Non ci sono più parole

gaza-pescatroi

di Vincenzo SODDU

Quando si parte per andar via, per abbandonare le proprie case condannate alla minaccia di una bomba che le possa in qualsiasi momento distruggere, in un istante, quando per anni si è sudato per costruirle, per viverci, non per morirci, non ci sono più parole.

Quando si parte per non tornare più, c’è soltanto tristezza, una sottile, inossidabile tristezza.
Non era mai successo. Almeno a Gaza.

Le chiamano barche della morte.

Di già. Come se la morte non avesse già messo da troppo tempo radici in quel luogo della terra degli aranci tristi.
Le barche della morte. Come se fuggire dalla morte significasse ficcarsi in un’altra morte.

Assurdo.

Ma qui è così. E’ tutto assurdo, come può essere assurda una gabbia dove si viene picchiati fino a svenire, senza avere la possibilità di uscirne, come in quello sport urbano che negli States viene chiamato, appunto, “La gabbia”.
Questo è quello che capita a Gaza. Si muore sotto le bombe israeliane, e quando si fugge, dal mare per trovare la pace, si viene uccisi dalle motovedette israeliane. O nel migliore dei casi da avidi contrabbandieri di corpi.
E’ successo poche settimane fa… disperati fuggiaschi che si affidano rassegnati agli inganni degli esperti scafisti.
Non era mai successo. Soltanto a Gaza.
La dignità dei Gazawi l’aveva sempre impedito.

Ma se ciò accade ora, dopo quasi settant’anni di fiera resistenza, questo lo dobbiamo a tutti coloro che non impediscono da anni il massacro organizzato di Gaza.
All’Egitto, che ha appena richiuso il valico al confine con il Sinai.
Ai Paesi arabi cosiddetti moderati, che lucrano sul commercio di armi che inevitabilmente punisce i Gazawi, i Siriani, gli Iracheni.
Agli Stati Uniti, all’Europa, all’Italia di Renzi, che non ha revocato i troppi divieti ai danni di una popolazione inerme, prigioniera di una storia distorta, ad un’Italia che rimane, sorda, dalla parte dei carnefici.

E la responsabilità di vedere migliaia di dignitosi cittadini di una terra che a loro appartiene diventare profughi è da addebitare a loro.
A chi non raccoglie gli appelli delle associazioni umanitarie a farli rimanere nelle loro case, aiutandoli a viverci con dignità, senza il pericolo di morirci dentro.

A chi preferisce creare nuovi profughi piuttosto che schierarsi dalla parte del più debole.

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