Compagni dai campi e dalle officine…

CGIL01

 

di Ivana FABRIS

Gira da tempo una storiella molto illuminante su come convenga comunicare certe notizie ed è questa: «Un ragazzo va a trovare i suoi genitori dopo lungo tempo e, ad un certo punto, mentre conversano e assumendo un’aria piuttosto preoccupata, dice loro: “Vi devo dare una brutta notizia, ho il cancro allo stadio terminale.”
Nel ricevere una simile la notizia, i genitori si disperano, non si danno pace. Scene di pianto irrefrenabile. A quel punto il ragazzo riprende dicendo: “Ho scherzato, volevo solo dirvi che sono gay”.»

Ecco, la comunicazione del nostro governo funziona esattamente così.
Reclamizza a reti unificate l’aumento dell’IVA al 25.5% per far ingoiare senza colpo ferire il taglio alla spesa pubblica che decreterà l’avvio della distruzione definitiva di settori determinanti nella vita sociale di un paese come la sanità, la scuola, il sistema pensionistico, l’ambiente e chi più ne ha più ne metta.
Proclama in ognidove che l’art. 18 impedisce le assunzioni dei giovani, che garantisce troppo chi gode di certi privilegi (!) da troppo tempo a scapito di chi non ne godrà per niente, per cominciare a demolire sistematicamente lo Statuto dei Lavoratori.
Ripete come un mantra che quella sulla difesa dei diritti è una battaglia ideologica per riuscire a sfilarci “elegantemente” qualcosa che migliaia di uomini hanno ottenuto, per tutti noi, lottando duramente, sacrificandosi e talvolta anche pagando con la vita.

I diritti…Già, proprio loro, proprio quel qualcosa che ha permesso a milioni di persone di avere una vita che liberasse l’essere umano di questo paese dalla condizione di schiavitù, che gli permettesse di vivere una vita degna di definirsi tale per un uomo, che lo riconoscesse come tale indipendentemente dal suo ceto e dal suo censo.

Soddisfo la curiosità di andare a cercare l’etimo della parola diritto e trovo una definizione non solo interessante ma proprio illuminante che meriterebbe essere divulgata soprattutto a coloro che tendono a bersi la storiella del nostro attuale governo: «dal latino Dirèctum ciò che è retto, e fig. giusto, ragionevole, onesto, da DIRIGERE dirigere, guidare, regolare – Principio di giustizia, dal quale devono prendere norma e misura gli atti della Libertà umana; […] Ciò che a ciascuno spetta secondo la legge naturale; […]»

Basterebbe questo. E in realtà non basta affatto.
La storia dell’umanità è un fulgido esempio anche per generazioni come la mia – di chi ha superato i 50 anni – di come i diritti non siano mai stati qualcosa di acquisito definitivamente. E non credo di doverne spiegarne le ragioni.

Eppure nell’immaginario collettivo, il diritto ad esser rispettato nel bisogno di riposo dopo 5 giorni lavorativi, del fruire di un periodo di ferie nel corso dell’anno, del poter manifestare la propria idea politica senza dover perdere il posto di lavoro per questo, dell’esser protetta professionalmente nel periodo della gravidanza e della maternità, del poter scioperare senza perdere la propria occupazione, dell’essere retribuiti e tutelati durante la malattia, appare come qualcosa di sancito nella notte dei tempi, qualcosa di immutabile, di scolpito su tavole di pietra.
Ma la verità è che non è così sicuro come crediamo e non lo è mai stato.

Ogni singolo diritto di cui godiamo, ci è stato concesso. Concesso, mi spiego?
Sta a significare che qualcuno, prima di noi, ha levato così alta la sua voce fino al punto di costringere qualcun altro a concederli.
E quella voce ha gridato così forte anche mentre il sangue colava dai corpi di chi emetteva quel grido per le botte, le manganellate e i colpi di pistola che venivano inferti da Polizia e Carabinieri che eseguivano gli ordini del governo di reprimere la protesta anche a costo del sangue.

La vita di chi appartiene alla mia generazione – e a tutte quelle successive – è stata una vita regolata da tutta una serie di diritti che i nostri padri, anche i nostri nonni, hanno strappato per noi e noi non ci siamo MAI preoccupati per un istante del fatto che ce li avrebbero potuti togliere.
La verità è che chi li ha concessi si è piegato davanti alla protesta durata anni, davanti al fatto che gli operai incrociavano le braccia fermando la produzione perché sapevano che, i padroni, di quelle braccia avevano bisogno.
E, scientemente, ce li hanno concessi in comodato d’uso e nemmeno gratuito, in attesa di tempi propizi per riprenderseli.

Difatti, tragicamente per tutti noi ma soprattutto per le generazioni future, di quelle braccia non ci sarà più così bisogno. Per la prima volta nella storia dell’umanità, per ottenere massimi profitti, nessuno di quelli che si erano visti allora obbligati a concedere, avranno bisogno che noi vendiamo la nostra forza-lavoro, le nostre braccia.
Non avremo più potere rivendicativo, non conteremo più nulla perché i soldi, tanti e in tempi brevissimi, li faranno senza dover passare attraverso di noi.

I tempi sono maturi per questo passaggio: il capitalismo industriale è arrivato a fine corsa e lo sta soppiantando rapidissimamente il capitalismo finanziario. Gli scenari che si delineano per una larga fascia di umanità, sono agghiaccianti.

Nemmeno possiamo immaginare quale sarà lo scempio che verrà fatto di tutte le conquiste sociali ottenute nel corso di decenni e nemmeno riusciamo ad immaginare come si possa vivere senza più quelle conquiste.
Noi che viviamo sicuri nelle nostre comode case, ci troveremo a fare i conti con la stessa disuguaglianza che hanno conosciuto i nostri padri ma, a differenza di loro, mi domando se sapremo reagire proprio perché siamo cresciuti comodi, protetti e garantiti da ciò che loro hanno ottenuto per noi e a caro prezzo: il diritto ad essere riconosciuti come esseri umani e non solo come carne da macello.

Qualcuno mentre legge penserà che esagero, che non si arriverà mai fino a questo punto, che non avranno mai il coraggio di arrivare a tanto. Ed è questo il problema, questo è ciò che affligge molti di noi italiani anche a livello politico presso chi dovrebbe opporsi con fermezza e determinazione a tutto ciò, ossia l’incredulità che si possa perpetrare una simile ingiustizia e con una tale violenza.
Ma si sbagliano. Lo si può fare eccome, specie se non esiste una forza politica in grado di dire no, in grado di opporsi fermamente, in grado di acquisire consapevolezza sul presente mettendolo in relazione al passato.

E la violenza ci sarà, anzi, già c’è, solo non gronda sangue versato nelle piazze così copiosamente, solo non è e non sarà plateale ed urlata oltre che esercitata attraverso botte e manganellate ma non sarà meno violenza per questo.
Sarà solo più silente e subdola, sarà strisciante, lo è già, e si insinuerà nelle nostre case stritolando le nostre vite in una morsa che ci vedrà regredire rapidamente ad una condizione che non avremmo mai potuto immaginare.

Non è forse violenza obbligare un mare magnum di giovani a lavorare per uno stipendio da fame e ad accettare condizioni di lavoro di stampo ottocentesco per la paura di perdere la propria occupazione?
Non è forse violenza la stessa precarietà che induce a pensare di essere provvisori, di non avere certezze sul proprio futuro?
Non è forse violenza far firmare ad una donna un foglio di dimissioni in bianco per poterla liberamente licenziare qualora decidesse di avere un figlio?

Ma nemmeno serve che scorra il sangue nelle strade perché in realtà ci stanno già dissanguando della nostra stessa vita. Sempre più famiglie vivono la difficoltà di arrivare a fine mese, dove far studiare i propri figli è diventato praticamente impossibile e curarsi un lusso. Ma anche scegliere di procreare quando ci si senta pronti a farlo non è più consentito ad una larga fetta di italiani, anche vivere la quotidianità senza l’angustia dell’arrivo del portalettere con una fattura da pagare per molti è quasi un’utopia, anche avere garantita la pensione è una speranza ormai persa.

E ancora una volta ripenso ai racconti di mio padre, quelli del suo mondo contadino che non aveva orari e grondava sudore ma fintanto che lavorava la sua terra aveva futuro e dignità garantiti e che nel passare alla condizione di mezzadro, era schiavitù.

Penso al suo abbandono della campagna e alla sua condizione di migrante, con nulla nella valigia e nulla nel piatto, con una fame e una povertà spaventose.
Penso a mia sorella cresciuta nel secondo dopoguerra a forza di sanguinaccio di maiale e ad una stufa che non bastava mai a scaldarsi.
Penso a mia madre che non aveva orari nel gestire quella portineria e a tutti gli scalini in pietra che ha lavato in ginocchio per uno stipendio misero da far bastare in cambio di una condizione lavorativa in cui le toccava essere sempre presente e sempre di guardia ad ogni scampanellata, notte e giorno, sabato, domenica e feste comandate.
Penso a mio padre diventato carpentiere edile, perdere il lavoro per aver espresso la sua idea politica e per aver scioperato.
Penso alla sua determinazione nel continuare lo sciopero malgrado la difficoltà economica che avrebbe imposto alla famiglia, mosso solo dalla volontà di ottenere ciò che era giusto per lui e tanti altri come lui e per i loro figli, per noi.

Penso se fosse qui oggi a vedere che il partito che lui stesso aveva contribuito a fondare, è il partito che si sta adoperando a mani basse per demolire quei diritti e credo direbbe che, un partito così, è il nuovo nemico ed un nemico più pericoloso che mai, visto come si propone, un nemico da combattere con ogni mezzo possibile.
Credo che senza nemmeno pensarci su, tornerebbe in piazza a gridare ancora più forte di come aveva fatto quasi 50 anni fa.

E non avrebbe esitazioni, andrebbe a Roma, sabato 25 ottobre e saprebbe esattamente da che parte stare: dalla parte del Sindacato, dalla parte dei lavoratori.

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