Il grande baco della Sinistra. Organizzazione o rappresentanza?

sciopero

Una nota di Gianni MARCHETTO

[Ex operaio FIAT ed ex funzionario sindacale FIOM alla Mirafiori. Attualmente Presidente dell’Associazione Esperienza & Mappe Grezze – http://www.unitadibase.altervista.org – ha avuto l’incarico di assessore alla politiche Sociali e alla Partecipazione del Comune di Venaria Reale – TO]

(Questa riflessione è il frutto di una discussione che da parecchio tempo vado facendo con il mio amico, socio, compagno Enrico Mana con il quale dividiamo un impegno molto complesso nella traduzione del Piano Regolatore Sociale di Venaria in una “piattaforma sociale”).

Premessa
Un baco si aggira nelle teste di parecchi comunisti, ex comunisti e varia sinistra: è il baco della “rappresentanza elettorale” a qualsiasi costo, in qualsiasi maniera.
Un problema per molti comunisti, compreso il sottoscritto che però ne ha coscienza e consapevolezza e quindi il baco lo può tentare di tenere a bada: chi ha coscienza di sé è a metà dell’opera, diceva il saggio.

“Rappresentanza elettorale” è un obiettivo che nel nostro periodo può significare il contrario di ciò che per decenni, dagli albori del movimento operaio ai giorni nostri, ha voluto essere: la rappresentanza degli interessi delle classi meno abbienti nei palazzi della rappresentanza e del potere, da un consiglio comunale fino al parlamento. Ed infatti significa, purtroppo, rappresentanza di meri interessi cetuali o corporativi. Quando non legati alla mera capacità clientelare del candidato.

A tutt’oggi a me pare che il quesito da porsi sia il seguente: rappresentare o organizzare? E non li metto uno in alternativa all’altro: però bisogna decidere da cosa partire.

Per me occorre partire da ORGANIZZARE. Nel senso di organizzare le persone curiose e intraprendenti che sono portatori di ESPERIENZA E SAPER FARE e questo in ogni territorio dato e in ogni azienda.

Tanto più che ormai nel rappresentare si rischia di non sapere CHI RAPPRESENTARE: i riferimenti storici della sinistra (il lavoro dipendente) ormai, nella sua maggioranza, non va a votare (vedi il fenomeno abnorme dell’astensionismo) o NON LI LASCIANO VOTARE (vedi i migranti).
Nelle aziende, ormai da anni, i lavoratori per la stragrande maggioranza sono impediti di votare per accordi e contratti che li interessino (vedi l’ostracismo di CISL e UIL), solo la FIOM CGIL tiene botta, ma con scarsi risultati.
Per non dire che nel RAPPRESENTARE c’è un limite fortissimo legato al concetto di DELEGA mentre invece nell’ORGANIZZARE si mette in moto un processo di NON-DELEGA.

Com’era la situazione

Facciamo un esempio (esemplare) riferito ad un partito (che fu): il PCI. C’era una volta un partito che su un territorio definito (= un contenitore) attraverso l’ascolto partecipato di tutta una serie di suoi militanti (esperti grezzi) aveva nei fatti una MAPPATURA DELLA COMUNITA’ (si veda il volume di Ivar Oddone “Psicologia dell’ambiente – fabbrica e territorio” Giappichelli Editore) di quel territorio, ergo sapeva chi erano i rappresentanti veri di quella comunità, chi erano coloro i quali attraverso il loro lavoro quotidiano, la loro competenza, facevano ESPERIENZA: di solidarietà, di aiuto, di cambiamento della porzione di mondo che stava loro di fronte.
Per non dire di tutte le “innovazioni e le scoperte” del movimento operaio: dalle case del popolo, ai vari circoli, alle leghe rosse e bianche. Alla rete degli oratori e alle opere di varia umanità del mondo cattolico. Tutte cose che andrebbero catalogate in una moderna antologia alla pari di quella che i borghesi Diderot e D’Alembert fecero con la stesura della loro “L’Encyclopédie” della fine del 1700.

Stessa identica cosa per i sindacati dove ovviamente il contenitore era l’azienda, la fabbrica, il luogo di lavoro. Gli esperti grezzi combinavano con i Delegati di Gruppo Omogeneo (eletti tra iscritti e non, da tutti i lavoratori del gruppo). Questa fu la felice intuizione che si fece conquista a partire dai primi Delegati di Gruppo Omogeneo del 1969 alla FIAT di Mirafiori nati per gestire il controllo del rapporto tra produzione e organico alle catene di montaggio della Mirafiori, dell’anno precedente (Giugno 1968) . E tutto ciò avvenne in un processo unitario (specie nel mondo sindacale) raccogliendo e fondendo il meglio delle esperienze e delle culture tra i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali: da quelle di origine comunista e socialista, a quelle di origine laica e cattolica. Ma processo altrettanto unitario fu la stagione delle “giunte rosse” tra comunisti e socialisti che operarono una civilizzazione di buona parte del nostro paese.

E in occasione delle varie contese elettorali (il partito: i suoi gruppi dirigenti) sapeva come portare a sintesi quelle esperienze che i suoi “esperti grezzi” portavano a galla. Questa sintesi ovviamente veniva inglobata nella strategia di cambiamento più generale del partito (o del sindacato) con l’esito finale che traguardava ogni conquista: il socialismo, un’altra società. È inutile, perché risapute, enumerare qui le conquiste, i voti, il potere delle varie formazioni politiche e sindacali di quel periodo.

Siamo di fronte quindi ad un movimento partecipato, che incentiva non solo la partecipazione diffusa ma anche il protagonismo degli uomini e delle donne più curiosi e intraprendenti.

Un movimento che mette in discussione quanto di “leninismo” era ancora presente nelle varie formazioni del movimento operaio (partiti, sindacati, gruppi) attraverso la pratica della “validazione consensuale”: rendere valido una qualsiasi questione con il consenso, pratica quanto mai complicata e controversa perché ha a che fare con le teste di uomini e donne in carne ed ossa, con le loro aspirazioni individuali, con le loro ambizioni, e un eccetera sconfinato.

Quando dico “leninismo” non intendo quella pratica di necessaria disciplina che un gruppo politico deve avere per ottenere dei risultati, avvero di studio attento della realtà, ma quanto di deleterio e fallimentare (vedi la fine del “socialismo reale”) era presente nella “dottrina del leninismo”: ovvero il “come ti educo il pupo”, la stracca abitudine di indottrinare la gente, quasi che le teste di costoro fossero delle vasche vuote in attesa di essere riempite dal verbo dei “sapienti” (leggi, i dirigenti di partito e di sindacato).

Infatti la contesa fu aspra tra coloro i quali tentavano di uscire da questo “leninismo” e coloro i quali lo difendevano aspramente nei loro comportamenti quotidiani.

Chi vinse? Alla fine della fiera vinsero i “leninisti”, sia nelle formazioni politiche sia nei sindacati.
Quando vinsero i “leninisti”? Paradossalmente quando attraverso i voti (in aumento) le formazioni di sinistra ebbero più potere nei luoghi di rappresentanza a tutti livelli: dai comuni, alle province, alle regioni, al parlamento. Nei sindacati, quando la maggioranza dei Sindacalisti (e anche una buona parte di Delegati) si “ubriacarono” delle loro conquiste, lasciandole sulla carta, spendendo pochissimo tempo nella pratica della gestione di accordi, contratti e leggi, finendo così di stufare una buona parte di lavoratori e “insegnando” a decine e decine di imprenditori che tanto valeva firmare degli accordi, visto che poi rimanevano sulla carta.

Perché vinsero i “leninisti”? Perché nella gestione quotidiana del “potere” il modello vincente fu quello dominante: più produttività = più comando (sia nella fabbrica che nella società). Vedi ad esempio la conclusione della crisi produttiva alla FIAT nel 1980 (con i 35 giorni) e vedi il fenomeno del craxismo in Italia. In pratica si affermò il modello attuale che vuole maggiore EFFICIENZA a scapito della partecipazione democratica.

Perché noi perdemmo? (Noi sta per quelli della “validazione consensuale”).
Primo: perché non ci fu abbastanza scavo teorico sul tema della produttività e sulla efficienza/efficacia. Bisognava affermare un ben altro binomio: PIU’ PRODUTTIVITA’ = PIU’ DEMOCRAZIA (una sfida innanzi tutto per noi). Termini i quali nella cultura del movimento operaio sono sempre stati concepiti come antinomie. Bisognava quindi affermare un altro criterio di produttività: fare il massimo con il minimo sforzo (in una qualsiasi azienda) e fare il massimo con il minimo di spesa nella società (quindi affermando nella pratica democratica il valore delle priorità in maniera partecipata e il bilancio anch’esso in maniera partecipata).

Secondo: perché la pratica della “validazione consensuale” esige una ferrea disciplina (questa sì leninista), nel senso che occorre essere determinati nel praticarla e coerenti nelle risultanze. Io per es. fui un “cantore” delle sue virtù, molto meno nella pratica quotidiana. Mi facevo prendere dalla fretta, dal fastidio di ascoltare tutti, di trovare una sintesi unitaria, ecc. quando tra pochi c’era la possibilità di decidere (male, visti i risultati odierni).

Com’è la situazione attuale

La crisi attuale ha portato fino alle estreme conseguenze, ed alla crisi politica ed economica che viviamo, il binomio + produttività = + comando. Alcuni esempi paradigmatici:

  • La FIAT: la vicenda è nota. In ultima analisi si può parlare di una inutile prova di forza muscolare da parte del canadese Marchionne (nei confronti dei reprobi della FIOM) che non ha nemmeno sfiorato lontanamente la crisi FIAT, che è crisi di progetto, di prodotto e di un diverso rapporto in fabbrica tra “istruttori ed esecutori”. Quel tanto che basta vedere le chiusure di stabilimenti in Italia, la perdurante CIG, le difficoltà nel mercato italiano (sconvolto dalla crisi) e di quello europeo dove la fanno da padroni i tedeschi, i francesi e persino gli spagnoli, le delocalizzazioni di tutto e di più, ecc. a fronte del fatto che i lavoratori nel mirino del suo “editto” (la FIAT di Pomigliano) “vengono sfruttati per un milionesimo delle loro capacità cerebrali” : alla FIAT di Pomigliano i lavoratori addetti alle catene di montaggio lavorano su “cadenze” di un minuto (per i non addetti significa che una volta ogni minuto il lavoratore ripete sempre le stesse operazioni per tutto il turno di lavoro).
  • Il governo Monti: con questo governo abbiamo avuto il prevalere della tecnica sulla politica (che accompagna la volontà dottrinaria capitalista del prevalere della finanza sulla politica). Meglio stendere un velo pietoso sui risultati di questa esperienza che molte speranze aveva suscitato, e al contrario, a partire dagli “esodati”, caso quasi unico nel panorama europeo, tante delusioni ha comportato. Il tutto è continuato stancamente con il governo Letta. Inaugurando (per primi in Europa) governi del Presidente (Napolitano, come noto, fu migliorista) non eletti, in linea con i burocrati liberisti europei mai eletti da chicchessia.
  • Berlusconi e Renzi (e il PD). Il ventennio Berlusconiano (pur inframezzato da parentesi di centrosinistra) è il mallevadore di ciò che il Renzi dalla Toscana oggi mette in campo: una fretta maledetta, fatta di annunci mirabolanti e di riforme per gente che non ha più voglia di faticare per guadagnarsi il consenso, il quale deve venire da “riforme imposte” che da un lato danno per scontato un restringimento della partecipazione democratica (vedi il fenomeno delle astensioni e/o del voto grillino) a far da aggio invece alla costruzione e al consolidamento di grandi lobby nella società ormai atomizzata. Risultato: il tentativo (tutto sovietico, vedi il breznevismo della fine degli anni ’80) di autonomizzare il ceto politico del PD dalla sua base elettorale e confinarla nella pratica delle primarie.

C’è speranza di modificare tutto questo? Credo proprio di sì, e ne parlerò in un prossimo articolo, seguendo sempre il principio dell’ORGANIZZARE. Perchè, come ho sottolineato più volte, non si sta rappresentando, politicamente, più nessuno.

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