Non è la mia festa

di Celeste INGRAO

Quando ero bambina, l’8 marzo era per me una data che segnava la mia diversità. La diversità di una bambina “comunista” in un mondo diviso in maniera netta e senza possibilità di conciliazione. Mia mamma mi dava un mazzolino di mimose che io posavo sulla cattedra della maestra. Erano naturalmente le uniche mimose.
Si dice che i bambini aspirino soprattutto ad essere uguali agli altri.
Ma a me quella diversità non pesava: non era isolamento ma identità, non emarginazione ma appartenenza a una comunità.
Una comunità “altra” ma forte e coesa. E l’8 marzo era quindi anche la mia festa.

Poi le mimose si sono moltiplicate. Ne ricevevo anch’io dai colleghi di lavoro e dagli amici. Ma non c’erano solo quelle, ormai “doverose”, mimose.
C’erano i cortei, gli slogan, le compagne, i pensieri, il desiderio di libertà, la ricerca di un altro modo di stare al mondo. Non si chiamava più diversità ma differenza. E l’8 marzo era sempre la mia festa.

Tutto questo è finito da tempo e mi sembra vano cercare di ridargli un senso. Non è finita la differenza femminile – la “nostra” differenza – ma altre sono e devono essere le strade per darle voce. Amo sempre moltissimo le mimose, con tutto lo splendore del loro colore e del loro profumo, ma posso solo dire: no, l’8 marzo non è più la mia festa.

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