Il presidente nazareno

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di Sil Bi

Addio crisi economica, jihadismo, disoccupazione: da qui alla fine del mese, i media saranno monopolizzati dall’attenzione spasmodica per la “partita del Quirinale” e dai retroscena spericolati ad essa connessi.

Fa un po’ tristezza che il momento istituzionale forse più alto per il Paese – l’elezione di colui che “rappresenta l’unità nazionale” (art.87 della Costituzione) – diventi l’oggetto dei pettegolezzi e delle illazioni più fantasiose: ma la causa di ciò sta nell’ambiguità del confronto tra i due principali partiti attivi in Parlamento (con la consueta insipienza, il M5S pare infatti intenzionato anche stavolta a non partecipare).
Renzi ha più volte dichiarato che “il Presidente è l’arbitro, si decide con tutti”; i suoi si affannano a spiegare che “è naturale” scegliere il candidato al Quirinale insieme al leader dell’opposizione (che, in realtà, oggi è Salvini; ma il Parlamento vive in una dimensione temporale tutta sua, fissata al febbraio del 2013, nella quale Berlusconi è ancora il dominus del centrodestra). Sarebbe davvero bello se fosse vero: se il nome del prossimo inquilino del Colle fosse cercato in una logica “alta” di condivisione disinteressata.

Lo spettacolo delle ultime settimane dà invece la netta impressione che la scelta del nuovo Capo dello Stato stia avvenendo sulla base di convenienze politiche o addirittura personali; e che la trattativa proceda secondo di logiche di scambio e/o di ricatto.

Renzi continua infatti a tenere “coperto” il suo vero candidato, nel timore paranoico che gli venga “bruciato”; sta forzando la mano in Parlamento, accelerando sulle riforme, per imporre a Forza Italia di “pagare moneta” (assecondando in aula le follie istituzionali del governo) prima di “vedere cammello” (cioè un Presidente disposto a restituire a Berlusconi la candidabilità, ovvero la verginità politica).

Parallelamente, il premier ha presentato la norma “salva-Silvio” e lancia diversi segnali di “disponibilità” a Forza Italia, come per far intendere a Berlusconi che, se alla fine il papabile per il Quirinale non potesse essergli del tutto “amico” (perchè ciò spaccherebbe il Pd), per lui ci sarebbe comunque una “ricompensa” alternativa.

Il prossimo Presidente, che dovrebbe essere il garante “super partes” delle istituzioni repubblicane, rischia così di essere (e di apparire…) l’appendice di uno scambio tutto politico: quello tra il sostegno (diretto o indiretto) alle riforme del governo e la restituzione “dell’agibilità politica” ad un condannato.

Sarebbe ben difficile per gli italiani, già lontani e disgustati dalla sfera della politica, sentirsi rappresentati da una simile figura; e ciò sarebbe un vero problema per l’Italia, perchè verrebbe a mancare persino quell’ultimo presidio di autorevolezza che Napolitano, nel bene e nel male, ha rappresentato.

L’unico antidoto ad un simile pericolo è che il Parlamento si sottragga alle logiche “nazarene” e scelga, nella sua piena autonomia, un candidato nel quale gli italiani possano riconoscersi: davvero indipendente, qualificato, dotato del necessario standing anche internazionale.

Chissà se i grandi elettori sapranno svincolarsi dai diktat dei loro partiti: mai come nel momento di eleggere l’arbitro del “gioco” democratico, essi dovrebbero esercitare pienamente la propria libertà di mandato e pensare, unicamente, all’interesse dei cittadini che rappresentano.

 

(foto dal web)

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