Ricordando Praga. E i nostri vent’anni

dubceck

di Celeste INGRAO

Il 21 agosto del 1968 le mie vacanze erano già finite ed ero a Roma. Avevo 23 anni ed ero una fresca sposina. Naturalmente faceva caldo, molto caldo, e mio marito Marco, fra l’altro colpito da un fastidioso mal di pancia, non riusciva a dormire.
Così, verso le 4 di notte, accese la radio – che a quei tempi le notizie in tempo reale si avevano dalla radio. Accese la radio e corse a svegliarmi: i russi hanno invaso Praga! Non ci volevo credere, ancora mezza addormentata provavo a illudermi che fosse solo un incubo. Mi pareva una cosa troppo enorme, impensabile, che andava oltre tutto ciò che di male potevamo pensare dell’Unione Sovietica. Ma naturalmente era vero.
Per noi, giovani sessantottini del PCI, fu un colpo terribile. La primavera di Praga era stata la nostra speranza, l’ultima speranza che dall’Europa dell’Est potesse venire qualcosa di buono e di bello, qualcosa in cui poter credere.

Eravamo gente strana: un po’ trotzkisti, un po’ terzomondisti, un po’ maoisti, parecchio indisciplinati.
Ma tutte queste nostre confuse identità si svolgevano in quel grande contenitore che era il PCI e i nostri dibattiti più appassionati e arrabbiati avevano luogo nelle nostre sezioni. In sezione facevamo spesso notte, confrontandoci senza timori reverenziali con i compagni più anziani e con i dirigenti.
I carri armati sovietici nelle strade di Praga furono per molti di noi – per me certamente – un punto di non ritorno, la sanzione definitiva di una rottura intima con l’esperienza sovietica che già maturava da tempo. L’ultimo nostro legame con l’Est era stato – per noi che pure tenevamo nelle nostre case i poster di Che Guevara – quell’uomo mite e un po’ triste che finì a fare il giardiniere nella sua Slovacchia e che solo dopo l’89 ricomparve marginalmente sulla scena pubblica: Aleksander Dubcek. Un nome che probabilmente pochi ricordano oggi.
Nulla fu più lo stesso dopo Praga e nessun Gorbaciov riuscì più a entusiasmarci e a farci credere che fosse possibile che i paesi del “socialismo reale” potessero autoriformarsi.

Mio papà, che era in vacanza in campagna, tornò subito a Roma e si trovò nella insolita posizione di essere il massimo dirigente presente (erano tutti in vacanza e il segretario Longo era in Unione Sovietica). Non so come andarono esattamente le cose né se si sarebbero svolte diversamente se il compagno “di turno” fosse stato un altro.

praga

Comunque sia la posizione del partito fu da subito di netta condanna dell’intervento e anche il vecchio Longo, tornato da Mosca, confermò l’orientamento delle prime ore. Tra il partito italiano e quello sovietico i dissensi erano ormai abbastanza noti e palesi, ma quello di Praga fu il primo clamoroso ed esplicito strappo.
A noi comunque non bastava: avremmo voluto parole ancora più dure, che scavassero più a fondo nella natura dell’Unione Sovietica. Non ci bastava allora, come non ci bastò poi quando – tanti, troppi, anni dopo – Berlinguer parlò della “fine della spinta propulsiva” dell’Unione Sovietica.

unita

A Praga andammo poi, Marco ed io, l’anno dopo, nell’agosto del ’69. Trovammo una città dolente e ferita ma ancora viva e desiderosa di lottare. Tutti volevano parlare, attaccare discorso, raccontare le loro storie. Soprattutto quando sentivano che eravamo italiani, perché l’Italia – e i comunisti italiani – era amica, e questo ci inorgogliva. Praga era meravigliosa, ma si avvicinava l’anniversario dell’invasione e il pomeriggio vedevamo i blindati nelle strade e le strade si riempivano del fumo dei lacrimogeni. Il 21 agosto a mezzogiorno tutte le macchine della città si fermarono e suonarono il clacson. Suonammo anche noi il nostro clacson e poi ce ne andammo, interrompendo con qualche giorno di anticipo le nostre vacanze. Praga era splendida ma non ci reggeva il cuore di fare i turisti in mezzo a quel dolore.

Ci tornammo poi, ancora, vent’anni dopo. La città era sempre splendida, ma triste, povera, chiusa. Nessuno più parlava con noi. Ma era ormai l’89 e dopo qualche mese sarebbe crollato tutto. Sarebbe finito un mondo, portandosi appresso nella sua rovina anche il Partito comunista italiano.

Mi viene oggi da pensare che lì siano ancora tante delle radici della nostra crisi di oggi. Mi viene da pensare che stiamo ancora pagando il prezzo di non aver fatto veramente i conti seri con quella crisi e con quella fine. Non è un discorso che riguardi solo qualcuno, ma che coinvolge, con vari gradi di responsabilità, tutti coloro che hanno vissuto quell’epoca.

Tanti sono stati quelli che hanno pensato di dover pagare il prezzo di un passato ingombrante rinunciando a una visione autonoma del mondo e allineandosi al pensiero unico post ideologico. E questi tanti sono stati i nostri dirigenti, quelli che hanno guidato “il Partito” (nelle sue varie incarnazioni) verso l’omologazione, lungo un percorso durato 25 lunghi anni e che ha trovato il suo esito finale e definitivo nel partito di Renzi.
Ma la riflessione critica deve riguardare anche quelli, come me, che hanno pensato che essere sempre stata “contro” bastasse a chiamarsi fuori da una storia terribile, che pure era stata – anche, nonostante tutto – la nostra storia. Non abbiamo capito per tempo che solo guardando veramente dentro a quella storia, cercando di capire le ragioni profonde che ne hanno determinato il tragico esito, avremmo potuto rivendicare le ragioni per cui ci opponevamo alla cancellazione di ogni nostra diversità.
Quest’anno ricorrerà il venticinquennale della Bolognina. Sarebbe bello se si riuscisse a farne un’occasione di seria riflessione critica. E servirebbe, credo, non solo agli storici e ai vecchi compagni e compagne come me, ma anche ai giovani cui spetta il compito di reinventarsi la sinistra del futuro.

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