I giovani in politica

giovani

di Massimo RIBAUDO

Avevo dodici anni e il gruppo rock di mio cugino era tra i diciotto ed i venti.
Organizzarono una serata di prova per tutte le famiglie dei componenti, e io partecipavo a due loro interpretazioni di brani splendidi, come tastierista: “Europa”, di Santana, e “Comfortably numb” e “Wish you were here”, dei Pink Floyd.
E quindi, ad essere accettato tra loro, e suonare, era più di aver vinto un gran premio di Formula 1.

Ad un certo punto mio padre, come al solito, chiese un ritorno al passato. “Bravi, siete bravi“, disse. “Ma la sapete suonare “Vitti na crozza“?
Potete immaginare la mia vergogna e il disappunto. Stavamo cantando e suonando il futuro, e lui chiedeva che fossero ascoltate le sue radici.

Bassista e cantante, furono pronti. “Lo zio, ha sempre ragione!”. E iniziarono ad improvvisarla, (io la conoscevo a memoria). Tutti erano contenti. E dopo, vista la nostra comune provenienza siciliana, insistettero anche con “Sciuri sciuri”. Questo è ottenere il consenso.

Perché vi racconto questo?
Perchè ho letto i due bellissimi articoli di Andrea Nobile e Ivana Fabris e mi insegnano che le guerre tra generazioni e/o tra sessi non funzionano: fanno solo il gioco di chi vuol vincere, da padrone, la guerra tra classi sociali. Guardate la “rivoluzione generazionale” di Renzi. E’ finta. Sta suonando solo “cover” dei precedenti governi, sopratutto di quello De Mita-Craxi (e dei parolieri De Benedetti-Berlusconi-Agnelli). Che squallore.

Loro, non cantano il futuro e neppure nessuna nostra radice, ma antiquate pop song ormai inutili.

Io, come mio padre, tifo per i giovani. Quelli che spostano il confine (e non soltanto la loro poltrona dell’ufficio dove sperano di stare come i vecchi), quelli che osano, quelli che hanno coraggio. Lui disse appena vide Benigni a Televacca: “Questo è un genio”. Ed era il Benigni del “Canto degli incazzati”. Lo stesso disse di Vasco Rossi. Ma voleva ascoltare anche “l’uva fogarina“, e quanto bello fosse andarla a vendemmiar.
Radici, e foglie e fiori e frutti nuovi.

Per questo, consiglio ai giovani di Sinistra di saper meticciare – concretamente ed esistenzialmente, non in una semplice operazione di marketing cognitivo -, valori, sentimenti e progetti comuni che sono sotto la nostra terra psicologica e culturale affermando – avendo il coraggio e l’improntitudine necessaria per affermarle – nuove soluzioni per questi tempi nuovi.

Perchè gli under 35 – dopo i 35 non si è più giovani come lo stesso Giuseppe Civati dice sempre – (dai 35 ai 55 si è maturi, se non si fa la fine di Renzi, che marcisce), sono pochi e saranno sempre di meno. E molti di loro, tra cinque anni, non saranno più giovani, per l’anagrafe.

Farebbero anche bene a saper dire di NO, a rinunciare a seguire il flusso e a disegnarne una altro. Ché quello è il compito dei giovani. Insomma, non siate come Matteo Orfini.

Poi, il più giovane dei Senatori l’ho ascoltato oggi. E’ il Senatore Walter Tocci.

“Questa Assemblea ha mostrato di non condividere la revisione costituzionale, non è stata convinta con argomenti giuridici, ha subito imposizioni politiche. Diversi senatori di maggioranza sono stati costretti a ritirare la firma dagli emendamenti che avevano presentato. Molti colleghi hanno fatto sentire il dissenso solo con il voto segreto. Peccato che non lo abbiano espresso alla luce del sole. D’altro canto, noi che abbiamo criticato in modo trasparente e leale non abbiamo ottenuto risposte di merito, ma siamo stati ricoperti di insulti a livello personale e additati sui media come mangiapane a tradimento. Doveva essere una discussione non priva di una certa solennità, e invece si è avvertito un clima asfissiante. Non è questione marginale. Quando si tratta della Costituzione la qualità del dibattito ne decide in gran parte l’esito. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il capo del governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta. È uno stato di eccezione che ha già modificato nei fatti la Legge fondamentale, prima che entrino in vigore le nuove norme.”

Ha cantato il futuro della democrazia e le sue radici, per chi vuole ascoltare. E ricordo quando mi hanno raccontato che un giovane-vecchio del Partito Democratico lo tratta per pazzo. Come vedete l’anagrafe, non conta nulla.

Perché aveva ragione Pier Paolo Pasolini. Uno che spostava il confine. Da solo.

“Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione. Io spero che coloro che mi sono amici, o personali, o in quanto lettori, o come compagni di lotta (e nei cui occhi, lo so, cala un’ombra, ogni volta che la mia reputazione è in gioco: un’ombra che mi dà un dolore terribile) siano così critici, così rigorosi, così puri, da non lasciarsi intaccare dal contagio scandalistico: se così fosse, gli sconfitti sarebbero loro: se solo cedessero per un attimo e dessero un minimo valore alla campagna dei nemici, essi farebbero il gioco dei nemici. Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti”.
[“Vie Nuove” n. 51 del 28 dicembre 1961]

p.s. Se siete dei vecchi perversi ed irranciditi come Mario Adinolfi, potete non leggere questi pensieri sparsi.

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