Il consenso al Nazismo

parata tedesca



Ogni regime dittatoriale necessita di una strenua e assoluta ricerca del consenso. L’ottenimento del consenso è il fine e anche il mezzo, è un’arma di controllo e manipolazione infallibile nelle mani di qualunque dittatura o di governo la cui democrazia sia solo un simulacro.
E sistematicamente lo ottiene e lo ottiene a tutti i livelli e ceti della società.
Interessante notare come anche in questo articolo ci siano molte similitudini con la nostra attualità.

La Redazione



 

Il 1938, per la Germania nazista, è l’anno della grande svolta. Come un plantigrado dalla mole minacciosa che si risveglia dopo
un lungo letargo, la potenza militare tedesca si erge sull’Europa dei contrasti e delle debolezze per rivendicare e conquistarsi lo spazio vitale
necessario alla fondazione di un nuovo “millenario impero germanico”. Nelle sue mire di egemonia su un mondo dominato da una razza superiore, quella dei biondi ariani tedeschi, Hitler, in cinque anni di cancellierato che dall’agosto del 1934 si è tramutato in una
dittatura con poteri assoluti, ha saputo accattivarsi l’incondizionato consenso di tutte le classi sociali.

[…]

Il clima di esaltazione popolare che era scaturito con il prorompente impatto di un’inarrestabile valanga intorno alla carismatica figura di Aldolf Hitler, salvatore della Patria e arbitro incontrastato dei fulgidi, futuri destini della rinata Germania, era il più gratificante avallo a proseguire sul cammino di un disegno politico e militare basato sulla rivincita e l’estensione del predominio nazista nel continente.
Il cittadino tedesco era galvanizzato dalla riaffermazione dell’orgoglio nazionale, abilmente orchestrata dagli infuocati discorsi di Hitler e
alimentata dal contagioso tripudio delle parate e dei riti delle adunate di massa.

[…]

Con tali presupposti, basati sulla cieca fedeltà e la sviscerata ammirazione nell’uomo che si era posto alla guida della Germania, era giocoforza per il nazismo ottenere quel grande seguito con cui attecchì coagulando intorno a sé e al suo capo un consenso che neppure lo straordinario potere di Bismarck e di Guglielmo II aveva mai potuto conseguire. Nella sua inarrestabile scalata al successo politico Hitler si era garantito il favore unanime di tutte le categorie sociali, strumentalizzando il malcontento e le frustrazioni soprattutto delle classi più deboli e numericamente determinanti all’affermazione stabile del nazismo al potere.

La piccola borghesia, uno strato della popolazione “geneticamente” incline ad accettare l’avvento di un regime autoritario, identificava nel nazismo il compenso a tutte le umiliazioni e il gratificante senso di rivalsa a tante aspirazioni accantonate da decenni.

Il ceto medio accolse la svolta hitleriana che si poneva in eguale misura in contrasto con il disumano appiattimento del bolscevismo e la spietata logica del capitalismo americano come il supremo rimedio e baluardo al pericolo di un avvenire comunista e a quellodi una società dominata dalle grandi concentrazioni dipotere economico.

Le masse contadine, dal canto loro, furono fin dagli esordi del nazionalsocialismo i più strenui seguaci e sostenitori del nuovo movimento politico, nei cui slogan propagandistici intravedevano l’unica vera sfida al potere politico prevalentemente urbano, inconsistente
e contraddittorio della repubblica di Weimar e di quei governi antecedenti al potere accentratore e senza rivali affluito poi nelle mani di Hitler.

I grandi industriali, additati a torto come il braccio economico del nazismo, non erano stati agli inizi i fautori della NSDAP perché il futuro dittatore nel suo programma politico degli esordi aveva espresso la determinazione di voler “distruggere il capitalismo” e di sostenere l’applicazione di ardite quanto rivoluzionarie e confuse teorie economiche che avevano seminato riprovazione e panico negli ambienti dei ricchi industriali del Paese.

Resosi conto del grave rischio di alienarsi l’appoggio del potere economico, Hitler aveva perentoriamente accantonato ogni velleità di controllo sull’economia della Germania accontentandosi di perseguire l’affermazione essenziale, quella sul piano politico. In fin dei conti l’importante era la conquista del potere, da cui dipendeva tutto il resto.

E alla fine anche la grande industria, anch’essa contraria alla democrazia popolare, alla pericolosa opportunità di contrattazione offerta ai partiti e alle organizzazioni sindacali operaie dalla repubblica di Weimar accettò a malincuore di schierarsi dalla parte di Hitler.

Anche gli intellettuali, fatta eccezione per una parte non indifferente di essi che pagarono tragicamente il loro rifiuto, dimostrarono una supina e accondiscendente forma di “allineamento” con il nazionalsocialismo.

Parecchi scrittori si ritirarono nella loro sfera più intima, evitarono i giudizi sul presente e non delusero la cerchia dei loro lettori. Questo era possibile, ma molti altri intanto agivano diversamente.

Conducevano una parte attiva, si ravvedevano, scrivevano nel modo in sensato che ci si aspettava da loro.
Lo facevano per debolezza, tanto più che sottomettersi al successo approvandolo era un antico vizio dello spirito tedesco, o per semplice ambizione, o più sovente per desiderio di guadagno.

Erano, infatti, imprese redditizie in quell’epoca il teatro, il cinema, la radio, la stampa, le pubblicazioni. Ed erano perciò facili prede dello Stato.
Lo Stato nazista aveva la stessa acuta sensibilità per l’impresa culturale come strumento di potere che avevano dimostrato già prima i comunisti russi. Non si doveva scrivere, creare, rappresentare e offrire divertimenti al di fuori di quello che piaceva ai nazisti.

Blanditi da irresistibili lusinghe e dal proprio tornaconto molti intellettuali si schierarono dunque apertamente con il partito hitleriano, che con insospettabile acume e una consumata astuzia riuscì anche a fornire loro gli alibi morali e patriottici necessari a farli capitolare.

Il compito più arduo rimaneva la caccia al consenso della classe operaia, ma quando si piega l’intellighenzia di un’intera nazione che aveva potuto vantare i fasti intellettuali di una moderna Atene, lo spazio per una protesta da parte dei lavoratori diventava inevitabilmente molto esiguo.

Ciononostante non si può non rimanere perplessi di fronte all’adesione totalitaria se non alla sostanziale solidarietà dei lavoratori che si produsse a un certo punto nei confronti del nazismo.

Gli operai, che evidentemente non erano indenni dal contagio psicologico che man mano si estese a tutta la popolazione tedesca, erano pur sempre gli stessi che in poco meno di un secolo di lotte sociali e politiche si erano guadagnati un posto preminente nelle avanguardie europee delle conquiste sindacali.

Tuttavia, nei dodici anni in cui la Germania fu dominata dalla ferrea morsa della dittatura nazista, quelle masse che avevano contribuito con milioni di voti all’affermazione della socialdemocrazia e delle sinistre rivoluzionarie stettero a guardare, preferendo assumere il ruolo di muti e consenzienti complici.

Hitler d’altro canto si era ben guardato dall’applicare soltanto il terrorismo contro la classe operaia.

Dopo avere spento l’ultimo sussulto della contestazione popolare al nazismo nelle trincee davanti a Madrid, dove i 500 miliziani tedeschi del battaglione Thalmann si fecero massacrare per difendere gli ultimi sprazzi della repubblica spagnola, il dittatore nazista riuscì a coinvolgere milioni di lavoratori tedeschi con una politica in cui diede ampio spazio alle speranze dei ceti meno abbienti che conquistò definitivamente al suo carro con il rilancio dell’occupazione e il ritrovato benessere.

A partire dal 1935, l’anno della grande ripresa favorita dal riarmo, la disoccupazione scomparve di fatto, come scomparvero i sindacati, determinando le condizioni favorevoli per l’irreggimentazione del popolo tedesco asservito nella sua stragrande maggioranza al giogo nazista.

E’ in questo clima di assoluta connivenza nazionale che Hitler il 4 febbraio 1938 destituisce il ministro della difesa generale Blomberg assumendo personalmente il comando supremo dell’esercito.

[…]

Se volete continuare a leggere il seguito dell’articolo, cliccate su questo link.

(foto dal web)

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