Piazza Fontana, 45 anni dopo

Strage-di-piazza-fontana-

 

di Ivana FABRIS

Avevo 8 anni, quel pomeriggio del 12 dicembre 1969. Un pomeriggio invernale come tanti altri, freddo e altrettanto sicuro nel tepore della mia casa, a Milano.

Poi la notizia: è scoppiata una caldaia in una banca, è morta tanta gente. Solo più tardi non era più una caldaia, era stata una bomba, una bomba in una banca in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo.

Ero piccola in una famiglia di adulti e questo, oltre alla mia innata curiosità di sapere e capire, mi spingeva sempre ad ascoltare attentamente, a scrutare i volti per comprendere gli accadimenti e per capire quali fossero i sentimenti che esprimevano al di là delle parole.

E poi c’erano le domande, quelle che mi era consentito porre senza alcun problema e a cui una risposta arrivava sempre, da mio padre, soprattutto e alla mia domanda su chi fosse stato, lui rispose: “Ivana, sono stati i fascisti”.

Iniziò lì il mio antifascismo, nelle domande che seguirono e nelle relative risposte, nel rifiuto di una bambina verso la violenza, verso il sangue,  verso la viltà di una sofferenza inflitta a persone inermi.
Ma anche da quel dolore muto e pieno che vedevo stampato sulla faccia di tutti i miei famigliari.

Mio padre, quella sera, scuro in volto, la fronte corrucciata, il suo silenzio.
Mia madre, lo sguardo triste, a tratti preoccupato.
Mia sorella, con le sue notizie portate a casa da l’Unità dove lavorava come impiegata insieme alla rabbia e alla preoccupazione di quello che poco dopo sarebbe diventato mio cognato.

Li osservavo e ascoltavo, vedevo mio padre con la testa spesso china perdersi in chissà quali pensieri. Ci volle qualche ora prima che cominciasse a disegnare la sua preoccupazione attraverso le parole. Le parole di chi aveva conosciuto un potere repressivo.
Una bomba, 17 morti. Quello stesso giorno altri 5 attentati avvennero tra Milano e Roma. E furono solo i primi di un lunga serie.

Ci volle qualche anno, a me, per comprendere esattamente il perchè, e ci vollero parecchi anni prima che finisse la strategia della tensione, del terrore nero, iniziata quel pomeriggio con un attentato sanguinario rimasto impunito come tutte le grandi stragi italiane.
Come sempre mio padre aveva avuto ragione quel 12 dicembre. Ciascuna di quelle stragi aveva un nome al di là dei luoghi dove erano avvenute: non Italicus, non Bologna ma fascismo, braccio del potere e mano della repressione.

Già, il fascismo, quello che tutti credevano fosse morto con il 25 Aprile e che non smetteva di voler esistere.
Quello che sta sempre dietro ad ogni processo oscuro e violento della storia.
Quello che non muore mai e che questo Paese comunque ripudia, tutto, tutto insieme, non fosse altro perchè un paese di moderati come il nostro, rifiuta ogni forma e posizione politica che siano estreme.

Quello per cui in molti si è tacciati di complottismo o dietrologia, quando si cerca di dare un senso a ciò che accade, perchè un senso c’è sempre. E c’è anche oggi.

Oggi che son riusciti a far credere alla massa che il fascismo non esista più se non nella testa di qualche invasato radicale di sinistra, di qualche nostalgico, di quelli che credono ancora fermamente all’antifascismo non come parola d’ordine ma come posizione politica, il fascismo è più vivo che mai.

Il fascismo non è mai morto e non morirà mai per ciò che rappresenta per ogni forma di potere.
Nell’epoca del politically correct, di un perbenismo politico che azzera il conflitto, di un presunto moderatismo che spinge ad annullare le distanze fra destra e sinistra, il fascismo lavora sotterraneamente nei fatti e alla luce del sole con un nuovo modello persino rassicurante. Oggi non ha più necessità di una tuta mimetica perchè del mimetismo ha fatto la sua regola.

Oggi ci viene proposto non più con una camicia nera ma con una faccia assolutamente presentabile e propagandata come innocua – gli esempi sono già decine – quasi gradita a tanti che non sono in grado di strappare quella scenografia che lo sta rappresentando per andare a guardare nel dietro le quinte.
Ma non solo. Esiste ancora un rifiuto radicato anche a sinistra, nel voler accettare che una nuova forma di fascismo sia già presente nel Paese.
Ancora una volta si preferisce dire che non sia vero, che chi afferma che il fascismo non sia mai morto ma che abbia, invece, assunto sembianze diverse, sia qualcuno che fa della dietrologia.

Intanto accade. Accade che ogni volta che qualcuno pronunci quelle frasi, muoia un pezzetto di democrazia.
Accade che intanto che la sinistra italiana man mano viene dispersa sotto i colpi mirati e sapienti di una serie di governi senza un vero “colore” politico, questa nuova forma di fascismo si strutturi.

Non più sangue versato nelle strade, nelle stazioni, sui treni e nelle banche, non più stragi i cui mandanti sono stati spesso nuclei di una certa borghesia industriale preoccupata solo di tutelare i propri interessi anche a costo di vite umane, non più atti tragici e plateali.
Nell’era in cui si distrugge un Presidente degli Stati Uniti con uno scandalo a sfondo sessuale, in cui si distrugge un avversario politico con la macchina del fango, non serve il sangue, basta la comunicazione.

E i poteri occulti che esistono e non sono una leggenda metropolitana dei complottisti, lavorano, agiscono e come 45 anni fa, pianificano e progettano, tramano favoriti dalla morte della politica stessa, favoriti dalla crisi economica (chissà poi voluta da chi), favoriti dalla scomparsa del conflitto e dell’azione politica, dall’assenza della sinistra nelle strade e nei quartieri oltre e soprattutto che nelle piazze.

Mentre la sinistra si perde nei mille rivoli del dibattito sui se e sui ma, su ideale o ideologico, la destra che non ha mai perso di vista l’obiettivo e che sa sempre cosa vada fatto, continua imperterrita, più feroce e più determinata di prima nella sua avanzata, calvalcando parole e manipolandole, facendo dilagare il concetto che destra e sinistra non hanno più senso di esistere, buttando in pasto ad una massa di persone che non hanno praticamente più cultura politica, messaggi semplificati e svuotati di senso per continuare a creare terreno fertile al fare attecchire queste nuove e subdole forme di fascismo, proprio usando la comunicazione.

La sinistra è al palo e discute se e come riorganizzarsi, si arrampica e avviluppa in dissertazioni sul rischio di scomparire nel momento in cui dovesse riorganizzarsi e dar vita ad un altro organismo politico e, mentre non fa che discutere e definire tattica e strategia, nemmeno si rende conto che continua a scomparire.

Quanto ci vorrà prima che il popolo della sinistra si risvegli da un torpore patologico e riprenda a lottare?
Quanto ci vorrà prima che finisca questa anestesia delle coscienze e che tutto un popolo si riappropri dei suoi strumenti, consapevole che se non è morto il fascismo, nemmeno l’antifascismo possa e debba morire?
A voi tutti la risposta. È ora di cercarla ed è ora di chiederla.

 

(immagine dal web)

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