Come muore una Rosa

rosa

 

di Ivana FABRIS

Fa freddo, tanto freddo su questa strada.
Ho paura. Dopo tutti questi mesi ancora non mi passa.
Non sono qui sola, ci sono le altre ragazze vicino a me, ma io ho paura.
Ogni volta che salgo in una macchina, tremo all’idea di quello che mi potrebbe succedere.
Tremo pensando a quello che mi è già successo quando mi hanno portata via da casa, tremo ricordando le botte, il sangue che colava dalla mia bocca per i pugni, il dolore del naso rotto, gli occhi semichiusi per gli schiaffi e altri pugni.

Tremo per il dolore che ho provato nel vivere momenti che sognavo magici, che immaginavo avrebbero avuto una dolcezza e un amore come merita una ragazza che per la prima volta dona il suo corpo al suo amato.
Non credevo fosse possibile arrivare a soffrire così tanto e se solo ci penso mi si gonfia il cuore di pianto.
Tremo perchè ogni volta che un cliente mi tocca, che entra in me, torna il ricordo di quei giorni, quelli in cui il mondo si è spezzato in due.
Quei giorni, chiusa in uno stanzone con altre due ragazze come, portate via con l’inganno e l’illusione di una vita nuova, trascinate a forza in furgone e rinchiuse in una prigione senza suoni che non fossero le nostre grida.
Quei giorni in cui hanno preso il mio corpo che era fresco, lieve, sano, rendendolo carne macellata, facendolo decomporre.
Quei giorni in cui io, all’improvviso, non avevo più 16 anni e diventavo improvvisamente vecchia, vecchia come il mondo, come il mestiere che adesso sono costretta a fare.

Ma se solo penso alla mia casa, al profumo della mia terra che è il paese delle Rose, a mio nonno che diceva che fossi io, la sua piccola Rosa e guardo cosa sono e dove vivo oggi e sento che tutto è finito, che quella Rosa è appassita prima ancora di sbocciare.
Penso a mia mamma, a chissà quanto soffre anche lei non sapendo più niente di me.
E mio padre? Già, mio padre, un uomo anche lui, come quelli che mi fanno salire a bordo della loro auto e scaricano in me tutta la loro rabbia, la loro frustrazione.
Uomini che violano ogni volta il mio corpo, il corpo di una vecchia nell’anima ma dalle fattezze uguali a quelle delle loro figlie.
Qualcuno è gentile e delicato, qualcuno è violento e mi prende come fossi nulla, come se non esistessi, come se non avessi un’anima.
Tante volte li ho definiti animali dentro di me, ma ogni volta che il pensiero mi ha attraversato la mente, è apparsa in me l’immagine del mio cane, così tenero e gioioso, così affettuoso e legato a me ed ho capito che l’animale uomo non ha nulla a che vedere con quelli che tutti definiamo animali.

Dalle auto che passano, spesso mi arrivano occhiate che mi turbano. Sono quelle delle donne che mi guardano come fossi io il male.
Possibile che nessuna si domandi, invece, se il vero male non sia l’uomo che è seduto accanto a lei?
Io sono qui, accanto a questo fuoco improvvisato, in questa strada in mezzo al nulla, dove le auto passano di continuo.
Alcune tirano dritto, altre accostano, ma in ognuno di quei piccoli mondi esiste un pericolo per me: da chi mi paga per poter usare il mio corpo a chi mi giudica.
Loro sono il pericolo. Ma preferiscono pensare che lo sia io.
È più semplice, più comodo, più rassicurante.

E intanto a morire dentro, qui, su questa strada, un giorno dopo l’altro, sono solo io e muoio nell’indifferenza di tutti, per rendere un favore a tutti.

 

*A sostegno della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – 25 Novembre 2014

 

(foto di Ivana Fabris)

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