Ero una delle tante ragazze di Benin City

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dalla Redazione di ESSERE SINISTRA

Jocelyn è una ragazza nigeriana che attualmente vive in Italia e fa la prostituta.
Raccontiamo qui, oggi, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un po’ della sua storia tratta da un’intervista che hanno intitolato “Che vita” che un amico le ha fatto per realizzarne un libro.
Ringraziamo Gianni Marchetto che ce l’ha fatta conoscere e ce ne ha permesso l’utilizzo.

***

Fin da bambina sognavo di fare l’avvocato. Mio padre invece mi diceva che ero come lui e avrei fatto il poliziotto. Ma a me non andava, perché sapevo che nella polizia c’era molta corruzione. Mentre fare l’avvocato oltre al fatto che mi piaceva, significava impegnarsi per difendere chi ne aveva bisogno.
Da bambina mi aveva molto colpita una mia parente che era avvocato. Era molto conosciuta. In famiglia se ne parlava sempre bene e con ammirazione. A me sarebbe piaciuto poter essere fermata per la strada ed essere rispettata per la mia attività di avvocato.
Mi sarebbe piaciuto visitare l’Europa, per esempio, a partire dall’Inghilterra dove sarei andata per fare la specializzazione da avvocato e poi tornare in Africa, aprire un mio studio.
Evidentemente sognavo pure di trovare marito. Un marito premuroso che mi stesse vicino, che gli piace ridere, scherzare giocare con me. E fare come minimo quattro figli, due maschi e due femmine.
Niente di così fantascientifico. Ero una delle tante ragazze di Benin City, molto semplice con dei sogni altrettanto semplici.

Un giorno torno a casa e trovo mio padre che mi dice che un suo amico ha la possibilità di farci arrivare in Europa, basta che noi lo vogliamo. Gli chiedo: “a fare che cosa” perché io avevo sentito del lavoro di prostituta e del fatto che i bianchi volevano che le ragazze facessero sesso con i cani – mio padre: “questo mio amico ha una figlia che ha un laboratorio di parruccheria e ha bisogno di lavoranti. Evidentemente per due anni bisognerà che lavori gratis per pagare il viaggio, i documenti, ecc.”

Era Ottobre del 2001. Parto per l’Europa, faccio scalo a Londra e arrivo a Parigi dove mi fermo per quasi un altro mese. […] ero affascinata da tutto quello che vedevo, ero contenta e pensavo: “sono in Europa, mamma mia, che bello che è qui, posso vivere come i bianchi, posso fare le foto, mandarle al paese, ecc.”. La cosa che mi aveva colpito di più era l’ordine e la pulizia delle strade, la luce durante la notte, i negozi pieni di ogni ben di Dio, dai vestiti alla frutta, ad ogni sorta di cibo. Un po’ come le GRA (sono delle zone speciali dove abitano i bianchi e i neri ricchi) a Benin City. Un vero paradiso. Arrivavo a pensare di essere morta e di essere entrata in Paradiso!
Pensavo appunto come dice la Bibbia che tra i bianchi in Europa tutti fossero uguali, non come in Africa che c’erano pochi ricchi, ricchissimi e tantissimi poveri, poverissimi. Un dubbio mi era venuto che la mia vita non sarebbe stata quella della parrucchiera perchè nella casa dove abitavo ogni mattina tornavano due ragazze nere come me e vedevo come erano vestite (da prostitute) e da dove tiravano fuori i soldi, dalle calze, dalle scarpe, ecc..
Mi avevano invitato ad andare con loro al lavoro: “così ti fai un po’ di soldi”. E io tutta convinta gli rispondevo: “io non sono venuta per questo lavoro che fate voi, io devo andare a Torino, in Italia, a fare la parrucchiera”. E loro: “eh.. sì.., poi telefonaci da Torino e dimmi cosa farai” e ridevano.

A ottobre del 2001 sono a Torino a Porta Nuova. Sono partita che ero triste, con le risate delle due ragazze nere di Parigi, nelle mie orecchie. […] Alla stazione c’era una ragazza, bella e affascinante, ad aspettarmi. Me ne sono accorta perché quasi subito mi si è avvicinata: “Sei Jocelyn”. E io: “no, non sono Jocelyn”. […] E io sono stata lì quasi mezz’ora, ho mangiato un panino, pensavo: “ma questa è una prostituta” perché la vedevo pettinata e vestita come avevo visto le due ragazze di Parigi. “Qui finisce male per me” e dentro di me piangevo.

Poi ho pensato che ero sola, non sapevo dove andare, avevo pochi soldi per le mani, per cui… alla fine ho avvicinato io la ragazza e le ho detto che ero io la ragazza che lei cercava, Jocelyn. Immediatamente la ragazza mi chiede di dargli il mio passaporto. Al che, io, abbastanza contrariata gli dico di aspettare almeno che siamo a casa. Alla fine mi trovai senza nessun documento. Così come lo sono ancora adesso […] Si chiamava Elisabeth, aveva 25 anni ed era in Italia da 5 anni.

Il giorno stesso dopo aver scaricato le valige nella casa dove abitava, senza neanche farmi riposare, mi ha portato a fare i miei capelli. […] Il giorno successivo mi ha riportato nella zona vicino alla stazione di Porta Nuova dicendomi che dovevamo andare in un negozio. Io pensavo che fosse il negozio di parrucchiere, almeno così io speravo.
Era invece un negozio di abbigliamento. Io chiedo a lei se il negozio è suo. Lei mi risponde che no. Siamo li, mi dice lei, per comperare i vestiti per il mio lavoro.
E lì mi è cascato il mondo in testa: ha cominciato a prendere dalle cassette dei vestitini tutti sexi, degli stivali con dei tacchi altissimi, (per me che non ho mai portato i tacchi!), il trucco, ecc.. e io che piangevo dentro prima e poi a dirotto quando siamo arrivati a casa dove lei abitava.

Lei mi dice: “non te la prendere, e così per tutte la prima volta”.
Alla sera è venuto un suo amico con una macchina e ci ha portato tutte e due sul lavoro. Vicino ad una grande fabbrica di cui si intravedeva il nome: Iveco. Pioveva e io ero mezza nuda. Con le tette quasi fuori e un giubottino da far ridere sopra una minigonna che più mini non si può!. Con un freddo cane e un sonno che non mi reggevo in piedi. Piangevo. Era Novembre. C’era un fuoco che le ragazze presenti avevano acceso, però a me non bastava.

Che vita, non dormivo più salvo che per alcune ore al mattino, in quanto lavoravo durante il giorno, fuori Torino dove Elisabeth mi aveva portato in un posto dove non c’era lavoro perché in quel posto era stata da poco uccisa una ragazza di colore e la polizia non voleva nessuna.
Sulla base delle sue istruzioni: “quando vedi la Polizia o i Carabinieri, tu scappa”, io quella mattina sono scappata ben cinque volte, alla sesta volta non sono scappata più e alla Polizia ho detto piangendo: “portami al mio paese” e loro: “ma quale paese, torna a casa tua, qui non è possibile lavorare, se vuoi tornare al tuo paese, compra il ticket e te ne vai”, e io: “e chi mi da i soldi?”. Il tutto evidentemente in inglese con un poliziotto che lo parlava a stento.
E alla notte all’Iveco. Quando arrivavo a casa Elisabeth mi spogliava, mi prendeva tutti i soldi. Ho capito così che era lei la mia “magnaccia”.

[…] Io non riuscivo a dire a mia madre ne a mio padre che facevo la prostituta. Sarebbe stato come spezzare a loro il cuore. Al telefono con mia madre riuscivo solo a dire che volevo tornare. Mia madre continuava a dirmi che se non mi trovavo bene era bene che io tornassi a casa.
Anche volendo non sarei riuscita a nascondere nessun soldo, in quanto quando arrivavo a casa Elisabeth mi rovistava dappertutto, anche nelle parti intime del mio corpo.
Che vita.. In pratica era una guerra continua.

 

(segue…)

 

 

(immagine dal web)

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