Parla con lei: Laura, storia di una violenza

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In occasione dell’8 marzo Essere Sinistra intervista le donne. Quelle che tutti i giorni vivono la realtà della vita in Italia. Che credono, ricordano, immaginano, progettano. Vivono, appunto e ci danno la loro sensazione del mondo. Sono diventate un soggetto attivo sociale, culturale, politico grazie alla loro lotta e ai partiti di sinistra.
Perchè la sinistra è emancipazione di ogni forma di vita che non deve più essere oppressa o repressa in alcun modo.
Per questo i lavoratori vogliono parlare ed essere ascoltati. Come gli studenti, le minoranze, i poveri. E da quando parlano e si ascoltano le donne, abbiamo un mondo più degno di essere vissuto.

La Redazione


LAURA, 50 anni, di Firenze. Divorziata, oggi convivente, due figlie ormai adulte.


ES: Quando eri ragazza come immaginavi (o ti hanno fatto immaginare) che sarebbe stata la tua vita una volta diventata donna?

LAURA: In realtà non mi hanno mai fatto immaginare niente, nel senso che mi sono resa conto con gli anni, che la mia famiglia non ha fatto nessun investimento su di me, non mi ha in nessun modo aiutata ad indirizzare la mia vita e non perchè, così, fossi libera di scegliere, bensì per incapacità sul piano educativo e per un certo tipo di cultura vigente.
Era rarissimo, per le ragazze della mia generazione, trovarsi in una famiglia che vivesse le figlie come persone. La regola era che fosse inutile, per esempio, farle studiare perchè poi “si fidanzano e piantano gli studi“. Il modello era che dovessimo trovare un marito a cui affidarci e con cui fare figli. Il lavoro era una condizione necessaria ma a sostegno della famiglia, non come mezzo di realizzazione personale.
Quindi, per me, fino ai 14-15 anni, bastava quello. E’ stato dopo che ho compreso che dovessi pensarmi in una dimensione diversa e dentro sentivo che quella dimensione la volevo, la volevo fortemente. Per ciò che sentivo in me in termini di curiosità di conoscere e apprendere, immaginavo che avrei avuto un lavoro appagante e una bella famiglia. E così non è stato.

ES: Già a scuola o nell’infanzia ti sei sentita diversa per il fatto di essere femmina? E cosa hai provato?

LAURA: No, non sentivo nessuna diversità, anzi. Per carattere ho sempre socializzato molto con i maschi sin da piccola. Non ho mai amato i giochi da femmina (bambole, etc.), preferivo i giochi di movimento e con i miei amici mi divertivo molto di più che con le mie amiche. Sentivo, però, che c’era un continuo indirizzarci verso una divisione. Non a caso la scuola elementare dell’epoca non era composta di classi miste. Non a caso i nostri genitori tendevano a separarci anche nel gioco. Mia madre si lamentava non poco del mio essere un maschiaccio, a detta sua, e ho fatto non poca fatica a rendermi conto, man mano crescessi, che l’essere esuberante come un maschio non mi tarpava anche dallo sviluppare la mia femminilità.

ES: Cosa ti fa davvero arrabbiare maggiormente fra tutto ciò che ti fa sentire discriminata?

LAURA: Per il carattere che ho, di cui comunque oggi più di ieri sono più che soddisfstta, sono stata spesso discriminata. Se ad un uomo è concesso essere forte, volitivo, assertivo e libero nel pensiero come nell’agire, ad una donna non lo è. Non c’è niente da fare e non lo è trasversalmente.
Qualcosa, anche nelle persone più aperte ed evolute, residua sempre della vecchia cultura. Nell’immaginario collettivo la donna comunque deve essere un’altra cosa. Quelle come me, spesso (e senza ragione) sono temute. Da una certa fascia di uomini – anche se le considerano “interessanti per la testa che hanno” – e da una certa categoria di donne che le vedono come rivali a più livelli, ma esiste comunque un sentimento molto diffuso, magari inconsapevole forse addirittura ancestrale, che una donna in qualche modo debba essere più “Madonna”. Ecco, questo mi fa arrabbiare, il modello culturale, sicuramente, ma anche il non poter vivere liberamente me stessa senza che qualcuno si senta minacciato. Me ne faccio una ragione, certo, ma mi arriva come una fortissima discriminazione, una totale ingiustizia.
Inoltre è comunque un clichè perchè anche una donna forte può essere tenera e saper trasmettere dolcezza, passione o comprensione, accoglimento dell’altro in ogni suo momento, bisogno e necessità.
Non mi dimenticherò mai lo stupore di certi miei parenti, ad esempio, nello scoprire che sapessi ricamare. E’ banale ma racconta molto delle pregiudiziali e dei modelli sociali verso le donne. Li posso spiegare e comprendere ma li combatto pure.

ES: Hai mai avuto paura di subire un’aggressione o una violenza sessuale?

LAURA: Sì, moltissimo ed è una paura che continua anche oggi anche se con minor frequenza e intensità, per la quale mi sono impegnata molto anche con le mie figlie, per renderle via via consapevoli del pericolo e, sin da quando erano piccole, ho sempre cercato di dare loro le giuste informazioni senza per questo brutalizzarle ma anche per fornire loro quei suggerimenti relativi alla sicurezza necessari, su chi e su come essere avvicinate, per esempio.

ES: Come ha condizionato la tua vita questa paura?

LAURA: L’ha condizionata pesantemente, mi ha sempre tolto libertà di azione e di espressione, anche se da adulta mi sono resa conto che si parla tanto di violenza fisica e non si considera mai, invece, essenziale parlare della violenza psicologica nei confronti di una donna che è altrettanto pericolosa e devastante quanto quella fisica.

ES: Hai mai subito una qualsiasi forma di violenza (anche psicologica) da parte di un uomo?

LAURA: Sì, entrambe. Fisica e psicologica.

ES: Ce ne vuoi parlare?

LAURA: Su quella fisica c’è poco da dire, nel senso che più o meno tutti possono ben immaginare cosa possa significare. Personalmente ho subito due diverse aggressioni fisiche: 3-4 episodi in cui il mio ex marito mi ha malmenata e una sessuale in tenera età, di cui preferisco non parlare in dettaglio anche se è stata superata (in età adulta) con l’aiuto di una professionista straordinaria. Mi preme invece parlare di quella psicologica perchè ritengo sia un fenomeno molto più esteso e dilagante di quanto si pensi nelle dinamiche di coppia.

ES: Ti ascolto…

LAURA: Penso che si sarà colto che ho un carattere forte, che sono esuberante e libera, nel senso che non mi si può controllare facilmente. Nel matrimonio (durato circa 20 anni) ho capito solo al suo termine, che ero stata manipolata, che i miei sentimenti erano stati usati contro me stessa, che ho subito un ricatto continuo perchè chi viveva al mio fianco, sentendosi in diritto di dovermi in qualche modo gestire, capendo che non fossi “mansueta”, che non avessi una concezione di sudditanza insita in me, ha esercitato un controllo subdolo e strisciante, insinuando di continuo che fossi un’incapace. E il suo controllo più forte, distruttivo e drammatico, è stato sull’economia famigliare.
Solo durante le varie cause relative alla separazione ho scoperto che in realtà il suo volermi controllare a quel livello serviva anche a dilapidare ingenti cifre senza che io, non solo non me ne accorgessi ma addirittura interiorizzassi quel sentimento che ti porta a dire che sia meglio non chiedere per evitare qualunque forma di annichilimento ulteriore. E quale modo migliore se non quello di farti credere di essere tu stessa la causa di tutti i problemi economici, di tutte le rinunce che come famiglia dovevamo fare? Il tutto, ovviamente, supportato dalle ingerenze pesantissime di sua madre. Una donna.

Certo, il mio ex marito era una persona totalmente anaffettiva (e a 24 anni, quando l’ho sposato, non ne ero cosciente) quindi gli riusciva facile relazionarsi così ma ho scoperto, con il percorso fatto a causa della separazione terrificante a cui sono andata incontro, confrontandomi con molte altre donne, che in tantissime han vissuto le stesse cose che ho patito io.
Infatti ognuna delle donne con cui e in cui mi sono ritrovata, ha evidenziato che i propri compagni e mariti si facevano forti della volontà delle proprie compagne di voler tenere unita la famiglia, della volontà di amare ed essere riamate per poterle manipolare e dominare.
Se non è una violenza questa, non so cosa possa esserlo.
La cosa drammatica, comunque, è che è proprio quando sollevi la testa e dici basta, che comincia il vero calvario e benchè la Giustizia mi abbia riconosciuta in tutto, sia come donna sia come madre, dall’altro lato anch’essa esercita un’ulteriore violenza su di te nel corso di tutti i dibattimenti processuali.

ES: Cosa intendi?

LAURA: Intendo dire che le donne sono ancora troppo esposte, specie in situazioni analoghe alla mia, al giudizio personale. Io sono stata anche abbastanza fortunata, malgrado tutto, ma il Magistrato stesso che ha seguito la mia causa di separazione giudiziale (un’altra donna), non ha voluto comprendere che i meccanismi di controllo esistono, in una dinamica di coppia, anche se non comprovati da prove tangibili, e ha lasciato ampio spazio al mio ex marito di procedere su una strada che si è rivelata sicuramente fallimentare per lui, ma altrettanto violenta per me. In pratica, oltre ad aver consentito a lui ed ai suoi legali (due donne) di insistere con una strategia difensiva a dir poco umiliante, non è voluto entrare nel merito di quei comportamenti reiterati al di fuori del Tribunale, che risultavano una evidente forma di stalkeraggio solo perchè nel computo dei costi/benefici, è meglio sorvolare su certe azioni che agire nel merito rischiando un inasprimento delle posizioni delle due parti in causa.

Ma oltre a questo, la violenza verbale delle memorie che venivano depositate, oltre al continuo disprezzo personale da parte dei legali del mio ex marito nei miei confronti e su cui non si ha potere alcuno perchè la legge non prevede che il Giudice possa avere strumenti per impedire che avvengano, c’è proprio una sorta di malcelata concezione che la donna e la madre, in quel caso, debbano comunque essere sempre icone di assoluta integrità morale ed intellettuale e se il tuo ex marito ti dipinge come una madre indegna, come una moglie degenere e lo fa con una violenza assurda, come una persona di malaffare, tu non puoi nulla, è la sua parola contro la tua. Quindi tu non hai difese, non legalmente almeno, e il tuo aggressore continua ad brutalizzarti in maniera subdola senza che nessuno comprenda cosa comporti l’essere umiliata ancora una volta e a quel modo. E il Giudice, in quel contesto, non fa nulla per proteggerti.
In più, gli episodi di stalkeraggio, esercitati al di fuori dell’ambito processuale, sono stati davvero molti, continui e fortemente lesivi, ma per la maggior parte perpetrati a danno delle mie figlie. Il mio ex marito usava loro per annientare me.

ES: Come ti sei sentita in quei momenti sia come donna sia come madre?

LAURA: Come donna, mi sentivo davvero meno di niente.
Relativamente alle Istituzioni, nel mio caso si è scesi ad un livello mostruoso di crudeltà: la mia vita, anche quella intima, sbattuta in prima pagina, messa sotto agli occhi di tutti, dall’archivista al cancelliere e fino al Giudice, e, peggio, discussa da tutti. E mentre sei lì, tutti parlano di te come tu non esistessi. Vedi la tua intera esistenza messa in discussione da estranei che, di te, non sanno nulla ma sezionano ogni aspetto come fossero degli anatomo-patologi davanti ad un cadavere: stabiliscono le cause del decesso senza voler sapere però cos’abbia originato la malattia.
Come ex moglie, beh, ero praticamente in stato di shock. Non me ne sono resa conto durante, mentre lottavo, ma dopo sì.
Sapevo che chi avevo sposato, ormai si era rivelato interamente per ciò che era. Esercitava la sua crudeltà mentale di continuo. Su di me con ogni forma di vessazione e persecuzione e il corto circuito che avviene nella mente sta tutto nel dover demolire l’immagine che avevi interiorizzato del tuo compagno per sostituirla a ciò che in realtà è. Drammatico, anche se poi ti aiuta a spiegare tutto il vissuto di un’intera esistenza che prima non capivi.
Però, intanto, arrivi persino a vergognarti di avergli dato tutto quello che potevi, arrivi a provare schifo per lui nell’avergli concesso il tuo corpo, ti senti comunque stuprata, e disistima per te per non aver visto prima come stessero le cose, ti senti peggio di un’idiota.

Ma il dramma vero si è consumato nel dover assistere impotente a come massacrava psicologicamente le mie figlie, al tempo adolescenti.
In tutti i gradi di giudizio (separazione e divorzio giudiziali, a cui si è aggiunto un appello) sono uscita più che vincente e riconosciuta non solo nel dispositivo ma soprattutto nelle motivazioni delle sentenze, sia come moglie sia come madre e proprio perchè non ho usato le mie figlie contro il mio ex marito, anzi, le ho aiutate ad accettare la sua totale sparizione dalla loro vita (salvo poi accanirsi in numerosissime azioni atte a distruggerle psicologicamente), ho fornito loro il supporto necessario a proteggersi senza trasferire rancori e vendette, ma è stato terrificante vederle soffrire come poi è stato. Per me che non sono una madre “chioccia” (mi vedo semmai più come una leonessa), il non potermi mettere davanti a loro per parare i colpi, è stato lacerante, un dolore persino fisico ed, episodicamente, continua ad esserlo perchè non è ancora del tutto finita.
L’altro dramma vero, è che sei sola. Nessuno può capirti fino in fondo perchè questo tipo di drammi li comprende solo chi ci è entrato con la pelle, il cuore, le ossa e i muscoli. Nessuno, anche le persone che hai vicine, per quanto ti si stringano intorno non riescono a compenetrarsi con ciò che senti. Una separazione vissuta così per SEI lunghi anni, è un massacro che ti coinvolge su vari piani e ognuno ha una rilevanza notevole nella tua esistenza di persona e di donna.

ES:  La terribile esperienza che hai vissuto ti ha lasciata la capacità di sognare per te stessa:

LAURA: Sì, certo. E’ stato difficilissimo superare questo passaggio della mia vita ma le ferite se sai curarle, poi si chiudono e si chiudono proprio grazie al fatto che sai sognare. Io non ho mai smesso, sin da bambina, di pensare (e sperare) ogni sera che domani poteva essere migliore dell’oggi che si era appena concluso. Non ho smesso mai e credo che questo approccio alla vita non mi lascerà mai.
Posso avere momenti di profondo smarrimento e della più cupa disperazione ma poi qualcosa mi spinge a guardare avanti ed è proprio il sogno di poter migliorare le cose, sempre, comunque e a qualunque cosa mi relazioni.

ES: Come ti immagini nel tuo futuro più lontano?

LAURA: Sicuramente come un’arzilla vecchietta ancora “sul pezzo”, ancora impegnata a pensare e progettare mille cose, ancora pronta a piantare un ulivo pensando di vederlo fiorire.

ES: Grazie Laura per la tua testimonianza e grazie per averla condivisa con noi.

 

 

(immagine dal web)

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