Lo strano caso del compagno Landini e la missione della sinistra

Il presidente del Consiglio riceve la Fiom e i delegati della vertenza AST di Terni

di Nicola BATTISTONI

Era da tempo che un esponente della cosiddetta “sinistra-sinistra” – quella vera, senza tanti aggettivi, ma con le rivendicazioni e le proposte per il proprio popolo di elettori –  non riceveva così tanta attenzione da parte dei media. E così tanto nervosismo da parte del Presidente del Consiglio.

L’occasione è la “sfida democratica” lanciata, in questi giorni, da Maurizio Landini al Renzi capo del Governo-segretario del PD.
Non mi soffermerò, per carità di patria, sull’esposizione mediatica dell’ex sindaco di Firenze che gode di una visibilità mai riservata a un esponente di un partito di centro-sinistra, quale il PD – almeno nominalmente – è. Per quanto anche questo aspetto andrebbe valutato nel quadro politico e i tempi che stiamo vivendo, così come sarebbe interessante valutare, sotto il profilo delle velocità e accelerazioni, il modo di far politica di Matteo Renzi. Che è futurista nel senso letterario del termine e difficilmente comprensibile (“ma è di sinistra dire che se è più facile licenziare ci sarà più lavoro?”) da chi, e parlo di coloro che Renzi se lo sono ritrovati contro e come alleato, sono politicamente fermi al periodo barocco.

Quello su cui vorrei provare a riflettere è il tema posto da Landini in questi giorni, ovvero quello di una lotta di classe riveduta, corretta e attualizzata al linguaggio odierno. Tema che, da sempre, è la ragione fondante di qualsiasi movimento che voglia richiamarsi anche vagamente alla sinistra.
La chiave di lettura mi viene da un paio di frasi, orecchiate dalla trasmissione Agorà del 24 febbraio, che attribuiscono – a ragione – il successo di Renzi al voto di un ceto medio che teme di scendere (o è già sceso) nella scala sociale, con il rischio – concreto e reale – di non risalire più.

Un ceto medio conservatore, che cerca sicurezze rispetto a uno status sociale minato dalla crisi di un sistema che privilegia pochi per affamare i più. Il fatto è che chiunque, in una situazione del genere, preferirebbe far parte di un elite di privilegiati piuttosto che di una massa di diseredati senza prospettive e futuro.
Vale la pena ricordare che le elites sono ristrette per definizione, mentre il problema attuale è di massa.
E qui arriva Landini, devo dire con grande tempestività, a occupare uno spazio – a sinistra – lasciato senza presidio da troppo tempo. Rilanciando i temi di inclusione sociale (non voglio dire di riscatto, ma quasi) da sempre patrimonio della sinistra e riportando l’attenzione su uno dei pilastri della nostra sgangherata Repubblica: il lavoro.
Fa quasi tenerezza, a me sinceramente fa specie, sentire il “critico d’arte” Sgarbi, ieri sera (23 febbraio) a Otto e Mezzo, presente anche Landini, sottolineare questo aspetto elementare: e cioè che un uomo senza lavoro o con un lavoro precario non è un uomo libero. Punto.
Non so, non avendo ancora letto in dettaglio i decreti attuativi del Jobs Act (onestà intellettuale impone di giudicare nel merito gli atti), se le politiche del governo Renzi sistemeranno o no le cose nel mercato del lavoro.
Il problema, vero, è che un mercato del lavoro in Italia molto semplicemente non c’è. Vuoi per la polverizzazione delle forme contrattuali (rispetto alle quali abbiamo, da sinistra, più di una responsabilità), vuoi per il fatto che ancora e sempre più della metà dei rapporti di lavoro (così dicono le statistiche e gli studi) viene instaurato sulla base di referenze; vuoi per l’ignoranza diffusa che porta a tutti i livelli a scambiare la competenza e la preparazione come una minaccia e non come un’opportunità; vuoi, naturalmente, per una crisi – finanziaria – che ha avvilito i consumi interni di paesi produttori che non potranno spingere per sempre sulle esportazioni perché non sempre ci saranno mercati da saturare.

Il merito del compagno Landini è quello di aver spostato il piano del confronto sul piano democratico, come dicevo in premessa, sul piano sociale e sul piano dei principi.
Insomma di aver sparato – finalmente, dico io – qualche bordata da sinistra all’immagine del caro leader e presidente del consiglio.

Al popolo silenzioso e avvilito della sinistra un tempo militante e nostalgica – ma un po’ di nostalgia non guasta mai, diciamocelo – viene offerta una nuova occasione: uno spazio politico da rioccupare e sviluppare.
Oltre a questo è possibile lanciare un messaggio anche a quella classe media solo blandita, dall’attuale e variegata maggioranza (variabile) di governo, che non risolverà, ma acuirà i loro problemi: non siete soli.
Il problema non è quello di evitare di scendere la scala sociale (perchè quella l’avete già scesa, signori miei, lo testimoniano le settimane bianche che non fate più o che fate erodendo i risparmi di una vita, quindi durerà poco), la questione è quella di riportare al centro la dignità di tutti, a partire da quella, costituzionalmente sancita, del lavoro.
L’uomo e la sua dignità, che si esprime con la possibilità di lavorare, formarsi e informarsi, al centro: tema presidiato fino a ieri da Papa Francesco, oggi anche da un sindacalista con la terza media (dicono) in tasca con il dono di porre, in termini comprensibili, questioni tanto elementari quanto fondamentali.

La risposta stizzita e sprezzante “ora fai politica perché hai perso nel sindacato” è emblematica: al netto del modello di comunicazione utilizzato, come sempre efficace, è evidente il timore di chi ha dato tale risposta. Che tutto è tranne che stupido.
Perché essendo il messaggio semplice è facile che venga recepito da quell’elettorato che, non più disposto a votare PD turandosi il naso, vota Grillo o se ne sta a casa. Mi pare che questa fetta di elettorato sia, al momento, maggioranza nel paese (o comunque numericamente maggiore agli attuali elettori del PD all’interno del quale c’è o c’era una fetta considerevole di persone che un ultimo voto lo hanno dato “per abitudine” o disperazione. Ma era l’ultimo).

Personalmente non so quanto possa valere “il partito di Landini” (per inciso il partito leaderistico di Landini, non lo voterei per lo stesso motivo per cui non voterò il Partito di Renzi).
So però, anche grazie all’esortazione di Maurizio Landini, che c’è uno spazio politico da occupare e che c’è bisogno di presidiarlo con tutti i rischi del caso: nessuna garanzia o rendita di posizione, nessuna certezza di vittoria (semmai di sconfitta).

Una lunga e incerta traversata nel deserto, per dirla con Mauro Zani, che però va intrapresa e portata avanti fino: perché sulla dignità delle persone non possiamo più derogare o delegare ad altri.
Se non ora, quando? E se non noi, chi per noi?

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4 Pensieri su &Idquo;Lo strano caso del compagno Landini e la missione della sinistra

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