Lettera ad un amico cinese

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di Luca SOLDI

 

Caro Grande Amico,

Prato si avvia a ricordare la data del 1° Dicembre come una delle più tristi della sua storia.
Sette dei suoi cittadini rimasero uccisi mentre lavoravano e vivevano in uno di quei magazzini che costellano la sua periferia.
In uno di quei capannoni dove i diritti, almeno per come possiamo intenderli, vengono calpestati di continuo, complici interessi economici che non guardano certo in faccia il colore della pelle.

In un incendio alimentato da quei tessuti e da quei maglioni che erano destinati alle bancarelle dei mercati di tutta Europa.
I più attenti, forse, resteranno scandalizzati nel leggere che questa tragedia non si è svolta all’alba del ‘900 ma bensì nel nostro secolo, nel 2013.
E forse qualcuno avrà un sussulto nel ricordarsi che tutto ciò non è avvenuto in uno dei sobborghi di Gujarat in India, dove la fame e la malnutrizione impongono, a chi deve controllare, di chiudere gli occhi “vigili” delle Istituzioni e delle coscienze.

Tutto ciò è avvenuto nel cuore produttivo del Macrolotto Industriale di Prato, la città, un tempo, laboratorio avanzato per tutti i distretti manifatturieri, non solo italiani. Esempio di flessibilità e di energie innovative che sembravano inesauribili. Sede, ancora, del maggiore distretto tessile europeo.
Una città con migliaia di aziende tessili di pronto moda, di proprietà di cittadini di origine cinese ed ancora decine di aziende storiche del territorio, che cercano di resistere alle crisi dedicandosi alla produzione di tessuti per il mercato medio alto.

E’ accaduto che ad un certo punto questo modello virtuoso, questo centro operoso, pieno di attività frenetiche, si sia svegliato dal torpore e che si sia reso conto che quei magazzini, quei dormitori abusivi, abitati dai “nuovi schiavi”, avevano ormai anestetizzato tutto un mondo che li circondava.
Rendendo complici, magari, quegli stessi pratesi che di giorno pontificavano sulla “pratesità del territorio”, sull’invasione degli stranieri e di notte tranquillamente, si concedevano a quegli affari poco chiari, suggellati da un’enorme quantità di denaro in “nero” nelle proprie tasche.
Così, in quel primo Dicembre, di solo un anno fa abbiamo scoperto quello che già sapevamo.

Abbiamo saputo di quelle sette vite andate perdute, fra le fiamme, il fumo e quelle grate di ferro che hanno impedito la fuga. Dentro un’azienda con il nome di “Teresa Mode”, in una strada, Via Toscana che richiamerebbe al ricordo di una Regione a forte impegno civile e sociale.

Abbiamo saputo di esistenze “sospese”, disposte a tutto pur di riuscire a riscattarsi dalle condizioni di una schiavitù governata da aguzzini, carnefici che un tempo non lontano erano schiavi pure loro.
In quelle “bottega”, in Italia, in Europa, abbiamo appreso che la costante era la totale assenza di diritti, la mancanza assoluta di tutele, mentre la politica non poteva fare altro che affacciarsi e prendere nota dei propri limiti.

Abbiamo appreso che dietro quei nomi impronunciabili, si celavano vite al tempo stesse rassegnate e piene di speranze. Esistenze chiuse verso l’esterno, come capita spesso alle comunità straniere che cercano di ricostruire il loro mondo nella nuova terra promessa.
Sembra davvero passato un secolo, ma il ricordo di quei sette corpi carbonizzati, delle grida disperate dei familiari durante le ore seguite a quella tragedia, in via Toscana, risuonano di nuovo non solo dell’aula del Tribunale.

La legge dunque è arrivata a giudicare i tre presunti responsabili, ma quante altre persone sono colpevoli e quante coscienze sarebbero da giudicare?
Quanti altri sono coloro che si sono voltati dall’altra parte, facendo finta che a fare il primo passo, per gridare basta, per cominciare a ricostruire dovesse toccare sempre a qualcun altro?

Grazie, caro Grande Amico, per il tuo esempio e per il coraggio che mi hai donato.

 

 

(foto da Lettera43)

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