Stampa di sinistra, occultamento di cadavere

scena crimine

 

di Giuliana SIAS

Questa è la storia di un imprenditore che per mesi ha assicurato agli operai di una fabbrica il suo ingresso nella società e la salvaguardia degli undici posti di lavoro, salvo rimangiarsi tutto sotto Natale.
E’ la storia di un imprenditore che prima si è tirato indietro e poi, all’insaputa dei dipendenti, ha presentato un’offerta d’acquisto.

Il marchio è salvo ma gli impiegati perdono il lavoro, sostituiti nell’arco di una settimana da altri operai non contrattualizzati, che lavorano alla produzione da esterni e che nel migliore dei casi riceveranno i loro compensi a 90 giorni, senza diritti e privi di rappresentanza sindacale.
In contemporanea, lo stesso imprenditore avanza anche una proposta d’acquisto per un altro stabilimento, i cui lavoratori, immediatamente dopo, subiscono un licenziamento collettivo.

Questa storia fa il paio con un’altra, che si consuma sempre durante le feste natalizie: una fondazione acquista una società in liquidazione volontaria e non gravata da debiti, garantendo continuità produttiva e occupazionale ma nonostante le promesse solo 3 dei 14 operai vengono riassorbiti.
Gli altri entrano in cassa integrazione a zero ore mentre l’azienda viene affidata ai dipendenti di un’altra società, riconducibile alla stessa fondazione. Almeno sulla carta, visto che inspiegabilmente la proprietà sceglie di svalutare l’impresa sulla quale ha appena deciso di investire estromettendola dal mercato.

A monte c’è la chiusura di un’industria attorno alla quale, in qualche modo, gravitavano le altre tre fabbriche e sulla quale sia l’imprenditore che la fondazione hanno tentato di mettere le mani. Ufficialmente il blocco della produzione ha radici economiche ma apre la strada a soluzioni di tipo politico che come abbiamo visto si concretizzano nella demolizione di un intero settore produttivo e nello smantellamento del sistema delle tutele sindacali. Come in un domino, a partire dall’interruzione dell’attività della sede principale, le succursali crollano una dopo l’altra.
Un’intera classe operaia va all’inferno, sostituita nottetempo da manodopera sottopagata e sottogarantita ma ultra-allineata.

Questa è una storia di cadaveri occultati alla luce del sole. In questa storia un imprenditore e una fondazione, sulla carta rivali, si stanno spartendo un polo industriale sulla pelle dei lavoratori.
La modalità è sempre la stessa: in una qualche misura contribuiscono al fallimento delle società che intendono acquistare al fine di svalutarne il prezzo e liberarsi degli assunti ai quali non viene nemmeno concessa l’apertura di un tavolo di contrattazione. Infine, senza approntare alcun piano industriale, confezionano un prodotto «fatto in casa» da un pugno di fedelissimi con contratti al ribasso.

Gli investimenti economici stanno a zero ma la contropartita è alta in termini politici: gli ultimi baluardi vengono rasi al suolo, la rottamazione si compie senza spargimenti di sangue e una nuova concezione del mondo vede la luce con la complicità di chi – assuefatto alla voce del padrone – accusa di inefficienza la forza lavoro oppure assiste indifferente.
Il gioco si regge infatti sull’illusione, offerta ai consumatori, che il brand sia più importante del contenuto.

Questa storia, che è assieme precedente gravissimo e presagio oscuro, assomiglia maledettamente a quella di quattro giornali della sinistra italiana salvati per finta da editori compassionevoli al soldo del pensiero unico.
La reazione, a manca, sarebbe unanime e di ferma condanna non fosse che i giornali sono vissuti più come un incidente di percorso che come un presidio di democrazia e che i giornalisti, un po’ a tutte le latitudini, non vengono considerati lavoratori ma servi e colpevoli a prescindere.
Da buoni venditori, infatti, i nostri hanno sbaragliato da tempo qualsiasi concorrenza, facendo terra bruciata attorno a chiunque non sia valutato organico al progetto. Si potrebbe dire che la libertà di stampa è sotto attacco ma chi lancerà l’allarme se chi dovrebbe denunciare è stato messo a tacere?

Ai prestigiatori si insegna di non ripetere mai un trucco, «non importa quante volte ti chiedano di farlo». Perché i giochi di prestigio funzionano solo finché il pubblico pagante non scopre il tranello e smette di credere nelle doti dell’incantatore.
Il grande limite dei protagonisti della nostra storia è di essere dei prestigiatori seriali: più si ripetono, più commettono errori, lasciando alle loro spalle macerie che non possono essere occultate.

Se questa storia ti appare ancora oscura, se ancora non ti è chiaro quali siano i protagonisti, quali le vittime e quali i carnefici, vuol dire che ti hanno fregato, che non sei stato abbastanza attento. Ma non appena sarai in grado di svelare l’artificio, questa storia finirà come è iniziata: con un fallimento.
Perché se vendi una scatola vuota prima o poi qualcuno si renderà conto di essere stato truffato.

 

(immagine dal web modificata da Essere Sinistra)

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