Nel nome dell’orrore

accoltellamento-tuttacronaca

 

di Ivana FABRIS

Voi lo sapete cos’è l’orrore?
Avete mai temuto, un solo istante, per la vostra vita? Avete mai temuto che qualcuno facesse male ai vostri figli per colpire voi? Anche quello è orrore.

L’avete mai visto da vicino? Vi siete mai trovati nella condizione di avere paura che vostro marito o vostra moglie fossero un reale pericolo per voi e i vostri figli? Che potessero rappresentare quell’orrore di cui sentite sempre parlare alla televisione?
L’avete mai conosciuto di persona?

Purtroppo molte donne sì. L’hanno conosciuto e alcune ne sono uscite. Hanno avuto fortuna? Forse. O forse fortuna ma anche forza. Di dire no, di ribellarsi, di guardare in faccia il mostro e di denunciare, di portare tutto alla luce, di lottare contro l’orrore per evitare che diventasse altro orrore.
E ce l’hanno fatta. Ma Cristina no. Insieme a tante altre, troppe, come lei.

Certo, tutti proviamo orrore leggendo alcuni fatti agghiaccianti, specialmente quando coinvolge due bambini le cui vite vengono spezzate brutalmente e senza una ragione apparente, ma non basta. Occorre di più, occorre fare di più.

Occorre pensare, occorre riflettere, parlare, farsi portatori nelle nostre vite, nelle nostre famiglie, fra i nostri amici, di argomenti come questo anche se non è gradito parlarne ai più, anche se, in genere, si preferisce guardare altrove pensando che l’orrore non ci toccherà mai, che siamo al sicuro, perchè non è mai così.

Il male alberga e dilaga in una società che non ha più valori alti da perseguire, che non conosce ragione e non sa le ragioni per cui un cui un crimine appaia senza ragione.
Già, la ragione. Ma c’è davvero mai una ragione all’orrore? Una ragione no, ma spiegazioni sì. Ce ne sono, e molte.

Un uomo e una donna, un marito e una moglie, una coppia come tante e magari senza conflitti particolari. Una quieta esistenza, troppe volte solo apparente.
Vivono insieme, hanno un progetto comune, una condivisione di speranze, di sogni, di desideri.
Due bambini ancora piccoli, hanno una casetta che dà loro garanzie e sicurezze per il domani.
Parlano, immaginano il loro futuro e quello dei propri figli.
Vivono una vita semplice, nell’ordinarietà di una vita come quella che tutti conduciamo.
Poi qualcosa si spezza.
Silenzioso, il male si insinua.

La realtà si frattura e dal progetto di una costruzione si arriva a quello, lucido, di una distruzione.
E in una notte calda, di un giugno placido di un piccolo paese in cui è l’attesa per l’evento sportivo dell’anno a regnare, si consuma una barbarie.
L’ennesima, che vede immolata un’altra donna sull’altare della lucida perversione di un uomo che, frustrato dal rifiuto di un’altra di cui è invaghito, scarica sulla propria moglie tutto il rancore per ciò che il suo sesso rappresenta.
Lei era l’ostacolo ma anche un simbolo, un simbolo da distruggere con tutta la violenza possibile.
Una violenza cruda, sadica e senza esitazioni.

Un’altra donna che era solo un corpo.
Un corpo di cui soddisfarsi prima del sacrificio estremo.
Un corpo di cui disfarsi perchè era d’ostacolo al possedere un altro corpo.
Un corpo che rappresenta tutti i no di altri corpi uguali a quello.

Solo carne e sangue, nient’altro che questo.
Sempre più dilaga questa assenza di sacralità verso la vita, salvo quando ci si deve occupare della sacralità del feto concepito che una donna abortisce.
Allora sì, lì la vita assume un significato diverso, totalmente diverso da quello della vita di una giovane madre macellata dal marito.
In fondo lei era una come tante. In fondo lei, presto, diventerà un numero statistico nella conta, orrenda, di una lista infinita di crimini e di violenze che numericamente possiamo suddividere quasi giorno per giorno nell’arco di un anno.
Il suo sarà un nome come tanti che, col passare dei giorni, perderà di significato. Come quello di tante altre prima di lei.

Tutti soffriamo dinnanzi a queste efferatezze. Ma poi?
Poi il nulla, o quasi, nella nostra quotidianità. Andiamo avanti, un giorno dopo l’altro, senza chiederci fino in fondo tutti i perchè, senza cercare risposte. Fa male, è la frase che sento pronunciare spesso quando si parla di questi temi.

Ed è, invece, proprio da questo coraggio che si dovrebbe partire. Il coraggio della consapevolezza. Del dire a se stessi le più amare verità su ciò che sono le nostre responsabilità, su tutti i  perchè questi fatti continuino ad accadere.

Perchè il rispetto per le donne è un viaggio che inizia lontano nel tempo.
Perchè non abbiamo il coraggio di spezzare catene di valori ‘malati’ che legano ogni famiglia, generazione dopo generazione.
Perchè viviamo in una società in cui le donne sono solo corpi, corpi e ancora corpi che ci vengono propagandati in ogni salsa e in ogni ambito.
Perchè le donne sono solo esseri di carne e sangue in troppi casi ancora, identici agli animali da compagnia che quando non servono più si condannano a morte certa o si uccidono direttamente con le proprie stesse mani che prima li avevano accarezzati.
Perchè non ci impegnamo abbastanza affinchè si rispettino le donne partendo anche solo dall’uso delle parole che rivolgiamo loro. Tutti, indistintamente, uomini e donne, abusiamo sessualmente delle donne anche nell’insulto. Fateci caso.

Ma ponete soprattutto attenzione al fatto che per le donne esistono epiteti che per gli uomini non ci sono.
Una casualità? No di certo.
E’ un aspetto prettamente culturale che investe la società tutta sin dalla notte dei tempi e a tutte le latitudini.

E non smetterò mai di dire che la stampa, anche quella che più si pregia di un certo lignaggio, ha un ruolo, un ruolo preponderante nel non fare mai, dicasi mai, un’analisi  accurata delle ragioni per cui questa società corrotta e malata, sforna figli il cui ego cresce smisuratamente al punto di sentirsi in diritto di cancellare la vita di una donna che non si piega e non si spezza.
Mai si leggono disamine serie e approfondite sui motivi per i quali questa società forma sempre più individui anaffettivi, concentrati soprattutto su come usare, consumandolo come un qualunque altro prodotto che viene reclamizzato, un corpo e la vita cui appartiene.
Ma peggio del peggio, c’è chi ancora ha il coraggio, anzi, la sfrontata spudoratezza di parlare di omicidio passionale.
In tutte queste immani tragedie l’unica passione che vedo è quella per l’orrore.
Non c’è proprio vergogna in questo paese a parlare di passione accostandola alla morte, al darla volontariamente, per giunta.
Possibile che i giornalisti ancora non abbiano capito che queste mistificazioni semantiche siano anch’esse parte del problema?

La passione di per se stessa non potrebbe mai e poi mai, includere sofferenza, dolore e atrocità.
Per sua stessa natura, nel suo significato più alto e nobile, la passione vera mira allo star bene, mira al migliorare la propria e l’altrui vita, appartiene alla sfera dei sentimenti umani che più tendono al bene e all’amore che, non solo nell’immaginario collettivo, ma proprio nella definizione che ci diedero i padri della psicanalisi, affonda le sue radici.
Se non usciremo, presto da queste mistificazioni, dubito che cambieranno le cose.
Solo dando un’identità precisa al fenomeno potremo cominciare a capire da dove origina e quali interventi attuare per invertire la rotta.

E volendo rimanere in tema, se la politica, specie quella di sinistra, non adirà le vie di fatto nel riprendere un discorso essenziale a definire come civile, una società come la nostra, credo che si condanneranno le generazioni future ad assistere ad un’escalation di questi crimini efferati e orrendi.
E’ ancora la politica a dover farsi carico di questo aspetto culturale del nostro paese soprattutto perchè l’involuzione che gli italiani hanno vissuto, in questi ultimi vent’anni, genera e continuerà a generare mostri ad una velocità drammaticamente sorprendente.

Il mio pensiero, adesso, torna a quegli ultimi istanti di vita di Cristina. Ritorna alle parole che ha pronunciato guardando suo marito che l’aveva accoltellata: “Carlo…perchè?”
E non riesco a non sentire tutto quello che avrà provato in quegli ultimi istanti.
E non riesco a non sentire la disperazione che avrà avuto dentro soprattutto rendendosi conto che stava morendo e che, nelle loro camere da letto, c’erano i suoi bambini.
E’ morta senza sapere quello che sarebbe successo dopo. E non so dire che cosa sia stato meglio.
Non dimentichiamola.

 

Ciao Cristina, che la terra ti sia lieve…

 

(foto dal web)

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2 Pensieri su &Idquo;Nel nome dell’orrore

  1. Il cuore del problema sta nella perdita dei valori più autentici di FAMIGLIA, di MATRIMONIO, di FEDELTA’, di ASSISTENZA MORALE E MATERIALE, di RISPETTO per se stessi e per gli altri. E dalla parte del marito, e dalla parte della moglie. E allora la famiglia si disgrega, si frantuma, crolla, sembra fatta di burro, alle prime difficoltà.
    Ci si separa, e in alcuni casi le violenze sono partite dopo una separazione inaccettata. Bisognerebbe cambiare radicalmente la legge sul divorzio, e riequilibrarla, specialmente nell’affidamento dei figli. Bisognerebbe forse limitare i casi in cui ci si può separare, e creare una figura di riconciliazione, di consiglio: troppo facile levarsi il dente, separarsi. E troppo difficile accettare poi le sue conseguenze. Ma nella stragrande maggioranza dei casi le violenze sono la causa della separazione. E in quel caso è sacrosanta.
    Ed è inutile negarlo, si è perso il valore fondamentale di mettere Dio al primo posto. La mancanza della preghiera comune, del confidare solo nelle proprie forze, questo indebolisce molto la famiglia.

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