C’è chi vive in un videogioco. E chi preferisce la vita.

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di Giuseppe CARELLA

Mi sto convincendo ogni giorno di più che a me toccherà la stessa sorte di mio nonno, comunista, deceduto nel 1976, di mio padre , comunista, ancora vivente, 90 anni: lasciare questa terra, il più tardi possibile, spero, senza poter affermare di aver visto almeno l’inizio della costruzione di uno stato sia pur vagamente socialista.

Ho letto pochi giorni fa da qualche parte che in un centro di ricerca americano, corrispondente al nostro CERN, la vita che crediamo di vivere sarebbe una sorta di illusione bi-dimensionale e che nulla di quanto crediamo accada in realtà accade. Speriamo sia veramente così, almeno avremo la possibilità che in altre dimensioni la realizzazione di una società veramente più giusta sia ancora possibile.

Tornando alla nostra pseudo-realtà, la convinzione ironica di cui prima ha origine dal seguente ragionamento: da almeno quarantacinque anni vivo il mio interesse e impegno politico sempre a sinistra. Ciclicamente ho vissuto crisi economiche ogni volta sempre più gravi e ogni volta sempre con l’attesa che il governante di turno potesse realmente portarci fuori dalle secche. Intimamente ho sempre pensato che sarei stato disponibile a qualsiasi tipo di sacrificio, purché distribuito in modo equo fra tutti, a partecipare al risanamento delle economie statali e a una ripartenza che ponesse al riparo i nostri figli e nipoti dal fardello di debiti che gli stiamo lasciando assicurando loro una vita dignitosa. Insomma il classico ragionamento del buon padre di famiglia: facciamo sacrifici per uscire fuori dalle secche , pagare i nostri debiti e poter ripartire. Ho sempre creduto che l’unico governo capace di tradurre in strumenti operativi concreti questo concetto semplice doveva e poteva essere un governo di sinistra, capace di parlare in modo chiaro e diretto a tutti, assicurando principi di ripartizione equa dei sacrifici, di dire la verità sempre, di verificare costantemente e pubblicamente il proprio operato anche a costo di esser impopolare. Non è andata cosi: ogni volta il salvatore di turno ha sempre proposto la propria ricetta miracolistica, salvo poi scontrarsi con la dura realtà del sistema politico ed economico capitalista, e si è limitato, di fatto, ad assecondarlo piegandosi ad esso. Lo chiamano riformismo, ma è servitù.

Al giorno d’oggi, in un sedicente cambiamento , assisto – sorpreso ma non troppo -, al governo dei tweet e delle slide, al governo degli #hashtag . Niente piu approfondimenti dei provvedimenti, di analisi e conoscenza di leggi: semplici slogan coniati per una informazione veloce e per un pubblico che si nutre di cose così, digerendole a una velocità impressionante e alla ricerca dell’annuncio successivo. Nascono cosi i #cambiaverso, #sbloccaitalia, #bufalacontinua, etc.etc.

Se poi qualcuno si prende la briga di approfondire, scoprirà che il famoso #abbiamoabolitoleprovince è, appunto, una bufala pazzesca: a breve , tra poche settimane, un po’ dappertutto ci saranno le elezioni per il governo di enti che nell’immaginario collettivo sono stati aboliti e che invece sono ancora lì, con i loro bilanci, con gli incarichi e gli appalti da distribuire con le nomine da effettuare. Solo che a decidere chi sarà incaricato di fare il tutto, saranno in pochi intimi, sindaci e consiglieri dei comuni che si nomineranno tra di loro. Incredibile vero? Mi sa che quei ricercatori americani hanno ragione: ci fanno credere in cose che non esistono realmente!

Ma, c’è sempre un ma, se quanto fino ad ora descritto riguardasse solo la nostra piccola italia (minuscolo voluto) non avremmo da preoccuparci.

La crisi riguarda tutto il mondo occidentale, nel suo complesso. Il cosidetto mondo capitalista che, dopo la scomparsa di quello socialista sovietico e della guerra fredda, avrebbe dovuto finalmente dimostrare che l’aspirazione a quella società la più egalitaria e libera possibile, è stata sempre una grande sciocchezza. Ma l’ingordigia fa brutti scherzi: in un mondo pacificato, senza più popoli nemici, con le frontiere quasi abolite, il rischio che larghissime fette di popolo potessero finalmente prosperare introducendo elementi di socialismo nelle società capitaliste, era davvero grosso. Un paradosso così non sarebbe stato sopportabile. E quindi occorreva inventarsi qualcosa di nuovo, nuovi nemici. Bisognava rimettere in moto l’industria delle armi che cominciava a perder colpi con le politiche di disarmo anche unilaterali. Inutile descrivere il seguito che è storia di oggi: micro guerre anche alle porte di casa, con il rischio di una deflagrazione totale, scenari apocalittici di popoli alla disperata ricerca di un angolo di mondo tranquillo perché l’istinto primario è quello di salvarsi. Se e quando sarà possibile venire fuori da tutto questo, sarò cosi vecchio che anch’io terrò compagnia alle vane speranze di mio nonno e mio padre.

Ma mai demordere, perché una cosa è sicura: il capitalismo ha fallito e il socialismo non è mai arrivato. E’ il caso che ci si dia da fare perché un giorno arrivi. Tridimensionale, anzi con una dimensione in più. Quella del tempo. Presente. Vivo. Fisico. Per la nostra vita vera: dignitosa e giusta.

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Un pensiero su &Idquo;C’è chi vive in un videogioco. E chi preferisce la vita.

  1. L’ha ribloggato su Per la Sinistra Unitae ha commentato:
    Ma mai demordere, perché una cosa è sicura: il capitalismo ha fallito e il socialismo non è mai arrivato. E’ il caso che ci si dia perché un giorno arrivi. Tridimensionale, anzi con una dimensione in più. Quella del tempo. Presente. Vivo. Fisico. Per la nostra vita vera: dignitosa e giusta.

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