Da dove ripartire

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di Gianni MARCHETTO

[il seguito della nota Il grande baco della Sinistra. Organizzazione o rappresentanza?]

 

“Rappresentanza elettorale” è un obiettivo che nel nostro periodo può significare il contrario di ciò che per decenni, dagli albori del movimento operaio ai giorni nostri, ha voluto essere: la rappresentanza degli interessi delle classi meno abbienti nei palazzi della rappresentanza e del potere, da un consiglio comunale fino al parlamento. Ed infatti significa, purtroppo, rappresentanza di meri interessi cetuali o corporativi. Quando non legati alla mera capacità clientelare del candidato.

A tutt’oggi a me pare che il quesito da porsi sia il seguente: rappresentare o organizzare? E non li metto uno in alternativa all’altro: però bisogna decidere da cosa partire.

Per me occorre partire da ORGANIZZARE. Nel senso di organizzare le persone curiose e intraprendenti che sono portatori di ESPERIENZA E SAPER FARE e questo in ogni territorio dato e in ogni azienda.

Si riparte da ogni territorio dato e da ogni comunità in essa contenuta.

La condizione è che si parta dal riconoscimento di una comunità scientifica allargata, cioè che le capacità di “problem solving” non risiedono unicamente nella testa degli “esperti tecnici” della comunità scientifica tradizionale (tra i quali anche i politici di professione), ma nell’agire sociale è presente a tutti i livelli un altro “esperto grezzo” (ovvero quelli che sono ad oggi chiamati come “i portatori di interesse” o stakeholder), ricco di capacità e competenze, al quale va dedicata attenzione e riconoscimento. Si tratta in ultima analisi di mettere a confronto con pari dignità “esperienza e scienza”. Chi sono questi “esperti grezzi”? sono figure “professionali” che erano tutti presenti nei grandi partiti di massa (maggiormente nel PCI come una sorta di “imprenditori sociali”, vedi per tutti le migliaia di Delegati sindacali, le centinaia di consiglieri comunali e di varie organizzazioni collaterali) e oggi un po’ alla volta se ne sono andati, però sono rimasti nella società, del tutto sconosciuti ai partiti.

Occorre attivare nei confronti di tutti costoro (esperti tecnici ed esperti grezzi) un paziente (e lungo) ascolto partecipato, attivando tutte le forme di partecipazione: dalla intervista individuale e collettiva, alla riunione di piccolo gruppo, ecc.

Affermando nei fatti in questa nuova pratica, un “cambio di paradigma”: non si va più alla ricerca di “teste vuote” bisognose di essere riempite con il nostro sapere, ma si parte dalle competenze, dal saper fare, in ultima analisi dalla valorizzazione della esperienza del nostro/i interlocutore/i.

Ci sono esperienze di ri-partenza

Si legga e si segua Arnie Graf (mentore di Barak Obama) il quale arrivato in Gran Bretagna nel 2011 comincia a girare per il paese. Incontra gli attivisti del partito (il Labour), i dirigenti locali, «ma non solo». Organizza incontri col mondo del volontariato, delle associazioni, delle cooperative. «In due mesi ho incontrato più di mille persone, individualmente o in gruppi. Molti non avevano votato, molti avevano votato per altri partiti». All’inizio si limita a conversare. «Le domande erano semplici: quali erano le loro condizioni di vita, le loro aspirazioni, le loro preoccupazioni. E in che modo la politica aveva a che fare con la loro vita. Senza tirare in ballo la linea del partito: si trattava solo di ascoltare. Ho fatto il lavoro dell’organizer, e non è stato semplice far capire che di quello si trattava, non di una qualche consulenza strapagata: il mio compito non era chiacchierare per un paio d’ore per poi compilare un rapporto».

 E, prosegue l’intervistatore: “In che modo il community organizing è entrato nella vita del Labour?

Risponde Arnie Graf: “Abbiamo cominciato con la “mappatura” delle comunità, per capire chi sono i leader naturali di ciascun gruppo, le persone che una comunità locale rispetta, o a cui si rivolge. Con chi deve parlare un consigliere comunale laburista per organizzare una campagna o una mobilitazione locale? In troppi casi noi, il Labour, la nostra leadership locale non aveva nessuna conoscenza della sua comunità, del suo territorio. Abbiamo iniziato allora a organizzare incontri per “fare” cose, per discutere delle priorità. Douglas Alexander, che è stato incaricato di coordinare le strategie per la campagna elettorale, ha preparato un programma in pochi punti su come si dovrebbe svolgere il lavoro degli attivisti del partito: uno dei punti è che almeno il 20 per cento dell’orario di lavoro va impiegato in quest’attività di community organizing, o capacity building (sviluppo delle competenze, ndr)”.

E le strutture del partito come hanno reagito?

A cambiare l’attitudine di una struttura così antica penso che ci vorrà parecchio tempo. Ho incontrato qualche resistenza con alcuni dirigenti. Ma ho trascorso gran parte del tempo lontano da Londra, almeno tre settimane su quattro. Abbiamo cominciato sempre con piccoli gruppi, poi con incontri più grandi che hanno portato a diverse campagne di portata locale. Alcune di queste hanno poi assunto una portata nazionale. Ad esempio quella per congelare il prezzo delle bollette.

 È uno dei punti principali del nuovo programma laburista… È nato così, dal basso?

Sì, era un tema ricorrente in tutti gli incontri che facevamo. Incontravi un preside di scuola e subito ti diceva che l’impennata dei prezzi del gas e dell’elettricità stava diventando un problema. Ne sentivamo parlare di continuo e il partito se n’è accorto. A quel punto il Labour ha provato a verificare la questione con dei focus group specifici, e ogni volta fermare l’impennata dei prezzi delle bollette risultava la seconda o la terza priorità dei partecipanti. Abbiamo lanciato alcune campagne locali, coinvolgendo i sindacati, le Chiese, le ong, sempre con un ottimo successo. Poi, nel settembre scorso, al congresso del partito, Ed ha riunito questo e altri temi sotto un’unica voce: quella del costo della vita sempre più alto per lo squeezed middle, il ceto medio tartassato. Le diverse campagne locali si sono fuse in un unico capitolo del programma elettorale del partito. Molti hanno iniziato a sentirsi “sostenitori laburisti” proprio a partire da proposte molto concrete: ehi – ci dicono – questa gente fa proposte che mi riguardano.

 Lei era una persona spedita da Ed Miliband per mettere sotto sopra il Labour. I dirigenti locali non si sono sentiti scavalcati?

Ho incontrato molti scettici. Ma non ci vuole molto a capire che se la vita di un partito a livello locale si riduce a una riunione al mese – e in quella riunione il più giovane ha la mia età, settant’anni – allora il partito non ha davanti a sé un futuro molto luminoso. Il mio compito era “aprire” il partito fin dalle sue strutture locali. Il numero degli iscritti negli ultimi anni è precipitato. La gente non rinnova la tessera, non crede più nella funzione dei partiti. Anche tra gli ex militanti si sente dire: tanto sono tutti uguali, rubano, mentono, come si fa a fidarsi? Il messaggio che ho cercato di trasmettere negli incontri con la base è stato: smettiamola di parlarci solo tra di noi. E quando parliamo con gli elettori, il punto non è “vendergli” il partito. Conquistare un voto. Bisogna ascoltare quello che hanno da dire. Se busso a una porta e dico: “Ho la soluzione per i tuoi problemi”, ormai non mi crede più nessuno».

 Durante l’ultima campagna elettorale per le amministrative si è visto Ed Miliband che teneva dei mini-comizi agli angoli delle strade, in piedi su una cassetta di legno, rispondendo alle domande dei passanti. È parte di questa strategia?

Certo che sì. Stare dove sta la gente, non solo nelle riunioni di partito. Non ha senso pensare che solo i grandi discorsi programmatici cattureranno l’attenzione degli elettori.

 In tempi in cui si sente tanto parlare di populismo, vedere un leader di partito scendere in strada con un megafono fa una certa impressione…

Penso che la chiave sia accettare di parlare con le persone, una per una. Lo Ukip – il partito anti-europeista britannico – per molti aspetti è razzista. Ma quando si parla coi suoi elettori, nella stragrande maggioranza dei casi non si trova neppure l’ombra del razzismo. È gente che ha perso il controllo delle propria vita, che è arrabbiata – e sappiamo che storicamente, quando succede questa cosa, la vittima designata è sempre il più debole. Quando qualcuno mi dice: “Gli immigrati ci rubano i posti di lavoro”, in genere basta conversare un po’ per accorgersi che il problema è un altro. La caduta degli investimenti, la chiusura delle fabbriche. Ma a sinistra siamo abituati a parlare alla gente, non a parlare con la gente. Siamo pieni di pregiudizi sugli operai che votano a destra: pensiamo che in fondo non abbiano capito nulla, altrimenti voterebbero per noi. Pretendiamo di insegnargli cosa è più giusto per loro. Abbiamo smesso di parlare con le persone, è tutto qui.”

Con chi ripartire, quindi?

Con i portatori sani del baco. In pratica con tutti coloro i quali (pur diversamente collocati nelle varie formazioni politiche) sono “portatori sani del baco”: ergo con tutti coloro i quali sono gente curiosa e capace di mettersi in discussione

No con gli intellettuali umanisti, coloro i quali le invenzioni le catalogano nello “sviluppo delle forze produttive” e non parlano mai dei diretti interessati). Voglio dire che pur riconoscendo a questi intellettuali impegno, dedizione e una cultura sterminata, che ha fatto sì che per un intero periodo storico il nostro “proletariato” si sia nutrito (ed emancipato) a contatto con questi intellettuali, occorre riconoscere il limite profondo di questi: quando va bene delle lucidissime capacità analitiche sul perché abbiamo perso, e totalmente vacui nella capacità di una qualsiasi opera di previsione. Per non dire una sorda incapacità nel riconoscere tutte quelle invenzioni dell’agire umano, che se invece conosciute e valorizzate possono dare nel tempo linfa alla speculazione teorica.

Bisogna comprendere come sia molto più interessante sapere la data e il perchè della scoperta dell’ago, o del perché ad un certo punto della storia europea vi fu il declino dei cantieri di Venezia a fronte della fortuna dei cantieri delle Fiandre (vedi le fortune di alcuni artigiani che inventarono il timone), che accanto ad un diverso uso delle vele, permise alle moderne navi trans-oceaniche di andare controvento, permettendo così a Cristoforo Colombo di “scoprire le sue Indie Occidentali”.

E noi, in fondo, partiamo per scoprire nuovi territori. Ancora inesplorati.

 

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2 Pensieri su &Idquo;Da dove ripartire

  1. sono stata di sinistra e non lo sono più… parlate troppo, vi parlate addosso, parlate delle cose che interessano solo a voi, parlate delle cose che volete voi, parlate alla gente, decidete per la gente, i vostri sono sempre monologhi, al massimo parlate fra di voi… non avete mai un’idea brillante attuabile intelligente, se una tale idea proviene da qualche altra direzione deve essere sputtanata a morte, un avversario politico diventa un nemico mortale da distruggere ad ogni costo e con ogni mezzo, specialmente illecito, siete preoccupati e occupati delle vostre poltrone dei vostri privilegi, di sistemare parenti ed amici, fate le stesse cose che avevate accusato gli avversari politici di fare, con estremo scorno come se foste moralmente ed eticamente superiori….siete diventati, ma forse lo siete sempre stati e non me ne ero mai accorta, degli insopportabili, incapaci intolleranti arroganti ignoranti dispotici con zero capacità e tanta boria… vergognatevi di esservi così palesemente allontanati dalla gente e dalla realtà…. sono profondamente disgustata da quello che siete diventati, la delusione ed il senso di tradimento che provo sono profondi… VERGOGNATEVI MA TANTO….

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    • Perlanera forse non te ne sei resa conto, ma questo blog si prefigge dalla sua nascita di essere esattamente l’opposto di quello che tu affermi.
      Forse non ci leggi e hai scritto solo in funzione del fatto che nel nome è contenuta la parola sinistra.
      Possiamo capire la tua reazione ma forse faresti bene ad indirizzarla verso chi è realmente responsabile di quanto affermi e non siamo certo noi che da questo blog non ricaviamo nulla, neanche un poggiapiedi, altro che poltrona.
      In quanto al vergognarci, no, spiacente, siamo impegnati a scrivere e ad essere critici proprio nei confronti di quanto tu denunci, quindi perchè dovremmo vergognarci?

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