Parla con lei: Liana, la famiglia e la libertà

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In occasione dell’8 marzo Essere Sinistra intervista le donne. Quelle che tutti i giorni vivono la realtà della vita in Italia. Che credono, ricordano, immaginano, progettano. Vivono, appunto e ci danno la loro sensazione del mondo. Sono diventate un soggetto attivo sociale, culturale, politico grazie alla loro lotta e ai partiti di sinistra.
Perchè la sinistra è emancipazione di ogni forma di vita che non deve più essere oppressa o repressa in alcun modo.
Per questo i lavoratori vogliono parlare ed essere ascoltati. Come gli studenti, le minoranze, i poveri. E da quando parlano e si ascoltano le donne, abbiamo un mondo più degno di essere vissuto. 

La Redazione


Parliamo con LIANA, 72 anni, di Roma. “Vedova” con due figli.


 

ES: Quando eri ragazza come immaginavi (o ti hanno fatto immaginare) che sarebbe stata la tua vita una volta diventata donna?

Io volevo una famiglia dove vivere momenti di felicità. E devo dire che l’ho avuta, nonostante le incomprensioni, i dolori, le difficoltà.

ES: Le aspettative che tutti avevano su di te, hanno influenzato la tua vita? Se sì, in che misura?

Io sono andata a convivere, a venti anni, con un uomo di sedici anni più grande di me, divorziato. E non mi sono voluta sposare, accettando il fatto che dopo la prima volta lui non si sarebbe mai più risposato. Questo ha sempre creato un’atmosfera di screzio con i miei genitori. Anche se gli anni l’hanno molto diluita.

ES: Già a scuola o nell’infanzia ti sei sentita diversa per il fatto di essere femmina? E cosa hai provato?

Da bambina, a scuola, non ho mai provato disagio. Da ragazza vedevo che i miei genitori volevano tarparmi le ali. E volevo fuggire da casa. Erano opprimenti, sopratutto mia madre. Controllo su tutto, e non lo sopportavo. Fino alla nascita dei miei figli, invece, il mio compagno mi lasciava molto libera.

ES: Hai mai avuto paura di subire un’aggressione o una violenza sessuale?

Sì, e mi sono sempre fidata del mio istinto per evitare incontri con uomini di cui sentivo di non fidarmi. Il più grande fastidio era prendere il tram, negli anni ’60, e dover sopportare “la mano morta” degli uomini, soprattutto gli anziani. Facevo chilometri a piedi per non subire quel fastidio e quella umiliazione.

ES: Come ha condizionato la tua vita questa paura?

Ti blocca nella voglia di vivere. Ma non me ne sono mai fatta un grande problema.

ES: Hai mai subito una qualsiasi forma di violenza (anche psicologica) da parte di un uomo?

Le botte da mio padre e da mia madre se non facevo quello che volevano loro. E litigate feroci con mio marito. Ma sempre per i rapporti con i miei famigliari o per i figli. Gli ultimi anni di vita con lui, prima che morisse, sono stati angoscianti. Era malato e trovava sempre un’occasione per un litigio. Avevo il terrore persino di esprimere un mio pensiero. Avrei dovuto scappare via, ma il pensiero dei figli mi ha sempre frenata.

ES: Hai lavorato? E come ti sei sentita sul lavoro in quanto donna?

Entrai al Ministero per le partecipazioni statali e ci trattavano come tappezzeria. Era molto frustrante e demotivante. Poi, invece, quando ho insegnato nella scuola materna per tre anni mi sono sentita valorizzata. Ma col mio compagno ci siamo trasferiti in campagna e ho dovuto scegliere tra il lavoro e la famiglia. Ho scelto la famiglia. Perchè in Italia essere madre e lavorare è sempre stato molto impegnativo.

ES: Pensi che i condizionamenti famigliari, in quanto donna, abbiano in qualche modo influito sulle tue scelte personali?

Sì. Se avessi avuto una famiglia più convinta delle mie possibilità, più rispettosa delle mie aspirazioni, avrei avuto una vita diversa. E forse non avrei fatto scelte d’impulso pur di allontananarmi da un ambiente soffocante.

ES: Nella tua quotidianità quanto spesso ti senti sola nell’affrontare problemi e decisioni?

E’ stato uno dei miei grandi problemi, da ragazza. Mentre con il mio compagno, per molti anni, parlavamo di tutto.

ES: Senti reale vicinanza da altre donne al di là della condivisione verbale di ansietà etc.?

Piuttosto rara, nella mia vita. Ma adesso ho molto dialogo su Facebook. Potrà sembrare strano, ma è così. Molti amici ed amiche “virtuali”, ti fanno sentire meno sola che quelle reali.

ES: Le tue amiche e conoscenti vivono i tuoi stessi disagi? Pensi che sentano senso di isolamento, inadeguatezza, insicurezza come persone?

Sento e percepisco in giro molta più insicurezza e solitudine di prima.

ES: Quanto spesso ti senti non riconosciuta, svalorizzata nel tuo essere una donna in ogni ambito in cui ti relazioni?

Quotidianamente ormai nell’ambito lavorativo. Nell’ambito privato raramente.

ES: Pensi di aver potuto vivere la maternità così come sarebbe stato giusto per te e per tua figlia/figlio? Se no, come ti ha fatto sentire?

I miei figli diranno ce sono sempre stata fin troppo presente. Ed era quello di cui mi accusava il compagno della mia vita. Non era geloso di me. E’ sempre stato geloso dell’attenzione che avevo per i figli.

ES: Cosa conosci delle lotte per la conquista dei diritti da parte delle donne? Che percezione ne hai avuto?

Ho fatto il ’68, a Roma. Le manifestazioni, i cortei. Abbiamo ottenuto il divorzio, l’aborto. Ma c’è ancora moltissimo da fare. La sinistra ha abbandonato i lavoratori, ed anche le donne, secondo me. Si fa pochissimo contro la violenza in famiglia. Le donne guadagnano meno degli uomini. E sento, dalle mie nipoti, che sono mobbizzate in modo subdolo. A parte le affermazioni di principio non vedo prese di posizione in grado di cambiare veramente le cose. E vedo che molte donne accettano la situazione con rassegnazione. Chiaro, non si vive più la condizione di sottomissione che avevamo nelle nostre famiglie, ma non siamo libere come credevamo di poter essere.

ES: Pensi di essere stata discriminata in quanto donna e madre? Se sì, come ti ha fatto sentire?

Sìamo discriminate ancora. Questi ultimi venti anni ci hanno riportato indietro di almeno quarant’anni. E’ tornato il potere di giudizio della Chiesa. Sono tornati i pregiudizi ed un maschilismo strisciante anche sui giornali. Si avverte che il potere non ci vuole libere ed indipendenti. La strada della nostra autonomia è come si fosse interrotta. Questo mi rende molto triste e delusa.

ES: Ritieni che il tuo compagno sia stato realmente consapevole e in grado di capire davvero le difficoltà e i disagi oltre che la tua eventuale solitudine?

Io sono una donna che è stata amata dal suo uomo. Ma un uomo può capire una donna? Non credo. Non ne ho mai conosciuti.

ES: E come ti fa sentire questo?

Siamo proprio diversi. In tutto. Nelle espressioni, nelle sensazioni. Parità voleva dire per me, avere gli stessi diritti. La stessa libertà di scelta. Ma noi sopportiamo il dolore in modo diverso. Siamo più forti di loro. Il mio compagno ha sempre creduto che senza di lui non sarei mai riuscita a vivere una vita tranquilla. Ed invece non è stato così.

ES: Se potessi tornare indietro con la consapevolezza che hai oggi, come valorizzeresti maggiormente te stessa, cosa non permetteresti più che ti fosse fatto o imposto?

Non lascerei il lavoro per la famiglia. Ma è inutile avere rimpianti.

ES: Ti senti realizzata come persona, malgrado tutto, o pensi che in quanto donna ti sia stato sottratto qualcosa?

In quanto donna devi faticare il triplo, dimostrare il triplo, e questo è per colpa della nostra cultura. Per la nostra società che ha ancora molta strada da fare. Però mi è sempre molto piaciuto essere donna, perchè abbiamo della sensazioni e dei sentimenti la cui profondità l’uomo non conosce. Sto leggendo romanzi e poesie di donne arabe. E vedo un coraggio in loro che qui si è perso.

ES: Cosa ti fa davvero arrabbiare maggiormente fra tutto ciò che ti fa sentire discriminata?

Le stesse donne non capiscono quanto sia importante essere libere. Il nostro futuro non dipende dagli uomini, ma da quanto noi possiamo riuscire a conquistarcelo.

ES: Hai ancora la capacitá di sognare per te stessa?

Sì. Vorrei che questo non mi abbandonasse mai, anche se ho molta paura del dolore e della malattia.

 

 

(immagine dal web)

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