ISIS. Promemoria per il M5s ed il pacifismo ideale

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di Franz GUSTINCICH

Breve riassunto dei fatti che hanno portato all’ISIS (IS) e ai massacri in Iraq ad uso di quell’area della sinistra che ritiene di non dover inviare armi ai Peshmerga*

Piccola premessa. Se mi trovo nella condizione di poter esprimere liberamente il mio pensiero, lo devo ai partigiani e alle forze alleate che hanno sconfitto il nazifascismo. Con le armi e non con le saponette. Senza il fragore di quelle armi mi toccherebbe salutarvi con il braccio destro teso e dandovi del Voi.

In origine era al Qaeda. La morte di Osama bin Laden non ha sconfitto l’islam fondamentalista e terrorista, perché era già in atto una trasformazione degli obiettivi e della strategia.

Il passaggio da bin Laden ad Al Zarqawi conduce alla fondazione dello Stato Islamico (Jamaat al-Tawhid e Jihad), ma la strategia non è priva di opposizione nemmeno fra i più accaniti sostenitori del Jihad (l’impegno sulla Strada di Dio).

Con al-Qaeda, Osama bin Laden voleva realizzare la globalizzazione del pensiero islamico e il compimento della Umma, mentre la Jamaat al-Tawhid – pur assumendo un aspetto regionale e localizzato, sebbene conservi l’ambizione di espansione dell’impero ottomano, che comprende anche i Balcani e la Spagna oltre all’Africa sahariana e Maghreb -, si risolve nel suo primo stadio alla creazione di uno stato sunnita in contrapposizione all’Iran sciita. Attenzione parlo di primo stadio, perché le intenzioni dichiarate sono pari alle ambizioni: colorare di verde circa metà del mappamondo. E’ più facile fermare la crescita di un germoglio che una sequoia di 50 metri.

Al-Zawahiri, forse l’unico della cerchia del terrorismo di matrice islamica in grado di pensare con la lungimiranza dello statista, metteva in guardia già da tempo i suo compagni di viaggio sulla necessità di convincere le masse e sulle difficoltà di farlo se le immagini delle esecuzioni dei prigionieri e dei massacri fossero state diffuse.

Al Zawahiri sapeva che il consenso popolare andava conquistato e che la maggior parte dei musulmani sunniti, pur non esprimendo apertamente sostegno ad uno stato siffatto, non si sarebbero opposti ad uno Stato sunnita se in contrapposizione agli odiati sciiti.

Da anni, tuttavia, si è fatto un uso spregiudicato di internet per veicolare i “successi” del jihad in termini di immagini di crudeli e sanguinarie uccisioni. Ciò ha portato alla formazione di una resistenza anche all’interno delle formazioni islamiste fiancheggiatrici, soprattutto in Siria, dove si è formata la componente militare che adesso massacra e stermina in nome di dio – nata in chiave anti Assad ma anche contro i laici e la classe media non islamizzata che aveva dato origine alla protesta.

Il concetto di Stato, all’interno della grande comunità sunnita, ha una forte valenza. I sunniti, pur eterogenei nella composizione, tribali e di etnie spesso diverse, si sentono fieramente parte di uno Stato. Alcuni Stati dominati dai sunniti, però, si sono disgregati nell’ultimo ventennio e i vari leader hanno attribuito la colpa, semplicisticamente, agli sciiti che, al contrario, anche grazie ad alcune aperture in senso democratico, stanno vivendo un loro piccolo rinascimento.

Non poteva esserci momento migliore per formare uno Stato sunnita, poiché nonostante gli avvertimenti di al-Zawahiri il nuovo Califfo Abu Bakr al-Baghdadi sta facendo breccia almeno in una parte del sostegno popolare sunnita, come dimostra la presa di Mosul – quasi due milioni di abitanti – da parte di poco più di mille predoni armati e quasi senza spargimento di sangue.

I giovani sono attratti dal modello eroico e romantico, che ricalca più o meno fedelmente l’era pre-islamica e tradizionale (si guardi ad esempio alla scarsissima considerazione della donna, che per l’IS perde persino le protezioni prescritte dal Corano), in definitiva più araba antica, che islamica.

Viene da chiedersi qual è la ragione che ha permesso agli ufficiali iracheni, per lo più appartenenti al partito Ba’ath, di schierarsi con i predoni, e la risposta viene da occidente: per volere degli strateghi statunitensi l’intera gerarchia militare, dopo la caduta di Saddam Hussein, è stata allontanata dal potere, ha perso il suo autorevole status quo e ha dovuto sopportare l’insediamento di una gerarchia di origine sciita nell’apparato statale, dal Premier al Maliki a scendere. Sarà, come sostengono alcuni, una questione di potere, ma gli americani hanno compiuto un grosso errore un’altra volta: tutti muscoli e distintivo, hanno sottovalutato le reazioni umane e psicologiche a causa delle loro presunzioni e della superficialità che dedicano alle faccende del mondo. Contro Hitler, senza russi e partigiani, non avrebbero fatto di meglio.

Già lo scorso anno avevo sentito dire, in Iraq, frasi talmente dispregiative degli sciiti e dell’influenza iraniana, da far presupporre un rapido infiammarsi della situazione: “Meglio un tiranno sunnita di un presidente eletto sciita”. Il riferimento è ad al Maliki.

Tutto questo ha fatto guardare con favore ai predoni, sebbene l’organizzazione sociale e gerarchica proposta dall’IS sembri andare in senso contrario alle aspettative degli Stati sunniti più influenti, Arabia Saudita in primis. Ma non è così: il principe Bandar, capo dei servizi segreti sauditi, avrebbe ricevuto l’ordine di sostenere l’IS già da molto tempo e ciò denoterebbe che insieme alla dinastia dei Saud, in Arabia regna anche una discreta confusione ideologica, e da più parti, Qatar ad esempio, sono giunti segnali di minaccia a chiunque volesse intervenire contro l’IS. Si sa, poi, come vanno certe cose. Quando il Califfo avrà finito di lavare le strade con il sangue, cadrà dalle scale e verrà sostituito da un galoppino del Principe saudita (90 anni) o del suo successore.

Le menti dei grandi della terra che concepiscono piani così arditi, però, non sono diverse dalle nostre, e peccano quasi sempre di presunzione. Il completamento del progetto del Califfo porterebbe probabilmente ad enormi tensioni tra i sunniti radicali e le popolazioni “liberate” dalla schiavitù dell’ideologia religiosa (laiche), e ciò significherebbe una guerra semipermanente in buona parte dell’area mediorientale, ma Arabi, Qatarioti e sunniti di altre nazionalità sperano di riuscire a portare dalla loro parte anche gli Egiziani, soprattutto il presidente Abdel Fattah al-Sisi, (in chiave di ammortizzatore) dato che i Fratelli musulmani sono fuorigioco, e che sarebbero stati certamente contrari a molte delle istanze dell’IS a partire dal torbido sistema politico che porta al potere il Califfo ed il suo consiglio. Un fronte compatto significherebbe una pace controllata, ma a spese delle popolazioni.

Non esistono certezze, inoltre, che i Fratelli musulmani, come reazione alle eventuali prese di posizione del presidente, non riacquistino rilevanza e prestigio, e ciò comporterebbe solo altra benzina sul fuoco dei predoni.

Il vero ostacolo, tuttavia, sono e restano gli sciiti, quindi gli iraniani e la minoranza irachena, che non possono permettere che si avvii la creazione di uno stato ostile a distanza così ravvicinata. Al di là di certo teatrino che gli fa dire che “sarebbero disposti a dare un aiuto contro l’ISIS”, sono terrorizzati di essere massacrati, di perdere il controllo regionale e di essere coinvolti in una guerra vera: lo dimostra l’apertura nei confronti del nemico istituzionale, gli USA.

E’ in questa chiave che va letta quella quasi alleanza che ha avvicinato gli Ayatollah e gli USA. E’ in questa chiave che va letta tutta questa guerra: uno scontro saudita con l’Iran per interposta persona. Non ci si meravigli: la morte e la sofferenza di centinaia di migliaia di persone valgono bene un trono. E L’occidente, inoltre, non può permettersi uno stato governato da predoni fanatici in una zona sensibile e ricca di petrolio.

Cercare l’idealismo in un’azione militare è cosa da riservare ai libri per l’infanzia e l’adolescenza, ma una dose di necessità per la sicurezza nazionale la possiamo trovare. Qualche migliaio di jihadisti impegnati con l’IS sono europei, soprattutto inglesi e francesi, ma anche una cinquantina di italiani, e gli arresti per reati connessi con il fanatismo islamico in Europa sono in progressivo aumento. Ciò dimostra – se ce ne fosse bisogno – che una penetrazione integralista sunnita è già in atto. Ma non è tutto: la creazione di uno staterello di appoggio per azioni terroristiche non è auspicabile in nessun caso, soprattutto se protetto dall’ombrello di Stati potenti ancorché piccoli, come Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman.

Il successo dell’operazione del sedicente Califfo, che fino ad ora ha goduto della fornitura di intelligence e strategie che non gli appartengono, dipende da alcuni fattori sui quali possiamo e dobbiamo intervenire. Poiché parte dello scontro è tribale (vedi anche il massacro degli Yazidi) in termini di sunniti vs sciiti, ovvero arabi contro iraniani, la prima mossa auspicata e già compiuta è stata la rimozione del Primo Ministro iracheno al Maliki, sciita, debole e nemico dichiarato dei sunniti più intransigenti. La seconda è armare i Peshmerga, perché sul terreno la vittoria dell’IS è rappresentata dal raggiungimento della frontiera iraniana e dalla presa delle principali vie di comunicazione tra Iraq e Turchia. E ciò significa il massacro dei Curdi, anche di quelli sunniti.

Si tratta di armare un esercito vero e proprio con il benestare del suo stato sovrano, non di dare armi a dei guerriglieri dell’ultima ora. La storia dei Peshmerga è antica e onorata. L’unico aiuto di cui c’è bisogno – oltre a quello umanitario per i profughi – è salvare la vita dai crudeli massacri che i predoni stanno perpetrando, e per questo non servono olio, riso e tende, ma armi. E armi sono anche l’intelligence, i satelliti, gli attacchi aerei che hanno permesso di riprendere la diga di Mosul: forse non sarebbe stata fatta saltare, ma sicuramente l’Iraq settentrionale avrebbe perso l’energia elettrica.

Logisticamente parlando le armi di cui hanno bisogno devono essere integrate nel loro sistema, che è quello sovietico, quindi non gli stiamo dando vecchi ferri arrugginiti, come qualcuno sta andando a dire, ma le armi nuove ed in perfette condizioni, frutto dei sequestri ai trafficanti. Ed in futuro, in caso di loro vittoria, è opportuno già prevedere una maggiore autonomia – ma sempre all’interno dell’Iraq – e facilitazioni economiche nel commercio del greggio. Perchè quello e sempre quello è il tema.

La vittoria dell’IS, in definitiva, sarebbe la vittoria dell’evoluzione di al Qaeda, di coloro, cioè, che hanno rivendicato i più vili atti di terrorismo degli ultimi vent’anni.

La sinistra non può restare a guardare in nome di un pacifismo di facciata, perché la pace è quella che fa vivere i cittadini nella tranquillità, e non semplicemente un non coinvolgimento nei fatti altrui. Lavarsene le mani adesso non significa volere la pace, ma attendere il massacro di innocenti sotto la scimitarra dei predoni per poi rammaricarsene. Non si può ignorare che, se proprio non possiamo punire gli ideatori della strategia che ha mietuto milioni di vittime negli ultimi vent’anni (succeduti al pressappochismo politico dei britannici, cui si possono ascrivere almeno il 70% delle guerre nell’area delle ex colonie dal 1800 ad oggi), la dinastia Saud e chi per loro, possiamo almeno impedire che vincano questa guerra.

Talvolta il miglior strumento per la pace è la difesa armata, non le bandiere arcobaleno in Piazza Navona. Prima che lo scontro con l’ISIS si trasformi nella guerra civile irachena. Prima che il Califfo con la barba, per certi versi emulo del “Kaiser” con i baffetti, costringa milioni di persone a sottostare a delle leggi tanto più odiose quanto più dettate da un’entità impalpabile con la quale non si viene a patti: la divinità, il feticcio dell’umana tirannia.

Se qualcuno ha un’alternativa e ne può dimostrare l’efficacia, la spieghi a tutto il mondo subito, perché fino ad ora chi ha invocato alternative non ne aveva. Non si può essere semplicemente “contro” se non si propone un cammino o una strategia. E non dimenticatevi che stiamo parlando della difesa di intere popolazioni da un tentato genocidio.

*L’argomento è incredibilmente vasto e complesso. Si accetti, pertanto, una visione sintetica che lascia aperti alcuni interrogativi. Eventuali imprecisioni non sono sostanziali, e non pregiudicano il senso del discorso, e sono dovuti esclusivamente a mie lacune personali.

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Un pensiero su &Idquo;ISIS. Promemoria per il M5s ed il pacifismo ideale

  1. Una piccola aggiunta:
    “Secondo la dottrina classica dell’Islam, la ragion d’essere dello stato islamico è l’attuazione del governo universale dell’Islam stesso. Di qui la concezione dello stato islamico come stato universale per sua intrinseca natura. Come corollario a questa idea, i califfi musulmani condussero una costante guerra di conquista in nome dell’Islam: con successo durante il primo secolo dell’Islam. Questa pretesa universalistica ha dato origine alla dottrina del gihād come strumento dello stato islamico per adempiere la sua funzione, là dove i mezzi pacifici fallivano.”

    fonte: “Reti Medievali” Università di Verona http://rm.univr.it/didattica/strumenti/amoretti/documentazione/sez2/cap1.htm

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