L’economia #possibile

borsa

di Sil Bi

Uno dei ritornelli più frequenti dell’attuale dirigenza del Pd è: “nel nostro partito si discute, c’è il confronto; poi però si decide a maggioranza e tutti devono attenersi democraticamente alla decisione presa”.

Ho provato qualche volta a seguire il “dibattito” delle Direzioni Nazionali e devo dire che ne sono rimasta quasi sempre delusa: di solito, si tratta di una sequenza di oratori che parlano, ciascuno con un proprio ordine del giorno, senza rispondersi nel merito ma, tutt’al più, con una frecciatina; a volte manca persino la replica finale del Segretario, la cui relazione iniziale viene votata tal quale, con esito scontato che riflette i rapporti di forza tra la maggioranza e l’unica effettiva minoranza (quella dell’area Civati).

Quando ho ascoltato il dibattito su “l’economia possibile” al Politicamp, ho pensato: “ecco un vero dibattito: avrebbe dovuto esserci nel Pd, prima del Congresso; o, perlomeno, prima della campagna per le Europee”.
Sabato 12 luglio, nel pomeriggio, al teatro The Cage di Livorno quattro economisti (Rita Castellani, Stefano Fassina, Roberto Renò e Filippo Taddei) si sono confrontati su “l’economia possibile”.

Il primo tema del dibattito è stato: “qual è l’intervento economico più urgente da fare in Italia”.

Per Rita Castellani, la priorità dovrebbe essere la riforma del welfare, che è costoso, inefficiente, diseguale sul territorio nazionale e “ottocentesco” nel suo impianto: in particolare, il diritto al reddito non è garantito “automaticamente”, come avviene nel resto d’Europa, ma dipende dalla condizione lavorativa del cittadino.

L’obiettivo è l’introduzione in Italia di un reddito minimo garantito di circa quattrocento euro al mese, che venga erogato “in automatico” ad ogni italiano che si trovi sprovvisto di reddito proprio (indipendentemente dalla situazione familiare, perché il RMG deve essere uno strumento di emancipazione: per i giovani e per le donne, che lavorano ancora troppo poco perché gravate dal compito di essere “welfare vivente”).

Potrebbe essere finanziato dalla fiscalità generale, rivedendo la spesa per gli assegni di accompagnamento (erogati a chiunque abbia disabilità che lo rendano non autonomo, indipendentemente dal suo reddito), che ammonta a 13 miliardi di euro l’anno. Questa misura potrebbe rilanciare i consumi e soprattutto la fiducia in un momento di crisi economica.

Stefano Fassina ha, a sua volta, indicato come prima misura il sostegno alle famiglie che vivono in povertà assoluta (vi appartengono oggi 4,8 milioni di italiani, il doppio che prima della crisi). Ma ha soprattutto voluto sottolineare l’importanza del senso delle parole “l’economia possibile”: negli ultimi anni l’economia è stato un campo “tecnico”, nel quale non si facevano scelte politiche ma si attuavano provvedimenti definiti “necessari”. La straordinarietà di questa crisi, che rappresenta un vero “cambio di fase”, necessita però un “nuovo paradigma”: non solo “fare le cose che non abbiamo fatto negli ultimi vent’anni”, ma fare scelte “di sinistra”; non seguire la ricetta della destra che ha prevalso fin qui (e che ci imporrà 20 miliardi di tagli della spesa pubblica il prossimo autunno), ma “cambiare agenda”.

Ai due primi relatori ha risposto Filippo Taddei, responsabile economico della segreteria Renzi. Si è detto contrario al reddito di cittadinanza, sia perché mancano le risorse (abbiamo perso un decimo del reddito nazionale dal 2008), sia perché abbiamo un welfare già troppo “sbilanciato” sui trasferimenti (assegni): è meglio offrire ai cittadini in difficoltà servizi, che aiutino a far fronte alla povertà, a far partecipare le donne al lavoro, ecc. Ha poi sottolineato tre problemi peculiari del nostro Paese: l’eccessiva tassazione sui produttori (lavoratori ed imprese), l’inefficienza della PA e le distorsioni nell’uso della Cassa Integrazione.
Ha sottolineato che l’azione del governo sta puntando a risolvere queste contraddizioni: gli “80 euro” sono una misura di redistribuzione fiscale a favore dei lavoratori; la riforma della PA e altri interventi puntano ad una maggiore efficienza, con il taglio di 20 miliardi sui 720 complessivi di spesa pubblica, ma senza toccare scuola, sanità, pensioni e ogni altra prestazione di welfare.

Fassina ha replicato che, in realtà, non c’è molto da tagliare nel bilancio dello Stato: gli stipendi sono bloccati da anni e i dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono diminuiti; le pensioni non vengono rivalutate da un pezzo; la spesa sanitaria è difficilmente comprimibile. Piuttosto, ha proposto di puntare sulla riduzione dell’evasione fiscale, che oggi è il doppio della media europea: riportandola alla pari con quella dei nostri partner continentali (all’8-9%) si potrebbero recuperare circa 50 miliardi di euro l’anno. Finanziare la riduzione delle tasse con i tagli alla spesa pubblica non dà invece risultati positivi, perché innesca un circolo vizioso: da una parte si dà, con gli 80 euro, ma dall’altra si toglie in termini di prestazioni dello Stato.

Il secondo tema della discussione è stato: “qual’è la misura economica più urgente da attuare a livello europeo”.

Per Roberto Renò, si tratta dell’introduzione degli Eurobond: l’Europa è un continente ricco, con un basso debito complessivo, un’ottima capacità produttiva e una domanda interna “robusta”: perché non sfruttare questi punti di forza per emettere debito che “andrebbe a ruba”, dato che c’è molta liquidità disponibile e gli investitori sono fiduciosi verso l’UE? Per l’Italia, poter remunerare il proprio debito al 2% anziché al 3% come avviene oggi vorrebbe dire avere 20 miliardi di euro l’anno da investire per rilanciare la crescita; dunque, riuscire a far fronte agli impegni del Fiscal Compact, che altrimenti sono assolutamente irrealistici (ci viene chiesto di scendere dall’attuale debito, pari al 120% del Pil, a uno pari al 60% in venti anni: impossibile, dovendo garantire tassi di interesse troppo alti…) L’UE dovrebbe fare semplicemente ciò che hanno fatto gli Usa, che hanno fronteggiato la crisi aumentando il proprio debito pubblico (loro, però, possono stampare moneta, mi pare; e noi…?); questa è una battaglia che la sinistra europea dovrebbe intestarsi.

Anche Fassina ha sostenuto che il debito pubblico italiano è insostenibile se la crescita non riparte: si rischia il “default caotico” – e questa previsione non viene fatta solo da economisti “di sinistra”, ma anche da liberisti come Zingales, che propone addirittura l’uscita dell’Italia dall’euro. Il problema non è solo italiano, ma continentale: il debito pubblico complessivo dell’eurozona è cresciuto del 30% (dal 65 al 95%) negli anni della crisi. L’allarme lanciato da Fassina è stato duro: “così andiamo a sbattere, siamo sulla rotta del Titanic”. Il modello economico tedesco non è generalizzabile a tutta l’Europa, perché non tutti i paesi possono crescere attraverso le esportazioni. L’unica soluzione è “gestire i debiti europei con meccanismi cooperativi”, cosa che la politica deve ottenere tornando ad orientare i processi, anzichè subirli.
Taddei ha replicato dicendo che il vero problema dell’Italia è che non cresce più, mentre nel passato lo ha sempre fatto: questo rischia di rendere insostenibile non solo il debito pubblico (“chi se ne frega”), ma addirittura il nostro stato sociale. Per far ripartire la crescita, e per andare in Europa a chiedere di “mettere in comune” i debiti sovrani, è però necessario che l’Italia attui le riforme (della PA, del lavoro, ecc) che possono renderla “credibile” agli occhi dei partner europei.

Il dibattito è stato molto vivace ma sempre rispettoso e, soprattutto, chiaro e lineare. Per tutti i relatori è prioritario riformare il welfare italiano, rendendolo più efficace: le risorse per fare ciò vanno trovate nel bilancio dello Stato (negli sprechi dello stesso welfare, nel recupero dell’evasione fiscale, nei tagli alla spesa pubblica improduttiva); Taddei ha posto l’accento anche sulla diminuzione del carico fiscale che grava sui produttori (stranamente, ora parla di finanziarlo coi tagli e non più di spostarlo sul patrimonio, come diceva un anno fa… effetto delle larghe intese?). Ciò, però, non sarà sufficiente a risolvere il problema del debito pubblico italiano. Questo va affrontato non più con il “rigore” che ha impantanato l’intero continente nella recessione, ma con una gestione “solidale” (eurobond), che è necessaria non solo e non tanto per “salvare” l’Italia, quanto per “salvare” l’intera UE – che, altrimenti, rischia di “andare a sbattere”. Taddei ha però ricordato che l’Italia non può chiedere questo senza aver prima “fatto le riforme”, per dimostrarsi “credibile” agli occhi dei sospettosi partner nordeuropei.
Giustissimo, se non fosse che i “compiti a casa” li stiamo facendo da due anni e mezzo e non sembrano aver convinto nessuno…

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2 Pensieri su &Idquo;L’economia #possibile

  1. L’OSSIMORO FINALE: I LIBERISTI DI SINISTRA

    Taddei fa finta di non capire, dimostrando ancora una volta lo scollamento dei renziani dalle esigenze reali del Paese. Noi italiani non abbiamo bisogno di fare i compiti europei, visto che questi compiti per noi sarebbero la definitiva morte economica. Fassina la dice giusta, soprattutto quando ci ricorda che il modello tedesco non è applicabile da noi se non a costo di un tracollo epocale. Addirittura il modello economico tedesco attuale, espansionista, basato sulle esportazioni e non sugli equilibri naturali dell’economia, non sta funzionando, a medio e lungo termine, nemmeno per loro, avendo distrutto le economie dei Paesi che compravano le loro merci. Siamo noi, tra i primi…
    Come è possibile che un partito che si dice di sinistra persegua come unica religione le imposizioni liberiste europee, quando tutti gli economisti del mondo ci avvertono che stiamo finendo contro un iceberg?
    Nel frattempo, Scalfari e Draghi ci avvertono che è ora di cedere sovranità alla Troika. Arriva la Grecia, compagni. Compagni, si fa per dire…

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