolare finiscono di solito in un cassetto, mentre i referendum abrogativi sono “azzoppati” dalla strumentalizzazione dell’astensione fisiologica (chi vuole il fallimento del referendum evita di votare, sommando la sua astensione a quella di chi non è interessato e facendo così mancare il quorum).

Le proposte sono: imporre al Parlamento di discutere le leggi di iniziativa popolare entro un certo termine, dopo il quale (se non discusse) esse vengono sottoposte a referendum confermativo; rendere il quorum dei referendum abrogativi proporzionato al dato dell’affluenza delle ultime elezioni politiche. I relatori hanno ricordato le proposte dell’area Civati anche riguardo la legge elettorale (Mattarellum corretto, presentato in autunno) e la riforma costituzionale (con un Senato eletto su base proporzionale, con preferenze: il tema della governabilità, infatti, non si pone, dato che il Senato non darebbe più la fiducia al governo).

La crisi della rappresentanza è nata da una progressiva separazione tra politica e cittadini, iniziata nel 2011 quando si insediò il governo Monti, imposto agli italiani (secondo le parole di Pertici) come “l’unico governo possibile che facesse le uniche scelte possibili”.
Il percorso è continuato dopo le elezioni del 2013, quando si è insediato un nuovo esecutivo (Letta) sostenuto dalla stessa maggioranza politica di quello precedente: una coalizione che, nelle urne, aveva perso circa il 20% dei suoi voti rispetto alla legislatura precedente.

Questo “processo autoritario” è stato individuato da Landini nella sfera politica (“pur di uscire dalla crisi dovete accettare qualunque cosa”) e da lui descritto come conseguente, o parallelo, a quello che si era visto nella vicenda Fiat-Fiom, dove i lavoratori furono lasciati soli dalla politica di fronte al ricatto: “o così, o perdi il posto di lavoro”. Da lì in poi, la crisi della rappresentanza nel lavoro è continuata: riforma delle pensioni, contratti separati ecc. sono stati decisi senza consultare i lavoratori. L’analogia tra mondo del lavoro e vita democratica del Paese tracciata da Landini evidenzia le mancanze della politica – incapace di garantire rappresentanza ai lavoratori (cioè la partecipazione alle decisioni che li riguardano) così come ai cittadini (a causa di una legge elettorale illegittima come la Calderoli) – e l’intervento “provvidenziale” della Corte Costituzionale, che si è fatta carico di sciogliere i nodi che il mondo politico non aveva saputo affrontare: riportando la Fiom in fabbrica e correggendo la legge elettorale.

La Costituzione rappresenta per i relatori la garanzia del diritto alla partecipazione (previsto dall’art. 3, che lega uguaglianza e partecipazione) . Essa, però, per Landini non va semplicemente “difesa” in modo astratto, ma attuata; e deve essere la base “buona” per un cambiamento positivo del Paese (perché, come ha ricordato Schlein, “si può cambiare in meglio, ma anche in peggio”).

Infine, si è dato spazio alla partecipazione nel partito, che secondo alcuni dei relatori (Schlein, Chiti) in questo momento è difficile: la leadership forte del Segretario tende a “comprimere” il dibattito, che viene banalizzato con slogan (contro i “frenatori”, i “conservatori” ecc) senza che vi sia un vero ascolto e una vera risposta nel merito delle obiezioni di chi dissente.

Secondo Schlein, però, il pluralismo del Pd e la sua autonomia dal governo sono fondamentali per rafforzare sia il partito che il governo; la minoranza interna ha il compito di essere propositiva, ma la maggioranza deve evitare la polarizzazione “pro o contro il Segretario” e il rischio del “pensiero unico”. Fabrizio Barca ha osservato che in questo momento il Pd rischia una “deriva autoritaria” (cioè la tentazione di intercettare direttamente la voglia di partecipare dei cittadini trasformandola in consenso, per poi lasciare le decisioni nelle mani di un gruppo ristretto, come è accaduto anche nel M5S), mentre dovrebbe ascoltare le proposte ed accogliere le esperienze che vengono dalla “cittadinanza attiva”, mettendole in rete (“sperimentalismo democratico”). La realtà, infatti, è troppo complessa perché un partito possa pensare di trovare da solo le soluzioni per tutto e troppo grande è il desiderio di protagonismo dei cittadini, soprattutto giovani, per escluderli. Il governo dovrebbe scrivere norme generali, “aperte” e lasciare ai cittadini il compito di attuarle, evitando un atteggiamento “dirigista”.

Nell’analisi che è emersa dal dibattito, è centrale la contrapposizione tra la voglia di partecipare dei cittadini e la “tentazione autoritaria” dei partiti e della politica. Le proposte vanno tutte nella direzione di “intercettare” e rendere “efficace” la prima per impedire la seconda, mantenendo la Costituzione e i suoi equilibri come punto di riferimento, per un cambiamento davvero “positivo” del Paese.

 

 

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