Ancora sul voto di fiducia al Jobs Act

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di Sil Bi

La dichiarazione di voto con la quale 27 senatori del Partito Democratico hanno motivato la loro scelta di votare la fiducia al governo sul “Jobs Act”, malgrado il “dissenso netto e profondo” su molti punti fondamentali, mi ha riempito di amarezza: in fondo, sarebbe bastato loro dichiarare in anticipo la propria indisponibilità a dire sì ad un’ennesima fiducia, prima che venisse posta (come ha fatto la senatrice Ricchiuti), per scongiurarla e rendere possibile l’indispensabile dibattito sui tanti punti critici e sul modo migliore di attuare in concreto i princìpi della delega.

Invece, i senatori hanno preso atto “con profondo rammarico politico e istituzionale” del fatto che il governo “ha preferito andare dritto sulla sua strada” e hanno votato la fiducia “nella convinzione profonda che il Paese non può permettersi una crisi al buio in questa difficile congiuntura economica e sociale”.

Nelle parole dei senatori si legge un “senso di responsabilità” che li ha spinti ad andare contro la propria coscienza per evitare il disastro: quel disastro che il Presidente del Consiglio non ha esitato a mettere sul piatto, pur di impedire il confronto in aula ed ottenere al più presto l’agognata approvazione.

Voglio credere all’onestà intellettuale di questi parlamentari: sono convinta che abbiano voluto davvero evitare all’Italia il pericolo, pazzesco, di una crisi di governo all’inizio della sessione di bilancio e con un Presidente della Repubblica praticamente dimissionario. Così come voglio credere alla sincerità degli scrupoli di chi si sente tenuto alla “lealtà verso il partito” e, dunque, ad adeguarsi alla scelta del suo gruppo parlamentare.

Come è possibile, tuttavia, che ci sia una distanza così grande tra ciò che tanti elettori e tanti eletti vorrebbero dal PD e ciò che esso, in concreto, persegue nella sua azione di governo? E vero che la maggioranza è ampia e ciò rende inevitabili i compromessi; ma perché si ha così spesso la sensazione che i provvedimenti dell’esecutivo siano in aperto contrasto con le aspettative che il PD ha suscitato in tanti che lo hanno votato nel 2013 (e persino in tanti che si sono candidati nelle sue fila)?

Il tarlo che sta erodendo il Partito Democratico è stato immesso, a mio giudizio, da un Congresso troppo frettoloso e superficiale, in cui il candidato favorito – preannunciato come vincitore fin da prima della convocazione e portato in palmo di mano dai media per tutta la campagna elettorale – ha potuto permettersi di presentare una mozione misera, generica, piena di slogan poveri di sostanza; ha potuto sottrarsi al confronto diretto con i suoi competitori (con l’eccezione di una sola occasione, trasmessa quasi clandestinamente da un network televisivo privato ad una settimana dalle primarie) e dedicarsi agli one-man-show di piazza e alle copertine di Vanity Fair.

E’ così che il PD ha perso la sua identità: affidandosi ad un Segretario indubbiamente brillante nella comunicazione, ma profondamente ambiguo ed opportunista nella sua linea politica. La sua elezione quasi plebiscitaria, sospinta dal desiderio di novità e di efficacia di un “popolo” deluso ed esasperato, gli ha permesso di avere una maggioranza schiacciante negli organi istituzionali del partito (Assemblea e Direzione Nazionale); il che gli permette di “imporre” le sue ondivaghe scelte ad ogni esponente del PD, compresi i parlamentari che vorrebbero, invece, rimanere fedeli alla propria storia, alle proprie idee e agli impegni presi con gli elettori nella “carta d’intenti” con la quale il PD e i suoi alleati si presentarono alle elezioni del 2013.

Oggi, il PD è un partito quasi completamente identificato nel suo leader; ai deputati e ai senatori tocca quindi allinearsi alle sue decisioni, quali che esse siano. Con pochissime eccezioni (costituite dai pochi dissidenti), il Partito Democratico appare come un monolite che rotola inarrestabile, travolgendo tutto al suo passaggio; ma nel suo errare ha già travolto il principio di rappresentanza e speriamo che, in seguito, non si dimostri ancora più distruttivo…

 

 

(immagine dal web)

 

 

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2 Pensieri su &Idquo;Ancora sul voto di fiducia al Jobs Act

  1. Capisco la delusione di chi ha votato PD nel 2013… ma adesso però sarebbe ora di cercare di andare oltre il lamento funebre per un partito che non rappresenta più molti di noi, anche se un tempo ci abbiamo creduto. Altrimenti rischiamo che il latte versato si rapprenda e diventi acido… Perdonatemi. Oppure siamo alla fine della fine… e dobbiamo rassegnarci al nulla? No, ditemelo, voi che siete sicuramente più ferrati di me nelle cose della politica che conta… Se non c’è più niente da fare, basta saperlo. O no? E’ ovvio che, però, non mi rassegno. Basta con il PD… Come direbbe il nostro tribuno (della plebe? non credo proprio)… il pd va rottamato in toto…
    Buonanotte.

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