“Tal còur di un frut” (Nel cuore di un ragazzo)

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di Ivana FABRIS

Avevo 14 anni, quella mattina in cui arrivò mio padre a prendermi con il volto contratto dal dolore.
Eravamo in Friuli, come ogni anno in quegli anni, per la celebrazione del giorno “dei morti”. Non ci andavamo nei mesi freddi perchè la nostra casa è priva di riscaldamento ma per quella particolare ricorrenza si faceva un’eccezione.
Io ero andata a casa di una mia amica per un paio di giorni. L’avevo conosciuta al mare pochi mesi prima e, per me, era una gran festa poter trascorrere qualche giorno con lei, dato che nel villaggio dei miei genitori, ero considerata ‘la milanese’, ‘la foresta’ quindi avevo pochi contatti, quasi nulli, direi, con miei coetanei.

Lei era figlia del Comandante della Caserma dei Carabinieri di Casarsa della Delizia.
Erano brave e gentili persone, molto accoglienti e disponibili.
Avevo trascorso due giorni tranquilli e sereni.
La mattina del 2 novembre, mio padre arrivò nel cortile della caserma, dove risiedevano i miei ospiti, a prendermi per riportarmi a casa.
Non appena scese dall’auto, vidi dalla smorfia che aveva sul volto, che qualcosa lo turbava profondamente.
Capii che quello che provava doveva avere un’attinenza  con la notizia che avevo sentito poco prima in casa dei genitori della mia amica: Pier Paolo Pasolini era morto. Morto assassinato.

Andai incontro a mio padre, gli sorrisi ma lui non riuscì a rispondermi nemmeno con una parola. Mi guardò soltanto e io potei leggere nei suoi occhi, una commistione di dolore e rabbia.
Quando entrammo in casa, dopo i normali saluti e convenevoli con la mamma della mia amica, entrò suo padre.
Un uomo dalle idee fortemente di sinistra e un uomo servitore dello Stato come un Carabiniere, con quello che significava esserlo in quegli anni, anche dal punto di vista della personale idea politica, erano l’uno di fronte all’altro.

Non avevo strumenti sufficienti a comprendere. Me ne resi conto negli anni di cosa avesse rappresentato quello stare così, come li ho ancora io nella mente: in piedi, ad un metro circa di distanza, in un silenzio di uno o due minuti che a me parvero un’eternità. Il confronto tra due mondi distinti e assolutamente separati, praticamente contrapposti e quello che ciascuno rappresentava per l’altro.

Fu mio padre a rompere il silenzio salutando il Comandante che doveva aver percepito, senza comprenderne le ragioni, che qualcosa non andava: mio padre era, nella postura, l’immagine di chi stava vivendo un dolore grande e rabbioso.
Solo quando cominciò a chiedere al Comandante se avesse saputo che un friulano illustre di Casarsa era stato barbaramente ucciso, quell’uomo in divisa comprese quanto stesse accadendo e chi fosse quell’uomo qualunque che gli stava di fronte.

Come sempre accadeva, in quelle circostanze, mio padre non si risparmiò di dire tutto ciò pensava: dell’omicidio di un grande e semplice uomo, di un friulano che aveva dato lustro all’Italia nel mondo, di un uomo la cui cultura era una immensa, di un omosessuale ingiustamente emarginato, di un Paese troppo oscurantista e bigotto nei confronti dei ‘diversi’, di un uomo di sinistra,  di un comunista e di uno Stato che, secondo mio padre e con ragione, non avrebbe punito i veri colpevoli.

Non nego che provai imbarazzo per quelle esternazioni e colsi, nello sguardo e nelle parole alquanto “tirate” del Carabiniere, un malcelato disappunto benché si fosse limitato a dire che era dispiaciuto.
Dopo quell’incontro, non vidi mai più la mia amica.

Incolpai mio padre di questo, ma me ne feci una ragione perchè, quando accadde che le mie lettere e le mie telefonate a lei non trovassero risposta, parlandone con lui ed esponendogli il mio disappunto con tutta l’irritazione tipica dell’età adolescenziale, lui serenamente mi disse qualcosa che, a distanza di così tanti anni, non ho mai dimenticato:

“Ivana, so che ti dispiace, ma nella vita non si può, non si deve tacere di fronte all’ingiustizia, alla diseguaglianza, di fronte a crimini così terribili, specie se a commetterli è lo Stato.
Se si tace, niente mai cambierà, niente migliorerà.
Ognuno di noi deve fare quello che può perchè questo Paese cresca, perchè diventi migliore.
Ognuno deve mettersi in gioco e non si deve mai tacere perchè se si tace, si è complici.
Io non ho combattuto una guerra, non sono stato fatto prigioniero dai tedeschi, non ho lottato contro l’invasore per consegnare a te e a tua sorella, un paese senza coraggio e senza dignità. Io ho combattuto per la libertà di questo Paese.”

Sono passati quasi quarantanni, dal giorno in cui mio padre mi fece quel discorso e, oggi più che mai, le sue parole mi risuonano di continuo nella testa, oggi più che mai so quanta ragione avesse nel dirle a me e nel crederci fermamente.
Oggi più che mai so che quelle sue parole erano un insegnamento che mi plasmò definitivamente cambiandomi la vita per sempre. Che quel suo insegnamento era lo stesso che Pier Paolo Pasolini aveva lasciato a tutti noi.

.

« Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare. »
(Testo dell’intervento di Pier Paolo Pasolini preparato per il 15º congresso del Partito Radicale)

 

 

 

(immagine dal web)

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