La disintermediazione e il “capitale sociale”

doghelp-300x276

di Sil Bi

Il “capitale sociale” è un concetto introdotto in sociologia all’inizio del Novecento dallo statunitense L.J. Hanifan.
Una sua definizione è la seguente: «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento».

Il termine “capitale” si riferisce a una “riserva” alla quale l’individuo può attingere; “sociale” indica che esso è basato sulla solidarietà tra i membri di un determinato gruppo o, più in generale, dalla reciprocità entro “reti” di relazioni. Esso genera una “fiducia collettiva” che induce a comportamenti desiderabili (bassa criminalità, tendenza alla solidarietà e alla collaborazione, impegno nel sociale ecc.) e limita anche problemi individuali (isolamento sociale, alcoolismo, depressione, suicidi); pertanto, crea benefici per tutti gli individui coinvolti.

A partire dagli anni Duemila, diversi sociologi statunitensi hanno osservato una riduzione del “capitale sociale” nella società americana: ciò è dovuto alla minore “continuità esistenziale” (cambiamenti di lavoro, di residenza, ecc), che sfavorisce il “senso di appartenenza” e la creazione di “reti sociali”. Tende a rimanere il solo capitale sociale di tipo “familiare”: una forma “degenere”( “familismo amorale”), in quanto tende ad essere meno inclusivo e a creare legami “forti” ma poco estesi: dunque, non incrementa in modo significativo il livello di “fiducia collettiva” e il benessere della società, anche se può essere utile all’individuo. Caratteristiche simili ha il capitale sociale che si stabilisce entro società “ristrette”, poco tolleranti ed inclusive (dalle sette alle organizzazioni mafiose).

Lo stesso processo, mi pare, si sta sviluppando nel nostro Paese: laddove un tempo era normale che nelle città “tutti conoscessero tutti”, oggi prevalgono l’indifferenza o addirittura la diffidenza; la solidarietà viene meno e si conserva solo nell’ambito familiare o in quello di cricche piuttosto asfittiche.
Tutto ciò rende ancora più difficile alla nostra società fronteggiare fenomeni come la crisi economica, l’immigrazione o la criminalità, che il singolo individuo non è in grado di gestire e davanti ai quali le istituzioni spesso no riescono ad intervenire in modo efficace.

Eppure, malgrado tutto ciò, il messaggio che viene trasmesso ai cittadini è l’elogio della “disintermediazione”: il superamento di tutte le “strutture intermedie” che si pongono tra l’individuo e le istituzioni, in favore di un rapporto diretto del quale il singolo diventa protagonista.
Si tratta di una modalità certamente più “veloce” e forse apparentemente gratificante; ma il costo da pagare è, appunto, la perdita del “capitale sociale” connesso con l’esistenza del “livello intermedio”.
Se nessuno più si iscrive al sindacato o ai partiti politici; se le parrocchie e le associazioni di volontariato languono mentre ciascuno si accontenta di vivere entro “reti virtuali” tanto estese quanto fragili, il risultato è un impoverimento relazionale che indebolisce la società.

Una vera sinistra dovrebbe riconoscere nel “capitale sociale” diffuso (non quello “concentrato”, di tipo familistico) un formidabile strumento di emancipazione e di creazione di opportunità; dovrebbe adoperarsi a favorire la sua creazione e, nello stesso tempo, sorvegliare e limitare le sue forme degeneri (lobbies, oligarchie, circoli e così via); dovrebbe, infine, interrogarsi sul modo per mettere i nuovi strumenti digitali (social networks) al servizio di questi obiettivi.

Soprattutto, dovrebbe rinunciare alla retorica individualista, alle inutili contrapposizioni e a tutto ciò che, seppure rende popolari (perché asseconda una tendenza ormai imperante nella nostra società), non giova al benessere comune, ai comportamenti virtuosi e alla fiducia reciproca. Quest’ultimo punto deve essere ben presente a chiunque voglia assumere un ruolo di leadership politica: solo da una ritrovata voglia di stare insieme e di collaborare potremo davvero ripartire e risollevarci dalla nostra crisi.

 

(foto dal web)

Annunci

2 Pensieri su &Idquo;La disintermediazione e il “capitale sociale”

  1. è una questione di priorità. che cos’è importante per voi? una maggiore unione familiare? oppure, visto che intanto la famiglia c’è e non sempre è comoda si preferisce la collettività. e importante il profitto che questo capitale sociale diffuso creerebbe o una vita a dimensione umana, magari povera, ma dignitosa dal punto di vista dei rapporti umani e dei valori? riguardo agli intermediari, è importante la semplificazione o la creazione di strutture d’intermediazione? poi dovremo fare altre strutture che controllino il buon funzionamento delle prime (anzi delle seconde!). per”sorvegliare e limitare le sue forme degeneri ” forse così si raggiungerebbe la piena occupazione. non certo la ricchezza del paese, nè il rischio di dover lavorare per gli scansafatiche.
    in pratica: che cosa vorrebbe ognuno di noi? vogliamo sostituire il vecchio sistema familiare con un collettivismo comunista? siete consci dell’attuabilità del sistema? qualcuno ha fallito in questo tentativo. non sarebbe bene partire invece dall’uomo stesso e fargli il vestito intorno. se noi abbiamo un istinto familiare perchè toglierlo? il sistema deve adattarsi alla nostra natura e non il contrario. a mio personale avviso il suo articolo è triste. triste perchè è ciò che già si sta facendo col dominio delle multinazionali e del capitalismo becero scambiato diabolicamente per un liberismo che invece dovrebbe essere diffuso e coincidere con gl’interessi della società intera. sia da destra che da sinistra. la società decade non avendo punti fermi e moralità diffuse. la vostra non è un’utopia innocente, ma interessata. ci sarebbe molto da scrivere ma ahimè devo tornare al lavoro. grazie dello scambio di idee.

    Mi piace

  2. ci mancherebbe altro che togliere l’ “istinto familiare”! Ma la famiglia dovrebbe essere uno dei “nodi” di una rete sociale più estesa, come quelle che un tempo esistevano nelle città dove “tutti conoscevano tutti”. Oggi, tra le “reti” di piccole dimensioni, familiari o sociali e “la Rete” globale, l’Internet grazie al quale virtualmente io posso scambiare un tweet col Presidente Obama, stanno scomparendo i “livelli intermedi”. Il “capitale sociale diffuso” gioverebbe al benessere dei singoli, ma più in generale della collettività, che oggi non ha “punti fermi e moralità diffusa” forse anche perchè ognuno è troppo solo e concentrato su sè stesso

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...