Anche gli italici mangiano fagioli

fasul alla carlo

 

Rubrica “TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO”


Non lo si dice tanto in giro perchè non fa figo e non fa chic ma gli italiani, popolo di origini contadine, non ha mai abbandonato la tradizione gustosa del mangiar fagioli.
Si sa, questi hanno grandi proprietà nutritive e non mancano di allietare le notti e i giorni di tanti nostri connazionali, con sommo gaudio di chi sale in ascensore con loro, di chi se li ritrova a meno di 5 centimetri di distanza sugli autobus romani e milanesi nell’ora di punta, con esalazioni venefiche di portata cosmica.
Anche in Parlamento non si scherza, perchè di politici-scoregge-nell’universo ce ne sono a iosa, quindi l’aria è assai viziata e gli effetti della tossicità sono più che evidenti, a livello neurologico.
Deliri e deliranti, pertanto, specie in era Renzian-Berlusconiana, sono attribuibili soprattutto ad un eccesso di fermentazione intestinale.
Ma se i parlamentari patiscono tale sofferenza magari nobilitandola di veganesimo che fa tanto trendy, cosa dovrebbe dire la bassa plebe italica che, stanti le ormai rare pecunie, dei fagioli presto farà il piatto del giorno, un giorno dopo l’altro?
Occhio, Renzi, perchè di questo passo rischi di fare una fine assai ingloriosa.
Non per la dura battaglia dell’opposizione parlamentare, non perchè l’Europa dei banchieri ti darà il foglio di via, ma perchè una gigantesca, cosmica, incommensurabile, nauseabonda, tossica, puteolente, italica scoreggia ti seppellirà.

Firmato

NUCLEI DI SATIRA PROLETARIA “Bud Spencer e Terence Hill”

 

 

(immagine dal web)

Ci siamo arresi noi

resaincondizionata

di Massimo RIBAUDO

Una volta anche i bambini sapevano che tra il datore di lavoro e il lavoratore subordinato c’era una differenza di potere, di altezza nel guardarsi negli occhi. “Subordinato”, spiega già tutto. Lui ha più potere di te perchè ti dà il sostentamento per vivere.
Ma c’erano stati dei miglioramenti dalla relazione padrone-schiavo enunciata da Aristotele ne “la Politica”. Lo schiavo, poi il servo, poi il lavoratore tutelato dal sindacato, con quella radice greca, “dike”, che significa GIUSTIZIA. Sindacato: “l’unione degli uomini giusti”. L’unità delle forze lavoratrici per un giusto salario ed un giusto orario di lavoro. Chi dipende dal lavoro e ricerca nella giustizia sociale la forza che emancipa dalla scarsità di beni.
La loro lotta aveva condotto alla diminuzione delle ore di lavoro ed all’aumento della paga salariale. Cose che si imparavano alle scuole elementari e nell’esperienza della vita reale.

Invece, oggi, giornalisti, professori di diritto, uomini di (bassa) cultura si affrettano a dire che il contratto di lavoro è un contratto come il matrimonio civile. Tra pari grado. Se conviene ad entrambi si continua, se a qualcuno non conviene – come ad esempio al lavoratore che può trovare lavoro ovunque – si scinde. Poi, ci chiediamo perchè è inutile frequentare corsi universitari di economia e giurispudenza e leggere i giornali.
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