Un insegnante, gli studenti e la violenza contro le donne

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di Gianfranco MENEO

Sono un insegnante ed ho scelto di parlare di femminicidio, violenza, abuso, accettazione dell’abuso, protezione da parte di alcune vittime del proprio aggressore.

Sono lì fermi ad ascoltare, alcuni attenti altri meno.
Inizio dal rosso, il colore del sangue. Il caldo del sangue che scorre dopo uno schiaffo, un pugno.
Poi scelgo un altro colore: il nero, quello dei lividi e delle sofferenze inferte per una parola di troppo o per non aver parlato, per uno sguardo concesso o ritratto, per essere semplicemente se stesse.

Io so che sto parlando in luogo particolare, io so che qualcuna di loro dovrà ascoltare queste parole che si mescolano alla speranza del mio cuore di poter salvare anche chi non chiede aiuto.
Quel tutti sanno, nessuno sa, mi logora, mi rende impotente.

Parlo del corpo, della necessità di custodirlo, di renderlo libero da ogni forma di costrizione.
Sento concezioni ancestrali sulla superiorità del maschio. Ma perché? Guardo il calendario, segna il 2014, perché devo sentire ancora queste cose?

Loro si guardano. Io parlo della paura, della sopraffazione e ancora del dolore e dell’isolamento che la violenza comporta perché non la puoi raccontare, non la puoi vivere, non la puoi condividere.
Vedo una penna intenta a fare scarabocchi su un foglio fermarsi. Esita lo sguardo di chi avevo immaginato.
Alzo la voce e sostengo che si può piegare un corpo, non la mente e l’anima di una persona, che non esiste il concetto di possesso ma di scelta, che amore è riuscire a leggere nel volto del proprio ragazzo, uomo, compagno o marito la gioia di essere parte integrante di un faticoso cammino che è la vita.

Un cammino spesso alleviato da sprazzi di felicità e cementato dalla quotidianità.
Continuo chiedendo di denunciare tutto ciò che a loro viene estorto, di scegliere uno qualsiasi di noi, dal più vecchio al più giovane, uomo o donna che sia, a riprova che la scuola è questa perché solo chi riesce a salvare una vittima o a trasmettere ai futuri uomini la necessità di nuove forme di comunicazione che siano verbali, magari forti e veementi ma mai fisiche o aggressive, solo quella sarà la scuola che avrà donato qualcosa di vero, spendibile nel tortuoso sentiero dei sentimenti lastricato da tante spine di ignoranza, paura e arretratezza.

Il tempo termina, una parte di me anche. Ma domani continuo, perché domani, dopodomani o ancora dopo per me sarà sempre 25 novembre.

(foto dal web)

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