L’elettore e il tifoso di partito

tifosi

di Alessio RICCARDI

L’elettore è un cittadino che ha un suo ideale. Alle elezioni vota il partito che rappresenta il suo ideale. Purtroppo il ventennio berlusconiano ci ha consegnato un’altra categoria umana, figlia dell’appiattimento culturale: il tifoso di partito. Normalmente il tifoso dovrebbe parteggiare per qualcosa inerente allo sport. E’ sfegatato, impulsivo e per niente obiettivo. Il tifoso di partito segue le stesse primitive pulsioni. Alla vigilia del voto, il tifoso di partito insulta pesantemente i suoi avversari politici. Proprio come il tifoso di una squadra di calcio, i suoi avversari sono “merde”, ed altrettanto “merde” sono gli elettori dei partiti a lui avversi.

Quando non fa uso di turpiloquio usa degli slogan che rimangono in mente facilmente. Non sa bene ciò che vuole e non legge mai il programma del partito del quale fa il tifo. Come ogni tifoso si sente al sicuro quando attorno a sé sente tutta la curva urlare, perché l’urlo è liberatorio e scatena istinti primordiali.
Nei giorni che precedono il voto guarda i talk show ed insulta i leader avversari senza nemmeno ascoltare quello che dicono, ed urla manco lo potessero sentire attraverso lo schermo.

Come il tifoso di una squadra di calcio non ammetterà mai che il rigore a favore è inesistente, il tifoso di partito giustifica sempre i suoi. Il suo leader ha sempre ragione, anche quando il tifoso di partito non ha capito proprio nulla di quello che il suo leader fa.

All’occorrenza c’è sempre pronto uno slogan o una frase fatta apposta per sviare l’attenzione dall’errore del suo leader, magari andando a cercare errori di leader politici avversari. Ciò lo appaga, perché la colpa altrui è sempre più grossa e ingiustificabile della sua.

Quando vede un gruppo di militanti avversari mentre sta andando in giro in macchina con degli amici (non da solo), gli viene da abbassare il finestrino per urlare ai suoi nemici quanto li consideri delle merde. Dito medio se lui è al volante, gesto dell’ombrello se a guidare è un altro. Poi arriva il giorno delle elezioni. Dopo aver votato si ritrova con altri tifosi come lui al bar più vicino al seggio dove, tra un Campari e un Prosecco, fantasticano sull’esito elettorale. Magari insulta a distanza “quel vecchio di merda”, un anziano militante avversario del palazzo di fronte incontrato poco prima al seggio. Poi va a casa, si scola un ettolitro di caffè e si prepara per l’evento che a lungo ha atteso: la notte dello spoglio delle schede elettorali.

Tifo indiavolato, coperta di flanella, frittatone di cipolla per la quale va matto, familiare di Peroni ghiacciata e rutto libero.

Ipotesi n.1, vince il partito del tifoso: il giorno dopo va al lavoro con gli occhi pesti ma è arzillo come se avesse dormito dodici ore. Arriva per primo e aspetta quei suoi colleghi che sa essere suoi avversari. Quando arrivano è tutto un “tièèèè”, “suuucaaaa”, “ciuuuupaaaa”, “ma chi sieeeteeee”, “dove volete andaaaareeee”, sventolando la vittoriosa bandiera del suo partito fino ad un attimo prima che arrivi il capo o il direttore.

Appena finisce di lavorare corre a comprare le migliori leccornie che gli vengono in mente per preparare una cenetta con i fiocchi per festeggiare la vittoria assieme a sua moglie, la quale si domanda perché allora non la porta fuori a cena.
Ma il tifoso di partito non rinuncerebbe mai e poi mai al telegiornale della sera che annuncia la vittoria del suo partito. Poi si dà appuntamento con gli altri suoi amici di tifo in birreria per festeggiare in modo degno la vittoria. Ogni tifoso paga minimo tre giri: il primo giro alla salute del suo leader, il secondo giro al suo partito, il terzo giro “alla faccia di chi ci vuole male”. Salgono in macchina completamente sbronzi e vanno in giro strombazzando manco avessero vinto i mondiali. Passano davanti alla sezione del partito avversario e dal finestrino abbassato urlano “Fanculomerdeeeehhhh”. Poi si dirigono ognuno verso casa propria, cercando di smaltire la sbronza ognuno a modo suo.

Ipotesi n.2, perde il partito del tifoso: il giorno dopo va sempre al lavoro con gli occhi pesti ma è silenzioso. Lo sguardo rivolto verso terra e un atteggiamento di chi non vuole essere toccato, né disturbato con assurdi discorsi. Vuole soltanto che tutti quanti gli stiano alla larga. Stranamente, ai suoi colleghi avversari succedono cose strane: uno trova la porta del suo armadietto sfondata, l’altro ha i tergicristalli storti e il tappo del serbatoio sparito, e un altro ancora ha tutte e quattro le gomme sgonfie. Ovviamente nessuno sa niente.
Quando arriva a casa si aspetta di trovare pronto in tavola perché non rinuncerebbe mai e poi mai al telegiornale della sera che annuncia che i suoi avversari hanno vinto grazie a talmente tanti di quei brogli che il Presidente della Repubblica ha deciso di dichiarare nullo il voto. Invece viene semplicemente annunciata la vittoria dei suoi avversari, con dichiarazioni dei leader di ogni partito politico. Poi chiama i suoi amici per dire loro che non si farà vedere in birreria perché ha del sonno arretrato da recuperare.

Poi, c’è il cittadino elettore. L’elettore è colui il quale durante il ventennio berlusconiano ha resistito all’appiattimento culturale. E’ cosciente del fatto che destra e sinistra sono due modi differenti di intendere la società e la sua gestione. E alla luce di questa sua presa di coscienza sa che le cosiddette “larghe intese” sono frutto di un’aberrazione politica dovuta alla scarsa rappresentatività dei partiti del concetto di “partito di destra” o “partito di sinistra”. Come mischiare acqua e olio. L’elettore sa esattamente cos’è la destra e cos’è la sinistra, e ha fatto la sua scelta. E da lì non si muove, perché se lui è di sinistra e vede il partito di sinistra fare male ciò che dovrebbe fare, non vota a destra. Perché è un controsenso andare a cercare la politica di sinistra in un partito di destra, nato per rappresentare tutt’altra visione della società. L’elettore non insulta e non demonizza il suo avversario perché ha rispetto per la sua lotta politica pur non condividendola, ovviamente in riferimento a quelle forze politiche che si mantengono in ambito democratico. Se il suo partito vince le elezioni non santifica il suo leader e non si abbandona a sbronze epocali: prova semplicemente soddisfazione nella speranza che i suoi ideali possano migliorare l’avvenire del suo paese. Ma lo fa con la consapevolezza che la politica è una cosa seria, non è un derby. E’ proprio la conoscenza di cos’è destra e cos’è sinistra, questa consapevolezza appresa in modo laico e senza slogan a fare la differenza tra un elettore e un tifoso di partito. E più elettori consapevoli ci sono, migliore sarà la classe dirigente di ogni partito. E’ difficile trovare, ahimè, leader di QUALSIASI partito che si diano da fare per migliorare la qualità dell’elettorato italiano. Meglio coltivarne l’ignoranza, avere dei tifosi.

Così, oltre ad essere meglio manipolabili, gli si riesce a far ingoiare meglio delle cacofonie politiche come le “larghe intese”, dove ogni decisione è frutto di una mediazione, quindi un gioco al ribasso per ognuno dei due fronti. E politicamente non giova a nessuno, men che meno a questo Paese sempre più sull’orlo del baratro.

Se dovessi fare il tifo, lo farei per gli elettori. Merce rara.

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