La democrazia della (s)fiducia

votare

 

di Francesco CIANCIMINO

 
[Francesco Ciancimino, studente di Scienze Politiche, laureato in Economia politica. Ex tesserato del PD, sinceramente Civatiano, oggi sostiene la lista L’Altra Emilia-Romagna. Opinionista politico in erba]

 

Quando parliamo di partiti e di rappresentanza politica, la nostra mente fa un collegamento automatico a simboli, facce, vicende significative e specifiche. I partiti sono quelli che vediamo in tv, che frequentiamo quando ci riuniamo a discutere, quelli che siedono in Parlamento e nelle assemblee legislative.
Ma cosa sono effettivamente i partiti? O meglio, cosa dovrebbero essere?

Il partito per definizione è un’organizzazione che tende a rappresentare una parte della società, poiché si suppone che la vita di una comunità democratica e plurale sia scandita dal confronto fra più parti, fra più soggetti, fra più portatori d’interessi.
La democrazia presuppone diversità, dunque partiti (e/o movimenti) che le rappresentino.
La diversità genera confronto, scontro politico, che sono ricchezza in democrazia, poiché la creazione di politiche efficaci dipende fortemente dal dibattito pubblico, in quanto si ritiene che le soluzioni non siano tutte nelle mani e nella mente di uno o di pochi.

Oltre alla democrazia dei partiti, quella rappresentativa appunto, esiste poi la democrazia diretta, quella dell’Atene del V secolo a.C. per capirci, in cui tutti i cittadini ateniesi maschi si riunivano in assemblea per discutere e legiferare e dove ciascuno pesava un voto, rappresentava se stesso.
Oggi, per questioni pratiche, la democrazia rappresentativa è nettamente il sistema politico prevalente tra i due.

Fino a qui ho fatto una noiosa lezioncina, ma se ci fermiamo un attimo e proviamo a fare un confronto fra quanto scritto e quanto viviamo tutti i giorni, quanto leggiamo sui giornali, su internet o vediamo in tv, forse ci renderemo conto che la democrazia che conoscevamo non esiste più.
Se la democrazia vive attraverso i partiti, quanto i partiti di oggi esprimono la volontà politica degli elettori? E soprattutto, i partiti oggi chi rappresentano?

Se rileggiamo per un momento la storia politica italiana degli ultimi venti anni notiamo un continuo mutare delle sigle, dei simboli, delle proposte, delle soluzioni.
Tutto questo è frutto della necessità per i partiti di modificare la proposta politica per “tener dietro” alle mutazione della società e dei soggetti che è chiamata a rappresentare o è solo marketing, utile ad illudere che cambi qualcosa?

La questione è fondamentale: io ritengo che i partiti oggi siano per lo più gruppi di notabili che fanno e disfano cartelli elettorali per arrivare sugli scranni del governo, senza effettivamente preoccuparsi di rappresentare la società.
Un’oligarchia sostanziale, sostenuta ulteriormente dalla proposizione di ricette politiche sempre più calate dall’alto e sempre più omologate.

Da questa considerazione deriva che alcune delle più importanti formazioni politiche odierne sono nate per volontà di pochi, con il preciso scopo di realizzare un progetto politico vincente. Il PDL ed il PD sono gli esempi emblematici. Il primo, ormai scomparso poiché soggetto ai capricci del suo padrone, nacque in risposta al secondo, creato a sua volta perché si è tentato in tutti i modi di dare alla luce nel nostro paese ad un soggetto politico riformista che unisse tradizioni politiche distinte ma potenzialmente affini.

Sarebbe dovuto nascere un sistema bipolare, se non addirittura tendente al bipartitismo. Questo velleitario progetto è durato si e no sei anni. Perché? Perché quei soggetti non rappresentavano in verità blocchi sociali coesi e minimamente omogenei, erano grandi contenitori in cui si cercava con una propaganda pubblicitaria di tirare dentro il maggior numero di elettori.

Dunque sono nati i partiti “pigliatutto” ma “combinapoco”, si sono confuse le piattaforme programmatiche, destra e sinistra non si riconoscevano più perchè tentavano entrambe di parlare a tutti, finendo con l’essere poco identificabili, tranne quando il leader di turno buttava pesanti fiches populiste sul tavolo dello scontro politico. Un esempio? L’abolizione dell’ICI sulla prima casa.

A questo punto è piombato sulla scena politica Grillo, che in questa confusione ed improduttività ha rovinato i piani dell’establishment. Oggi il Movimento 5 Stelle ha potenzialità enormi nello scacchiere politico, sottovalutate e mal gestite dal suo stesso leader che non riesce ad uscire dal circolo vizioso in cui si è infilato di continua polemica e guerra con la “casta”, seppure anch’egli sia ormai entrato nel sistema politico parlamentare.

Perchè parlare del Partito Democratico come se non esistesse più? Perché effettivamente è scomparso, forse non è mai esistito. Una fusione a freddo di classi dirigenti l’ha definita qualcuno, la somma di correnti e bacini elettorali. Oggi esiste il Partito della Nazione, il partito di Renzi, iper-personalizzato, come scrive Ilvo Diamanti nel libro “Democrazia ibrida”. Questo però, al di là della retorica, dell’entrata nel PSE, del fatto che si tornino a chiamare feste dell’Unità le feste nazionali e territoriali del partito, ha scelto chi rappresentare, ha scelto coloro ai quali guarda e che ascolta: la classe imprenditoriale, piccola, media e grande.

La scelta di Renzi fa chiarezza nel panorama politico, inutile negarlo, ma è anche connotata da una forte dose di malizia, poiché tenta con piccoli sotterfugi di tenere stretto a sé gran parte del bacino elettorale dell’area di sinistra del partito. Il prossimo passo, infatti, per poter tornare a parlare di rappresentanza politica vera potrebbe essere la nascita di un partito della Sinistra, quella che guarda ai sindacati, ai movimenti per i beni comuni, ai poveri, ai disoccupati, ai disagiati di ogni tipo e che punta a ridurre le disuguaglianze.

Riassumendo, da una tendenza fortemente centripeta, cioè di posizionamento dei partiti sempre più orientato al centro con la nascita di grandi contenitori politici, esiste oggi una tendenza centrifuga, più naturale per il sistema politico italiano, che invece vede al centro (politicamente e mediaticamente parlando) il PD renziano, attorniato da soggetti più o meno rappresentativi delle diverse componenti sociali.

L’operazione di Renzi e dei suoi sostenitori è perfettamente riuscita. Ha spazzato via la seconda Repubblica, in cui dalle ceneri di DC, PSI e PCI sono nate destra e sinistra, o meglio berlusconiani ed anti-berlusconiani, portandoci con uno scatto tipico del suo stile ad una versione aggiornata della Prima, avendo la scientifica consapevolezza che sta nella natura del nostro paese questo schema politico e che questi ultimi 20 anni sono stati il frutto di una serie di storture, da Tangentopoli all’occupazione del dibattito politico da parte delle vicende private di Silvio Berlusconi.
Può apparire una semplificazione, ma semplificare in determinati casi può servire per comprendere meglio.

Fatte queste considerazioni occorre sottolineare come l’evoluzione del sistema politico non stia conducendo ad un modello democratico effettivamente fondato sulla rappresentanza: la democrazia rappresentativa presuppone che ci sia un’elaborazione politica dal basso, con proposte che attraverso i partiti salgono ai livelli del dibattito pubblico e delle scelte di governo.
Il rischio oggi, grazie a due dei tre principali soggetti dell’attuale scacchiere politico, la destra de-composta ma viva ed il PD, è che si formi una “democrazia a posteriori”, in cui si affida a pochi illuminati il compito di governare e poi si giudicherà quanto fatto e la rispondenza con i programmi elettorali alla fine del mandato.

E’ facile notare come questo tipo di “democrazia della (s)fiducia” non nasca oggi e tracci un filo conduttore con il “ghe pensi mì” berlusconiano, ma ora sembra essere penetrata in profondità nella cultura politica italiana, persino in parte della sinistra: sempre meno cittadini vanno a votare; sempre meno cittadini si legano ai partiti tramite il tesseramento; sempre più partecipano a movimenti ed iniziative di protesta contro le scelte fatte dai governi, piuttosto che a momenti di elaborazione di proposte dal basso; la destra fa la destra, da tempo guidata da poche personalità; infine, Renzi ha dato un segnale chiaro all’interno del suo partito utilizzando la Direzione Nazionale come “confermatore automatico” delle decisioni sue, della sua segreteria e del suo governo, forte del risultato delle ultime elezioni primarie, ha imposto in sede parlamentare un uso smodato della questione di fiducia sui provvedimenti governativi e punta ad abbattere la concertazione con i sindacati.

Anche qui Renzi è stato chirurgico, ha capito che l’ultima grande organizzazione collettiva che ha le potenzialità non solo di produrre proposte alternative a quelle del governo, avendo una notevole visibilità mediatica, ma persino di mobilitare enormi masse popolari, è il sindacato, il quale potrebbe rappresentare (e la piazza San Giovanni del 25 ottobre lo dimostra) il fatto che il partito della Nazione non è il partito di tutti, che non tutti sono beneficiati dalle sue scelte, come la sua retorica e la sua propaganda politica vogliono far credere. Chi è altrettanto consapevole di questo sono Maurizio Landini e Susanna Camusso, i quali insieme a tutta la CGIL hanno apertamente sfidato Renzi, volendo dimostrare attraverso la piazza che il premier “non ha la fiducia del mondo del lavoro e dei lavoratori”.

D’altronde, come ha fatto notare in questi giorni Gustavo Zagrebelsky, sarebbe molto pericoloso un partito totalizzante, un partito cioè che rischia di puntare unicamente a silenziare le diversità, le opinioni contrastanti, il sale della democrazia.
Qualcuno potrebbe dire: e la governabilità? Come facciamo a governare un paese che continua a dividersi, che ha un sistema politico di nuovo così frammentato? Se verranno fatte le giuste scelte in sede di riforma delle istituzioni e della legge elettorale una soluzione si può trovare, così come è stata trovata in Francia, dove c’è chi governa con il 28% dei voti espressi, ma nonostante ciò non è impedita l’alternanza al governo tra diversi partiti. L’Italicum, se opportunamente modificato con un premio alla lista che raggiunge il 40% dei voti espressi e la possibilità di accedere ad un secondo turno nel caso nessuna raggiunga quella quota, va secondo me in questa direzione.

Anche su questo Zagrebelsky si è espresso con toni critici, facendo notare che gli elementi destabilizzanti in questo paese sono ben altri, come la corruzione e le mafie: concordo in pieno, purtroppo però credo anche che la classe politica abbia mostrato tutti i suoi limiti, che i cittadini non possano attendere oltre perché questa si auto-riformi, per poi riformare finalmente il paese, e meritino di ottenere una maggiore riconoscibilità di chi li governa.

Un’ultima considerazione va fatta sul M5S, vero imprevedibile outsider della politica italiana, che dice di essere l’unico partito davvero democratico e di non avere leader che personalizzino la scena: l’esperimento è tutt’altro che concluso ed ha ancora notevoli elementi di novità, primo fra tutti il sistema di partecipazione attraverso il blog alla stesura dei programmi ed all’elaborazione delle proposte da parte di alcune decine di migliaia di attivisti.

Detto questo Grillo è ancora una figura molto ingombrante al suo interno e l’utilizzo della Rete presenta dei limiti evidenti, come la scarsa trasparenza sull’esito delle votazioni e le difficoltà legate alla diffusione di tutte le informazioni necessarie perché la partecipazione sia effettivamente consapevole. Tuttavia consiglio di non sottovalutare il suo potenziale elettorale enorme: se riusciranno ad uscire dal guscio ed a presentare una leadership politica intrigante saranno sicuramente candidati alla guida di questo paese alle prossime elezioni Politiche.

Possiamo quindi parlare ancora oggi di democrazia rappresentativa? Credo che la definizione migliore sia stata coniata da Ilvo Diamanti e sia “democrazia ibrida”, ovvero un mix, una fase di passaggio, ed evolutiva probabilmente, che mantiene alcuni connotati del sistema precedente, fusi insieme alle potenzialità offerte dai new media e dal legame sempre più stretto fra gli elettori ed i leader carismatici.

 

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