Il primato della politica

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Martedì, 10 Febbraio 2015

Proprio ieri, un gruppo di esponenti delle minoranze del Pd ha inviato una lettera al Segretario, al Presidente e ai capigruppo chiedendo la convocazione urgente di una riunione dei gruppi parlamentari e di una Direzione Nazionale, per discutere quale contributo il partito intenda dare “nel Pse e nelle istituzioni europee” alla soluzione della crisi greca. Al momento non sembra esservi stata alcuna risposta.

Domani si terrà a Bruxelles il meeting dei ministri delle finanze della zona euro, per discutere degli aiuti alla Grecia; ma non mi pare che Padoan sia stato chiamato in Parlamento a riferire sulle intenzioni del governo italiano a tale proposito.

Del resto, la visita del Primo Ministro greco a Roma è stata poco più che un incontro di cortesia, privo di qualsiasi concretezza e rimasto impresso solo per lo scambio di regali simbolici (una cravatta per Tsipras, che ha promesso di ricominciare ad indossarla quando il suo Paese sarà uscito dalla crisi; un cd di musica pugliese per ricordare – inutilmente – a Renzi le affinità tra la cultura del sud Italia e quella ellenica e il legame tra i due popoli).

Renzi pare insomma intenzionato a porre in secondo piano la vicenda della Grecia, come se si trattasse di una semplice crisi finanziaria da affidare alla gestione della Bce e del Fmi; in questo modo, il governo italiano rifiuta di aiutare quello greco a raggiungere il suo obiettivo: portare il problema dell’insostenibilità del suo debito pubblico al livello che dovrebbe essergli proprio, quello della politica europea.

E’ un atteggiamento molto strano da parte di un leader che ha scelto come “mission” il recupero del primato della politica sulla “tecnica”, sia a livello nazionale che europeo: una delle invettive più frequenti di Renzi è quella contro i “burocrati” italiani e i “tecnocrati” di Bruxelles (che tengono sotto osservazione anche i nostri conti pubblici, per quanto più “solidi” di quelli greci).
Sembrerebbe dunque che le scarne concessioni ottenute fin qui – il magro “piano Juncker” per gli investimenti e le nuove regole sulla “flessibilità” che ci hanno concesso un piccolo margine nei piani di rientro del deficit – siano considerate sufficienti dal governo italiano.

Ancora una volta, emerge nella scelta del nostro premier il vizio di fondo dell’appartenenza all’Europa: “l’individualismo” nella ricerca delle soluzioni (“ognuno per sè e Dio per tutti” pare essere il motto dei Paesi in difficoltà), figlio del dogma per il quale ogni Stato membro deve “allinearsi” con le sue forze agli obiettivi del “Patto di stabilità” e sintomo di una assoluta miopia politica sui destini dell’Unione continentale.

Così, mentre il governo inglese si prepara con naturalezza alle possibili conseguenze del “Grexit” (l’uscita della Grecia dall’euro), la borsa di Atene sprofonda e gli economisti si sbilanciano in scenari e previsioni, i cittadini europei assistono impotenti al profilarsi del rischio di un nuovo collasso finanziario. Anche stavolta le ragioni dei “mercati”, fatte proprie dai governi nordeuropei e dalla Troika, finiranno per prevalere sul dovere di solidarietà che dovrebbe essere alla base della costruzione di una vera Unione europea; anche stavolta la politica rimarrà un passo indietro – e, forse, non riuscirà mai più a recuperare il suo ritardo.

Silvia BIANCHI

(immagine dal web)

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